di Marco Macciantelli da Articolo1MDP del 27/9/2019 - Se vogliamo essere lievito di una cosa nuova forse è giunto il momento di pensare non più a una parte, la nostra, ma al tutto, all’insieme delle forze, politiche e civiche, che possono comporre l’arco di un nuovo centrosinistra. Si può fare una politica che assuma un rilievo anche partendo dal piccolo; importante è non coltivare visioni minoritarie. Il centrosinistra, sospinto più dalle circostanze che da un progetto, è comunque entrato in una fase nuova. Il primo centrosinistra fu quello dell’inizio degli anni Sessanta. Il secondo quello della seconda metà degli anni Novanta. Ora, l’occasione per immaginare, per dir così, un terzo tempo, guardando, non al passato, ma al prossimo decennio. In tutti e tre i casi, un’alternativa alla destra. Fu così dopo la nascita del governo Tambroni, il 26 marzo 1960, sostenuto dal Msi, quando la sinistra, insieme alle altre forze democratiche, operò perché il 19 luglio di quello stesso anno, dopo i fatti del 7 luglio con i morti di Reggio Emilia, Tambroni si dimettesse.

Fu così dopo lo choc delle elezioni perse nel 1994 con l’emergere di Forza Italia, tra liberismo, per quanto sui generis, conflitto di interessi e una pragmatica saldatura tra la Lega al nord e Alleanza Nazionale al sud. Anche in quel caso la sinistra seppe riorganizzarsi, incontrandosi con altre sensibilità nell’Ulivo e battendo il centrodestra nelle elezioni poltiche del 1996.

Ora siamo di fronte a una fase che va letta con occhi nuovi. C’è bisogno di qualcosa di inclusivo che sia, al contempo, di popolo e di governo, senza timori per il pluralismo. Puntando su pochi punti semplici e chiari. Sostenibilità e giustizia sociale. Un nuovo eco-socialismo, in un contesto che comprenda il Pd insieme ad altre espressioni dell’impegno civile e sociale.

Aggiungo che, per noi, non si tratta di un fantomatico ritorno a casa. A casa, ci siamo già. La nostra casa è quel che abbiamo saputo costruire, tra non poche fatiche e difficoltà, negli ultimi tre anni, all’indomani del referendum costituzionale del 4 dicembre 2016. Quella casa, non per concessione di qualcuno ma perché ce la siamo conquistata, con lo slancio di un lavoro fondato su alcune buone ragioni e grazie a un generoso volontariato politico.

Sobria, modesta, frutto di sacrifici: ma è la nostra casa.

E’ questo che ci distingue da chi, negli ultimi giorni, proveniente da diverse esperienze, ha aderito al Pd. La differenza è che noi vorremmo rispondere a un popolo che è ancora perplesso, anche verso i comportamenti disinvolti, per cui: rispetto per tutti, soggezione di nessuno.

Ora dobbiamo pensare a un progetto capace di abbracciare un campo di forze con piena coscienza di esserne una parte, modesta nelle dimensioni, non nelle idee. E ciò deve avere un fondamento, una riconoscibilità, un nome. Sì, un nome, perché, senza nome, non c’è identità. C’è bisogno di una coalizione e questa coalizione deve esprimere un’identità e un progetto. E’ un passaggio poco chiacchiere e distintivo, molto politico. Che deve partire dai contenuti, da quel che vogliamo fare con e per il Paese. In primo luogo, rilanciando la cultura dei beni comuni.

Per il lavoro e la buona occupazione, dentro le incognite della quarta rivoluzione industriale, nella trasformazione della composizione sociale, dall’algoritmo all’automazione. Per una sostenibilità capace di governare la transizione, dal trasporto privato a quello pubblico, dallo spreco della gomma alla cura del ferro, dal fossile inquinante alle energie rinnovabili.

Anche sull’onda del 3° Global Strike for Future e di una crescente preoccupazione  per i cambiamenti climatici, a seguito del messaggio di Greta Thunberg, è bene collocare l’Italia là dove è giusto che stia, non a rimorchio, ma tra i Paesi che intendono porsi alla guida di una grande svolta ecologica.

La nostra rappresentanza al governo è competente e qualificata, ed evidenzia un filo, non del tutto causale, da tessere, nell’ambito del Welfare, tra alcune questioni strategiche come la sanità, il fisco, la scuola. Da Fondamenta, nel maggio del 2017, al congresso bolognese, nell’aprile scorso, non sono mancati gli approfondimenti, su tutti e tre questi temi, considerati anche dal punto di vista delle loro interconnessioni.

