di Celeste Ingrao da Striscia Rossa del 9/12/2018 - Me la immagino la destinataria tipo della nuova norma sul congedo di maternità. Ha circa trent’anni, forse 35, magari anche 40, che ormai i figli si fanno sempre più tardi. E’ una che in qualche modo “ce l’ha fatta”. Perché ormai avere un regolare contratto di lavoro dipendente vuol dire avercela fatta, quale che sia il lavoro, fosse pure un lavoro di schifo. Fa l’impiegata, la commessa, la segretaria, l’insegnante… Chissà forse è pure un po’ in carriera, nel senso che lavora in uno di quei posti dove è possibile persino a una donna emergere, a patto di essere più brava e più efficiente di tutti, sempre disponibile a orari lunghissimi, reperibilità h24, trasferte. Gode ottima salute e fa di tutto per mantenerla: alimentazione bilanciata, esercizio fisico, niente vizi ed eccessi. Sa bene che la gravidanza non è una malattia. Anche se non è una femminista militante ha in qualche modo imparato che le donne non sono un soggetto da “tutelare” e che prima di tutto viene l’autodeterminazione, la possibilità di scegliere per sé e per la propria vita.
E’ preoccupata per il dopo, però. Perché capire che farne di questo neonato/a non è banale. Magari le nonne sono troppo vecchie e stanche, gli asili sono pochi e se hai un solo figlio è difficile che te lo prendano. E pagare una tata si mangia quasi tutto lo stipendio. Quindi, bene: restiamo a lavorare fino all’ultimo giorno e conserviamoci il tesoretto del congedo di maternità per dopo.
Ce la posso fare, pensano. La gravidanza non è mica una malattia. Non l’hai vista quella che andava a giurare da ministra con il pancione? E le deputate che allattano in Parlamento? Noi donne siamo forti e libere. Che mai ci starei a fare a casa a girarmi i pollici. Solo per un po’ di pancia. Non è mica una malattia.
E infatti in genere ce la fanno (in genere: perché la complicazione può purtroppo arrivare inaspettata). Nel senso che non gli capita nessuna particolare disgrazia. Certo sono sempre più stanche, perché non è che con la pancia di 8-9 mesi si dorme una bellezza. Certo devono fare i salti mortali per riuscire a trovare il tempo per monitoraggi, controlli vari e pratiche burocratiche. Certo rischiano di fare brutte figure al lavoro con quel continuo dover correre al bagno e con gli occhi che si chiudono nei momenti meno opportuni. Ma in qualche modo ce la fanno.
Non sanno, però, quello che hanno perso. Hanno perso un tempo prezioso per sé, per tirare il fiato prima di un evento che cambierà radicalmente la loro vita. Un tempo “vuoto”, ma di quel vuoto che fa bene, perché permette di guardarsi dentro, di prendere coscienza di sé, di rafforzare la relazione con quell’essere sconosciuto e misterioso che gli cresce dentro. Perché questa relazione così speciale non è un dato “naturale” che viene da sé ma ha bisogno, come tutte le relazioni, di essere coltivata. Con la libertà di non pensare ad altro, di dedicarsi alle tante incombenze pratiche dell’accoglienza, di confrontarsi con altre donne, di esprimere i propri dubbi e le proprie paure.
Dare alla donna il “diritto” di scegliere di lavorare fino al giorno del parto, non significa riconoscerle la libertà di autodeterminarsi, ma – più banalmente – lasciarla sola in un momento decisivo della sua vita. Chiederle, ancora una volta, di arrangiarsi, di mettere insieme cose che è impossibile mettere insieme, di inventarsi faticose strategie di sopravvivenza. Significa che, ancora una volta, la società riconosce come meritevole e degno solo il lavoro produttivo, quello che genera denaro e profitto. Significa ribadire, ancora una volta, che la maternità non è altro che un inciampo, un peso di cui spetta alle donne farsi carico.
Significa sostituire il modello della santa madre di famiglia con un modello quasi altrettanto odioso: la super donna. Che questa super donna sia una brillante manager in carriera o una più modesta impiegata delle Poste non fa sostanzialmente differenza. Se vuole sopravvivere si misuri con il mondo moderno: competizione anziché solidarietà, meritocrazia anziché uguaglianza, individualismo anziché legami sociali.
Non bastano tre/quattro mesi a casa dopo il parto? Certo, non bastano. Battiamoci allora per estendere questo tempo, come già è in altri paesi civili. Vogliamo essere europei? Prendiamo esempio dalla Svezia (la vecchia socialdemocrazia ha ancora qualcosa da insegnarci), non da paesi come gli Stati Uniti che ancora non sono riusciti ad avere un serio sistema sanitario universale.
Chiediamo di più. Senza dare niente in cambio. Di diritti sottratti ne abbiamo già avuti troppi.
(Poi ci sono le altre. Quelle precarie, quelle senza diritti, quelle con le gambe gonfie, quelle che gli tocca uscire di casa all’alba per raggiungere il loro schifosissimo posto di lavoro, quelle che manco hanno un uomo accanto che dia una mano, quelle che ecc. ecc. .. Per loro un mese prima o un mese dopo non fa gran differenza: hanno perso comunque).

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