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noLa decisione del governo Merkel di chiudere tutti i reattori nucleari entro il 2022 non rappresenta un cambiamento improvviso o una reazione emotiva all’incidente di Fukushima, è invece frutto di una scelta strategica relativa al mix energetico che da più di dieci anni privilegia lo sviluppo delle fonti rinnovabili. La decisione del governo Merkel di chiudere tutti i reattori nucleari entro il 2022 ha una evidente, rilevantissima portata in termini energetici e politici. Innanzitutto per le conseguenze dell’impegno preso: i 17 reattori hanno garantito nel 2010 il 22% della risposta alla domanda elettrica, e per sostituirli occorrerà in 10 anni realizzare una fortissima crescita delle fonti rinnovabili e garantire, al contempo, l’equilibrio del sistema elettrico. Qui sta forse la novità più importante di una decisione che segue di pochi giorni quella del governo svizzero, che analogamente ha scelto di fissare la chiusura dei propri reattori nucleari al 2035.

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Su alcuni giornali, duecento morti o dispersi in mare come quelli dell'altro ieri, in una fuga della disperazione, non finiscono neppure più in prima pagina, scivolano in quelle seguenti fra le notizie certo rilevanti ma non eclatanti. Per sciagure analoghe, solo qualche anno fa pure un presidente del Consiglio si commuoveva o almeno sentiva il dovere di commuoversi pubblicamente. Le tragedie odierne dei profughi in cerca di salvezza o di una sopravvivenza meno miserabile che periscono, spesso anonimi e ignoti, in mare non sono meno dolorose, ma non sono più un'eccezione sia pur frequente, bensì una regola.

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rifiutiIl giro d’affari delle ecomafie ha assunto proporzioni preoccupanti. Il loro raggio d’azione non è limitato al Mezzogiorno, ma si estende alle Regioni del Nord Italia e addirittura oltre i confini nazionali, fino in Cina. È un vero e proprio business, del quale si spartiscono i profitti non soltanto le associazioni criminali, ma anche insospettabili funzionari pubblici e colletti bianchi. “Ginu u mitra”, all’anagrafe Luigi Abbate, è un boss di Cosa Nostra con un lungo pelo sullo stomaco a capo del mandamento di Porta Nuova, nel centro di Palermo. Conosciuto nell’ambiente della malavita per la sua abilità nell’uso delle armi: freddo e preciso come un Rolex. Con un buon fiuto imprenditoriale, bravo nel “lavare” e accumulare picciuli. Aveva fiutato l’affare che ruota attorno alla monnezza, soprattutto se giochi sporco, e per non dare nell’occhio si era impiantato dall’altra parte dell’Italia, a 1500 km di distanza: Lombardia e Liguria le sue mete.

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greciaDi fronte agli esiti negativi del piano di salvataggio della Grecia, varato lo scorso anno dall’UE, bisogna prendere atto che affrontare i problemi greci a livello comunitario è necessario anche per non mettere a repentaglio l'esistenza stessa dell'Unione.  Nelle ultime settimane l’unica cosa su cui sembrano concordare tutti i commentatori europei è che il piano messo in cantiere lo scorso anno per salvare la Grecia sia miseramente fallito. Lo ammettono tutti, sia quelli che ne avevano auspicato a lungo la creazione sia quelli che, già un anno fa, avevano ritenuto impossibile trascinare Atene fuori da quello che era il suo ineluttabile destino.

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di TITO FAVARETTO - Mentre nell'Unione Europea (UE) la crisi dei debiti sovrani e dell'euro si sta complicando, aumentano le divisioni e le rivalità tra gli stati rispetto ai problemi internazionali e i partiti euroscettici avanzano, anche le aree per le quali esiste una prospettiva di adesione all'UE, come i Balcani occidentali, cominciano a manifestare segni di malessere. La situazione economica, deteriorata a causa della crisi, evidenzia quasi ovunque una forte disoccupazione e tassi di sviluppo attuali e prevedibili troppo bassi per sperare di ridurla in tempi accettabili, mentre l'afflusso di investimenti diretti esteri è ancora troppo limitato. Sul piano politico i governi di paesi importanti dell'area, quali la Croazia e la Serbia, sono vicini alla scadenza elettorale e vivono una fase di incertezza per l'aumentato consenso delle opposizioni.

