di Guido Rossi da Il Sole24ore - La decisione della Banca centrale europea di approvare il piano di acquisto di titoli di Stato dei Paesi dell'Eurozona sul mercato secondario, subordinandolo a precise condizioni di rigore e al resto delle modalità ben note, costituisce senza dubbio alcuno un provvedimento contro la speculazione finanziaria atteso da tempo. Due osservazioni, di fronte a questa decisione presa col voto contrario del rappresentante tedesco, tuttavia si impongono.

La prima, che costituisce la più rilevante obiezione a questa importante funzione della Bce, è che essa avrebbe in tal modo minato la sua indipendenza dalla politica. L'obiezione, soprattutto tedesca, suona grossolana e fuorviante, poiché semmai sono la politica stessa e la democrazia degli Stati deboli ad essere dipendenti ed eterodirette, tra gli altri dalla Banca centrale, che mantiene invece una sua dignitosa indipendenza e che esercita fortunatamente con decisa autorità i suoi poteri.
La seconda osservazione, di molto maggior rilievo, è che se questa decisione può avere effetti benefici contro la speculazione sui titoli di Stato dei Paesi dell'euro, certamente non costituisce alcun passo in avanti per quella, invano continuamente a parole ricercata, unità politica dell'Europa, che neppure per gradi si è finora riusciti a raggiungere. Quest'ultima considerazione ne porta purtroppo con sé un'altra, provocata dal Leviatano tecnico-burocratico che, nel suo esercizio di potere nello stato di eccezione, minaccia tracolli e baratri, sottovaluta completamente gli effetti nefasti di una giustizia sociale sempre più assente e quindi poco si occupa della "nuova peste" incombente, la quale ha due sinonimi fra loro collegati: disoccupazione e povertà. Il rischio povertà è ufficialmente stato valutato dal l'Ocse e dalla Commissione europea, nel corso della conferenza "Jobs 4 Europe", tenutasi il 6 e 7 settembre scorsi. Essi hanno stimato in 116 milioni le persone nei Paesi dell'Unione a rischio povertà.

Non solo. Vi sono altresì 7,8 milioni di giovani tra i 15 e i 24 anni che non hanno impiego e che non stanno studiando. Le percentuali in Grecia, Spagna e Italia sono le più alte di tutta l'area dell'Euro.
Le prospettive sono agghiaccianti, tanto che nel discorso di apertura Angel Gurrìa, il segretario generale dell'Ocse, l'Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo, si è riferito ai giovani dichiarandoli una «lost generation». Alla disoccupazione e alla povertà così estese in Europa i governi offrono sacrifici e privazioni.
A questi dati ufficiali delle istituzioni internazionali corrispondono dichiarazioni di importanti imprese europee tra le quali il colosso anglo olandese Unilever, il cui numero uno per gli affari europei Jan Zijderveld, in un'intervista di qualche giorno fa al Financial Times, ha esordito dicendo che «la povertà è tornata in Europa», e che quindi «non ha senso offrire mega pacchi di detersivo, che costano al minimo metà del budget giornaliero dei consumatori». La conseguenza è che Unilever in questa Europa dove le misure adottate contro la crisi del debito sovrano hanno gravemente colpito il potere d'acquisto, nonché i metodi di produzione e di distribuzione, deve profondamente modificare questi ultimi e renderli simili a quelli che funzionano in grandi paesi asiatici dove è scarso il potere d'acquisto. Le strategie finora seguite non servono più e gli esempi che vengono fatti per andare incontro alla riduzione dei consumi sono stupefacenti.
Non diverse valutazioni emergono dal "rapporto Coop 2012", leader italiano della grande distribuzione. Il rapporto evidenzia come in Italia i redditi siano i più bassi d'Europa, e per il suo Presidente non vi sono dubbi che «per il consumatore italiano è l'anno peggiore dal dopoguerra». Nonostante l'Italia sia l'unico paese in cui diminuiscono i risparmi, i consumi segnano un calo rispetto al picco della crisi economica del 2009, con un'ulteriore previsione al ribasso.
Si ripropone allora, per chi tiene il governo della politica, oltre alla necessità su cui abbiamo più volte insistito, di lottare nel perseguire una vera Unione politica europea, di comunque, a evitare che gli attuali cittadini d'Europa non la rifiutino, promuovere politiche di giustizia sociale. Queste devono garantire, pur non trascurando l'esaltato, ma spesso nell'applicazione ingiusto criterio della meritocrazia, non tanto il mito degli uguali, ma i diritti fondamentali garantiti da tutte le Costituzioni a una vita dignitosa, alla salute, al lavoro e alla cultura.
Non mi resta allora che chiudere citando la conclusione del recente libro del filosofo dell'Univerità di Harvard Michael J. Sandel «What money can't buy» (2012): «La democrazia non esige uguaglianza perfetta, ma richiede che i cittadini condividano una vita comune. Ciò che importa è che la gente di diversi background e posizioni sociali si incontrino e si confrontino l'un l'altro nella vita di tutti i giorni. È così che sopportiamo le reciproche differenze e arriviamo ad occuparci del bene comune»

 

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