di Giona A. Nazzaro da MicroMega - Non si può che essere profondamente grati a Marco Bellocchio per il suo enorme coraggio. Un coraggio non declamatorio, che non si manifesta nelle prese di posizione e nelle dichiarazioni di principio. Bensì un coraggio che si annida nel cuore stesso della poietica e poetica di un gesto cinematografico il cui terreno di elezione è il territorio, fisico, mentale, politico e spirituale di un paese (moralmente ed eticamente) in ginocchio. Un coraggio, dunque, che s’origina dalla propria vocazione artistica, dal proprio bisogno di fare cinema e che per potersi esprimere pienamente non può che affrontare quelli che sono i nodi inevitabili del nostro vivere comune.

Sì: anche solo per omaggiare il titolo più citato della filmografia bellocchiana, il regista conserva ancora saldamente serrati i suoi pugni in tasca. E se rispetto al passato, dove la sua potenza creativa si esprimeva a tratti addirittura violentemente contro il cinema stesso (inteso come linguaggio di un consenso da mettere in crisi e spezzare), e oltrepassata l’esperienza sensuale e schiettamente insurrezionale ma vilipesa (purtroppo) e a tratti rifiutata dei film compresi fra Diavolo in corpo e Il sogno della farfalla, Bellocchio, dicevamo, a partire da Il principe di Homburg, ha come abbracciato la sua vocazione eversiva calandola però dentro un piacere ritrovato e rinnovato del fare cinema.

Così facendo Bellocchio, mentre intorno a lui il cinema italiano sempre più smarriva la sua strada (a prescindere dalle eccezioni stagionali e dai soliti nomi), affronta(va) un percorso di assestamento del proprio lavoro guidato da uno sguardo implacabile e sedotto da un piacere del filmare che non aveva e, alla luce di Bella addormentata ancora di più, non ha eguali in Italia.
Ed è questo piacere che Bellocchio ha eletto a luogo deputato del conflitto del proprio fare cinema. È in questo principio del piacere che si attua la differenza cinema (che non a caso è stata osteggiata violentemente persino in fase di realizzazione [censura preventiva?], perché, tanto vale dirlo a chiare lettere, in questo paese, oggi, film come Bella addormentata si vorrebbe che non esistessero…).

Bella addormentata, in questo senso, non è un film capitale del nostro cinema perché affronta “contenutisticamente” il dramma Englaro. No. Bella addormentata è un film capitale, probabilmente tra i più importanti del regista e del nostro cinema, perché offre lo spettacolo, rarissimo in Italia, di un’intelligenza critica che si confronta e scontra con il proprio paese attraverso gli strumenti critici che il proprio lavoro mette a disposizione. È dalla passione per l’atto del filmare che nasce l’indiscusso valore politico del film (d’altronde il contrario non è mai vero…). Nel puntare il suo sguardo sull’Italia di oggi, Bellocchio si mette in gioco prima di tutto come creatore di forme filmiche ed è affidando a queste l’immagine del suo discorso che la politica torna finalmente a essere una cosa viva. Un processo organico, complesso e non banalmente ideologico.

La sottile linea buia lungo la quale oscilla Eluana Englaro, una vita che non è più una vita, diventa il cono d’ombra nel quale piombano le coscienze di un paese intero. Quella vita che non è più una vita, diventa il segno di una morte in vita di un paese che contempla il proprio venire meno con attonito disinteresse e stupore idiota.

Ed è in questa notte infinitamente buia della coscienza che Bellocchio affonda Bella addormentata, trovando in Daniele Ciprì un complice in grado di riuscire a declinare e coniugare al presente le innumerevoli gradazioni dell’oscurità. In questo senso è Bella addormentata il vero Buongiorno, notte del regista. Non a caso Bella addormentata si riallaccia fortissimamente a L’ora di religione, altro film situato sul crinale del crepuscolo del “sistema Italia”.

Bellocchio è come se materializzasse il malessere di un paese malato terminale che attende solo il referto clinico che ne accerti il decesso. Ed è in questo snodo esatto che il piacere del cinema di Bellocchio diventa la chiave di volta che permette l’affermarsi di uno sguardo schiettamente politico. Perché il regista, pur nutrendo posizioni evidentissime (e assolutamente condivisibili), non affida il proprio discorso alla sua invettiva, ma al piacere dell’inquadratura, al rigore del montaggio, alle dinamiche di un lavoro con gli attori che ha dell’incredibile per come è puntuale e articolato. Ed è il suo cinema che si offre come differenza, come discorso. La differenza del fare diventa così, dialetticamente, materialisticamente, la differenza del pensiero. Alterità. Differenza.

Lo spettacolo che offre Bellocchio oggi è quello di un lavoro, il cinema, che materialisticamente, ossia come processo di un fare, come immagine di una progettualità, si fionda nell’agone della storia presente (per dirla con D’Orsi), per chiedere conto e ragioni al proprio paese in virtù del suo essere “poiesia”, ossia processo di una creazione che inevitabilmente è anche politica.

Nell’intrecciare una polifonia di corpi, voci e storie, alternando numerosi registri drammatici, osando riferirsi alla cronaca recente come se si trattasse di antiche storie mitologiche, mettendo in scena una classe politica che sembra uscita direttamente dal Satyricon felliniano, senza per questo indulgere in facilissime invettive, anzi sorprendendoci per la pietas, per quanto ironica, attraverso la quale il suo sguardo mette in scena anche il cosiddetto avversario, il film si rivela una delle creazioni più rigorose e complesse della filmografia del regista (per non dire del sottilissimo lavoro di decoupage e delle musiche di Crivelli che letteralmente reinventano la vicenda del film attraverso timbri, tonalità e ritmi).

Bellocchio, oggi più che mai, è il cineasta della complessità. E come artista il regista sceglie la strada più ardua: il rifiuto radicale di lasciarsi sedurre dalla semplificazione. E nel percorrere la strada della complessità, il suo sguardo si apre alle possibilità del mondo. Ed è in questo suo aprirsi al mondo che il coraggio di Bellocchio risplende in tutta la sua audacia. L’audacia di un cineasta che al colmo della sua potenza espressiva chiama a rendere conto la coscienza di un intero paese di fronte a un evento indicibile eleggendolo come segno di una resa ineluttabile. Una resa che è la notte del nostro vivere comune.

Ed è la luce e la verità di questa solitudine invincibile (verità cinematografica, intesa come bellezza della giustezza delle soluzioni adottate in sede poietica dal regista), a fare di Bella addormentata un’esperienza filmica che commuove sino alle lacrime e oltre.

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