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Nelle Arabie le primavere sono brevi. Sarà per questo che siamo repentinamente slittati dalla lirica rivoluzionaria alla stagione di depressione economica, emergenza sociale e insicurezza geopolitica che investe lo spazio affacciato sul nostro mare. Rimossi i tiranni tunisino ed egiziano, le aspirazioni alla libertà e alla democrazia sono frustrate dalla reazione dei poteri tradizionali, militari in testa. Quanto alla Libia, non esiste più: il fantasma della Grande Somalia rischia di materializzarsi. Dalla Siria allo Yemen via Bahrein, siamo alla guerra civile. Se le sabbie mobili in-ghiottissero la monarchia saudita, sancta sanctorum del pluriverso islamico e serbatoio energetico mondiale, sarebbe inverno gelido per tutti. Il rosario di rivoluzioni e controrivoluzioni in corso lungo la sponda Sud del Mediterraneo si profila come espansione dell' area di instabilità afro-asiatica prodotta dall' esaurirsi della guerra fredda.

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di Barbara Spinelli, da Repubblica, 29 giugno 2011 - Le chiamano guerre senza uomini, unmanned wars, e stanno stravolgendo il nostro rapporto con i conflitti militari e anche col potere. Protagonista è un velivolo che non ha bisogno di pilota perchè basta schiacciare da lontano un bottone, e l'aggeggio parte: si chiama drone. A seconda della convenienza esplora terreni oppure decima persone: è un proiettile che varca oceani. Traiettoria, bersaglio, funzioni sono decisi da impenetrabili cerchie di tecnici e politici. Dopo aver bramato per anni guerre a zero morti, adesso Washington predilige guerre a zero uomini. Costano meno, e soprattutto non sono politicamente dannose: l'avversario stramazza, ma svanisce il rischio di veder tornare le salme dei nostri soldati. La connessione tra potere e opinione pubblica si spezza, così come si spezza il nesso tra guerra, legge, democrazia. Non solo.

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Quali sono le ragioni delle recenti proteste giovanili, e specialmente di quelle della forza lavoro scolarizzata e precarizzata? Esse affondano le radici nella crisi cognitiva che è la chiave per comprendere la sindrome del declino italiano ed europeo. Difficile farsi ascoltare e trovare ascolto in una situazione bloccata tra bassa crescita e alto debito pubblico. Nuovi soggetti, nuovi conflitti. Nell’ultimo anno abbiamo visto agire sulla scena pubblica alcuni movimenti inediti: studenti, ricercatori, precarizzati di vario genere, donne (in questo caso anche con un’intensa dialettica interna tra femminismo vecchio e nuovo). Su un diverso versante il conflitto industriale, legato al salvataggio di aziende, ma anche a una regressione sistematica delle tutele, ha assunto nuove configurazioni, attivando una profonda revisione delle culture sindacali, che è ancora in corso. Si dovrebbero aggiungere a questo panorama di conflitti sociali le numerose sindromi NIMBY diffuse nel territorio e sempre più articolate nelle loro ragioni, come anche le proteste legate al malgoverno dei rifiuti in Campania e non solo. Questa breve rassegna ci dice che la società non è così passiva come potrebbe sembrare, e che forze reattive sono in moto.

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Il modello politico turco costituisce un punto di riferimento per i paesi nordafricani in transizione verso un sistemo democratico. L’Unione europea, che grazie ai negoziati per l’adesione della Turchia all’UE ha contribuito al processo di riforma di Ankara, oggi ha l’occasione di rafforzare quel modello proprio ridando slancio ai negoziati. Le recenti elezioni parlamentari in Turchia hanno visto il Partito  giustizia e  sviluppo, con  una dirigenza dal passato islamista, vincere per la terza volta consecutiva, crescere ogni volta in percentuale (fino all’attuale 49,9%) e, per la terza legislazione successiva, essere in condizione di governare da solo. Se indubbiamente esistono preoccupazioni su un uso arrogante di questo vasto consenso politico al livello istituzionale, esso appare, tuttavia, riflettere la maturazione democratica di un paese in cui la politica per decenni ha fortemente ristretto i diritti politici, impedendo in particolare che etnicità e religione potessero assumere un ruolo di strutture ideologiche e organizzative in opposizione alla ideologia secolarista ufficiale.