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Caro Magris, lei ha dolorosamente ragione. Tocca noi tutti («pure me stesso mentre sto scrivendo queste righe»: lei ha voluto sottolineare nell'articolo sul Corriere di sabato) l'assuefazione alle tragedie dei «profughi in cerca di salvezza o di una sopravvivenza meno miserabile» che periscono in mare. Le notizie relative ai duecento, forse trecento esseri umani scomparsi giorni fa in acque tunisine non riuscendo a salvarsi da un barcone travolto dalle onde, sono sparite dai giornali e dai telegiornali prima ancora che si sapesse qualcosa di più sull'accaduto. E con eguale rapidità è sembrata cessare la nostra inquietudine per un fatto così atroce. Non si è trattato - lo sappiamo - di un fatto isolato, ma di un susseguirsi, negli ultimi mesi, di tragedie simili. Lei ha spiegato con crudezza come miseria della condizione umana l'acconciarsi a convivere con quella che diviene orribile «cronaca consueta». Ma se in qualche modo è istintiva l'assuefazione, è fatale anche che essa induca all'indifferenza?

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La recente crisi economica avrebbe potuto portare a un ripensamento del nostro sistema produttivo: i rifiuti industriali e quelli solidi urbani potrebbero ridursi drasticamente se solo stili di vita e normative evolvessero in senso sostenibile. Delocalizzare la produzione non serve; bisogna invece promuovere a livello mondiale processi produttivi attenti all’ambiente. Produrre rifiuti e quindi gestirne il processo di smaltimento è connaturato all’agire umano, ma è solo con l’affermarsi di un’economia di mercato che il fenomeno ha assunto proporzioni ormai bibliche. Al fine di affrontare il tema in modo costruttivo è necessario esplorarne attentamente le determinanti, per sfuggire ai luoghi comuni e provare a comprendere perché anche una buona legge come il decreto Ronchi sia risultata sostanzialmente inefficace. Una buona legge sicuramente nelle intenzioni: le famose “4 R” del decreto prevedevano infatti un percorso integrato che iniziasse con la riduzione all’origine dei rifiuti, il riuso, il riciclo dei materiali ancora utilizzabili e infine il recupero, sia in termini di energia che di materia.

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Quanta complessità si cela dietro il semplice gesto di aprire un rubinetto per vederne sgorgare dell’acqua potabile, di buon sapore, inodore, incolore e disponibile in ragionevoli quantità e a tariffe accessibili? Nel dispiegarsi delle numerose attività che caratterizzano la nostra vita quotidiana, di norma il consumo dell’acqua calda è considerato un fatto talmente naturale che il suo significato è stato traslato, nell’uso comune, come allegoria e rappresentazione del concetto stesso di banalità. Eppure, nel semplice gesto con cui la mattina si apre un rubinetto per farne uscire acqua calda è contenuta una complessità che riassume e comprende in sé molte delle categorie che caratterizzano la società moderna come la conosciamo.

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Mentre ce ne stiamo mollemente accovacciati sui nostri divani, di fronte alle nostre televisioni, a imbeverci di qualche ennesimo tabù sugli “stranieri”, concentrati su e al contempo distratti da un Mediterraneo che non unisce, bensì divide, ci accontentiamo di quanto viene raccontato, dimenticandoci, a tratti, di qualche altro luogo... L’urgenza di trasformazione e progettualità, di una speranza che getti luce sul futuro, allontanando anni bui, proviene dall’esigenza di una libertà garante di ogni strumento per scelte coscienti. Un bisogno che abbatte il muro innalzato dopo l’11 settembre: i progressisti da una parte del Mediterraneo, tutti integralisti dall’altra, contraddicendoci però nel tributare onori a qualche dittatore di “laggiù”. Un’esigenza che impone al nostro occhio di non deformare realtà in via di transizione e consolidamento, lento o rapido. Senza che il nostro intervento pretenda di strumentalizzarle, allo scopo di intrappolarle.

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Pubblichiamo un brano della nuova introduzione scritta dal giornalista e scrittore Paolo Rumiz in occasione della ristampa del suo libro "Maschere per un massacro" (Feltrinelli). di PAOLO RUMIZ Afan, il pittore sarajevese un po' fuori di testa che nella mia ballata bosniaca "La cotogna di Istanbul" divide a guerra finita con Max Altenberg rakija e pensieri, nomina con amarezza e disincanto «quella parola pomposa, 'Europa'/ che gli era diventata insopportabile,/ l'Occidente, che invece di capire/ l'imbroglio nascosto dietro la guerra/ a vista d'occhio si balcanizzava». E il narratore, usando parole simili, ci introduce fin dal prologo in «una cosa che noi chiamammo guerra/ e invece fu, ve lo posso garantire/ io che l'ho vista da molto vicino,/ solamente un imbroglio sanguinoso». Sono passati vent'anni da quell'inizio (sono del maggio 1991 i primi ammazzamenti attorno a Vukovar sul Danubio) e ancora non trovo una parola migliore di "imbroglio".

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Le mie memorie

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Da Aiello, piccolissimo paese del Friuli orientale, alla Cina passando dalla Russia dopo esser cresciuto in Brasile.
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