Siamo in presenza di una tendenza alla polverizzazione degli obiettivi programmatici. Nei giorni scorsi si è parlato di “merendine”. Sarebbe stato meglio parlare di junk food, cioè della filiera del cibo e delle bevande spazzatura, per prevenire tutto ciò che di patologico comporta un’alimentazione scorretta, specialmente per i minori. Anche per quel tipo di spazzatura occorre una cultura della differenziata. Alzare l’asticella del costo di quei prodotti, prima ancora che per fare cassa, ha un rilievo per la sostenibilità ambientale e sociale. Confondere la promozione di buone pratiche con un aumento della pressione fiscale favorisce solo il muro contro muro degli interessi economici contro i valori educativi.

Quindi un’idea di salute che sappia agire sugli stili di vita, sviluppando l’universalismo. Ieri il “Sole 24 Ore”, in un articolo a firma di Barbara Gobbi, titolava: Sanità, il ministro Speranza chiede 3,5 miliardi e l’addio al superticket. Le richieste nella nuova bozza del Patto per la Salute che il ministero ha inviato alle Regioni. Nel mirino anche l’emergenza della carenza dei medici. Annunciando “la revisione di tutto il sistema di compartecipazione dei cittadini con una graduazione degli importi in base a costo delle prestazioni e Isee”. Quindi, progressività e appropriatezza, non solo sul lato dell’offerta, in relazione a come sono organizzati i servizi, anche sul lato della domanda, in relazione alla condizione economico-sociale di chi vi accede.

Rivisitando i temi sui quali abbiamo caratterizzato il nostro impegno, merita di essere ripreso quello relativo a un grande programma di piccole opere, di valore energetico e ambientale, per la prevenzione e la protezione del territorio, per consentire investimenti produttivi anche al di fuori del patto di stabilità.

Quindi, lotta all’evasione, riduzione dei pagamenti in contante, a favore di quelli elettronici. E a proposito della cultura digitale non è utopistico, anzi è realistico, immaginare che, in un numero ragionevole di anni, dagli zaini, pesanti e costosi, sulle spalle degli studenti delle nostre scuole, si possa passare alle chiavette USB, da tenere più comodamente in tasca. E’ un futuro che si può cominciare ad anticipare già adesso.

Sino alla proposta che caratterizzò la nostra campagna elettorale nel 2018, per favorire l’accesso all’istruzione superiore da parte di chi non può permetterselo, anche al fine di contrastare la dispersione, recuperando, almeno in parte, la distanza che separa il nostro dagli altri Paesi europei con i quali pure ci confrontiamo.

Rilievo dell’istruzione tecnica, compresi gli Istituti Tecnici Superiori (ITS), rimasti nel limbo. L’Italia vanta un brutto primato: è terza, tra i Paesi dell’Ocse, nella quota più elevata di giovani che non lavora, non studia, non frequenta un corso di formazione; sino al 26% la componente di giovani di età compresa tra 18 e 24 anni rispetto ad una media Ocse del 14% (dal Rapporto Ocse 2019 uscito il 10 settembre scorso).

Questo spread non costa meno dell’altro.

Nicola Zingaretti, in un articolo apparso ieri sull’“HuffingtonPost” si è espresso a favore di Un cambio radicale del Pd, sottolineando“Le diseguaglianze globali, la questione ambientale e climatica, il governo delle trasformazioni tecnologiche”. Sul piano programmatico non manca la consonanza, su quello politico è auspicabile che il condivisibile cambio radicale sia collocato in un orizzonte di attese più ampio del Pd.

L’attuale governo ha una missione: assumere alcune questioni di grande impatto ambientale e sociale. Non sarà dagli apprendisti stregoni che verrà una nuova formula per la politica, ma dall’efficacia di questo impegno, dalla capacità di tenere ben agganciato il Paese a questa prospettiva, rendendola concreta, con uno schietto profilo riformatore. Se potrà darsi un più fisiologico confronto destra-sinistra e una ripresa del bipolarismo, insieme ad una rinnovata chance per un’alleanza progressista nei prossimi appuntamenti elettorali – dall’Umbria oltre l’Umbria – dipende, non solo da questo, ma anche da questo.

O si cambia sul serio, in profondità, nelle questioni di fondo, dal carattere trasversale della sostenibilità a un convinto contrasto alle diseguaglianze, intrecciando questione ambientale e questione sociale, oppure il solo impegno di governo, per quanto necessario, rischia di non bastare.

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