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di Giorgio Arfaras - Atene è davanti a un bivio: risanare il bilancio per evitare di emettere nuovo debito pubblico (che intanto viene acquisito dal sistema finanziario europeo), o abbandonare l'euro per finanziare il deficit con una nuova Banca centrale nazionale. Meglio la prima opzione. Alla Grecia è richiesto un saldo primario (la differenza fra entrate e uscite dello Stato prima del pagamento degli interessi) positivo e cospicuo (data la consistenza del debito e dei relativi interessi) per risanare il proprio bilancio pubblico.  In questo modo l'avanzo si “mangia” gli interessi da pagare. Non si ha più necessità di emettere nuovo debito pubblico e il paese piano piano si “risana”. Fintanto che non arriva – grazie al surplus primario - ad annullare l'emissione di nuovo debito, ecco che gli altri paesi dell'Euro area e il Fondo monetario la finanziano, comprando il suo debito pubblico, ma chiedendole un rendimento inferiore a quello dei mercati.

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Nel giro di poco tempo i social network sono diventati una realtà concreta e irrinunciabile per molti, anche in Italia. Nel mondo, poi, hanno dato prova di essere uno strumento di aggregazione estremamente efficace. La politica italiana non sembra averne compreso appieno il potenziale, e continua a usarli come strumento di mera propaganda. Nonostante l’impossibilità di prevederne le direzioni di sviluppo, quello dei social network è senz’altro un fenomeno rivoluzionario per la vita dei singoli individui e, forse, per quella dell’intera società.

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sabato 2 luglio verso le cinque della sera apertura e incontro con gli artisti presenti

Pastirci
concerto della Piccola Orchestra della Glasbena Matica
di San Pietro e coro di voci bianche Mali Lujerij
su testi di France Bevk | direttore David Klodič

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grciadi Luciano Gallino, da La Repubblica, 24 giugno 2011 - La crisi greca rappresenta in modo impietoso come il sistema finanziario di fatto governi ormai la Ue mediante i suoi bracci operativi: la Commissione europea, il Fmi e la Bce. I governi eletti dal popolo hanno scelto da tempo di fungere da rimorchio al sistema finanziario. Avrebbero dovuto riformarlo dopo l'esplosione della crisi nell'autunno del 2008, quando, con le parole del ministro tedesco dell'economia di allora, Peer Steinbruck, «abbiamo visto il fondo dell'abisso». È vero che a Bruxelles si discute da due anni di riforme finanziarie, ma dinanzi alla natura ed alle dimensioni del problema si tratta del solito secchiello per vuotare il mare.

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di Cecilia Tosi - RUBRICA PUZZLE EUROPA . Dalla Croazia alla Grecia, i governi del continente fanno appello a Bruxelles per uscire dalla crisi. Ma la popolazione rema contro.Sarà il 28esimo membro dell’Europa unita, se gli altri 27 non se ne andranno prima. Nel luglio del 2013 la Croazia entrerà nell'Ue, secondo paese della ex Jugoslavia a raggiungere questo traguardo. Certo, non è ancora detta l’ultima parola, e in questi due anni Zagabria dovrà dimostrare di sapersi adeguare in tutto e per tutto agli standard richiesti dagli euroburocrati, ma Bruxelles ha ufficialmente riconosciuto l’efficacia delle riforme adottate fino ad ora e ha chiuso gli ultimi quattro capitoli del negoziato di adesione.

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akpDopo una campagna elettorale lunga e piuttosto aggressiva, le elezioni nazionali in Turchia si sono concluse con un risultato chiaro. Eppure, nonostante abbia quasi raggiunto il 50% dei voti, il partito di governo non ha forza sufficiente per cambiare la Costituzione. Sarà dunque necessario un accordo con le forze dell’opposizione per affrontare il compito più importante dei prossimi mesi: la stesura di una nuova Costituzione civile, che tenga in considerazione le richieste della popolazione curda. Un comico bavarese, Gerhard Polt, disse una volta parlando della politica bavarese «noi non abbiamo bisogno di un’opposizione. Siamo già democratici». La Turchia dopo le elezioni nazionali del 12 giugno ha quasi raggiunto quel punto in cui l’opposizione è ridotta a dati statistici. Il Partito giustizia e sviluppo (AKP) del primo ministro Recep Tayyip Erdogan è riuscito a conquistare per la terza volta consecutiva la maggioranza assoluta.

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