Apertamente

di Emilio Carnevali, da MicroMega - Nel libro di Matteo Orfini “Con le nostre parole. Sinistra, Democrazia, Eguaglianza” una riflessione critica sulla sinistra riformista italiana dell'ultimo ventennio. Un'analisi per imparare dagli errori commessi e per affrontare nel modo giusto la futura sfida per il governo. Ho inserito fra le mie letture estive questo libro di Matteo Orfini per diverse ragioni. Innanzitutto per il titolo: “Con le nostre parole. Sinistra, Democrazia, Eguaglianza” (Editori Internazionali Riuniti, pp. 223, euro 16,90). La parola Democrazia ha avuto ed ha ancora una certa popolarità a sinistra (forse ne avuta addirittura troppa, visto che si è trovata a sobbarcarsi l'intero compito di “qualificazione” di un partito – il Pd – definito senza altri aggettivi). Al contrario la parola Eguaglianza è stata a lungo relegata in un cono d'ombra. La si maneggiava con imbarazzo, quasi come un ferro vecchio non adatto alla moderna cassetta degli attrezzi del riformismo à la page. È dunque un segnale incoraggiante il fatto che torni ad essere citata – e rivendicata – sin dai titoli.

L'altra, e la principale, ragione che mi ha spinto a leggere il libro è la biografia dell'autore: si tratta infatti del “classico” dirigente di partito («membro della segreteria nazionale del Partito democratico»: così è presentato sulla controcopertina). Confesso che ultimamente i dirigenti di partito, anche a prescindere dal partito, mi ispirano una calorosa e intenerita simpatia. Credo che nessun'altra categoria sia attualmente più detestata nel nostro Paese. Al bar sotto casa mia, nell'estrema periferia est di Roma, sono solo due i gruppi umani che riescono a raccogliere un condensato di odio così grumoso e duro: “gli zingari” e “i politici”. Ma dopo lo sgombero del campo Rom da anni insediato nel quartiere, “i politici” stanno vivendo una florida stagione da protagonisti.

Pur senza voler sottovalutare le più che giustificate ragioni di fondo del discredito diffuso oggi per “la politica” e “i politici”, ritengo che questo pregiudizio indiscriminato sia sbagliato e pericoloso. Lo scorso giugno la Fiom ha organizzato una giornata di confronto e riflessione con diversi leader politici ed esponenti della società civile. Nel corso del suo intervento Mario Tronti ha pronunciato parole al tempo stesso provocatorie e sagge: «Badate», ha detto il padre nobile dell'operaismo italiano, «l'antipolitica è una politica che oggi viene dall'alto. E dall'alto si appropria del basso e crea un circuito che bisogna assolutamente spezzare. È una realtà che va assolutamente combattuta. Tutti coloro che offendono – in buona e in cattiva fede (oggi sono tanti quelli che lo fanno in buona fede) - tutti coloro che offendono i partiti, tutti coloro che offendono la politica senza distinzioni recano un danno ai lavoratori. Non recano un danno ai partiti o alla politica. Recano un danno ai lavoratori».

La logica di questo ragionamento è la filigrana che attraversa anche il libro di Orfini. L'obiettivo, l'idea guida dalla quale nasce il concetto stesso di sinistra, spiega l'autore, è «il riequilibrio di ricchezza e di potere». Tale riequilibrio ha però bisogno di strumenti. In primo luogo di un'autorità pubblica capace di mettere in discussione gli assetti risultanti dal libero dispiegarsi delle forze di mercato. E di farlo nel nome di principi di equità, di salvaguardia dei diritti di cittadinanza e di una traiettoria di sviluppo accompagnata dal consenso democratico e non semplicemente imposta dagli interessi dei grandi gruppi economici. Ecco quindi che il progetto di un «riequilibrio di ricchezza e potere» è inestricabilmente legato a quello del riconoscimento di dignità, ruolo e importanza alle istituzioni. E con esse a quelle “agenzie” cui la Costituzione riconosce il compito di organizzare il consenso e la partecipazione dei cittadini nella vita politica: i partiti, appunto.

Orfini punta il dito contro alcune campagne d'opinione che hanno accompagnato il passaggio dalla Prima alla Seconda Repubblica: «Attribuire ogni responsabilità a partitocrazia e consociativismo fu solo lo strumento attraverso cui portare il paese ad accettare, pur in una traduzione stracciona, quel pensiero neoconservatore che teorizzava stato minimo e privatizzazioni, deregolamentazione e decisionismo». Il risultato fu l'avvento al potere del campione indiscusso dell'antipolitica, l'imprenditore estraneo alle polverose liturgie del Palazzo: Silvio Berlusconi. Da qui Orfini conia l'espressione di «liberismo antipolitico», una sorta di via italiana al reaganismo secondo la quale «se il privato è sempre la soluzione, lo Stato è sempre il problema» (e se tutti i politici rubano o creano inefficienza – aggiungo io – non si vede perché la gestione dei servizi idrici vada lasciata ai comuni, come sostiene, ad esempio, il “Movimento 5 Stelle”, e non vada invece affidata alla impersonale razionalità delle aziende quotate in borsa).

La lunga egemonia delle dottrine liberiste anche nella sinistra riformista italiana è l'altro bersaglio polemico di Orfini, che non risparmia critiche molto severe al suo partito di provenienza (in tutte le sue metamorfosi storiche post-Bolognina): «La sostanziale subalternità ad uno spirito del tempo conservatore, per altro condivisa con la gran parte dei gruppi dirigenti della sinistra europea, è la ragione più profonda del fallimento» delle recenti esperienze di governo, «quella che ha più inciso sulla qualità del loro riformismo».

Anche oggi, nonostante i passi in avanti che anche all'interno del Pd sono stati fatti per un ripensamento critico di quell'impianto teorico-programmatico, non si può dire che la stagione del “liberismo di sinistra” si sia definitivamente esaurita. Ne è una dimostrazione la distanza fra molte opinioni sostenute da Orfini nel libro e le posizioni ufficiali del suo partito sugli stessi temi. Il dirigente del Pd giudica ad esempio l'introduzione del vincolo del bilancio in pareggio in Costituzione come «una scelta sbagliata non soltanto per gli effetti che essa potrà avere, ma anche per il messaggio che ha finito ancora una volta per veicolare: l'interesse pubblico – rappresentato univocamente dall'efficienza economica e giudicato insindacabilmente dai mercati finanziari – deve essere protetto dai difetti dei meccanismi democratici, limitando quanto più possibile i margini di manovra dei governi».

Quanto al passaggio da Berlusconi a Monti, è salutato da Orfini come l'avvento di un «governo serio e autorevole» dopo gli anni bui precedenti. Viene tuttavia formulato un giudizio molto distante da quello degli apologeti più entusiasti del nuovo corso: «Monti assumeva fino in fondo il nucleo di analisi e letture che avevano fino a quel punto ispirato le politiche europee, nonostante l'evidenza ne dimostrasse sempre più l'inefficacia. L'austerità rimaneva un dogma intoccabile e il tema della crescita, più volte enfatizzato dal premier anche in sedi internazionali, non portava mai a mettere in discussione gli obblighi assunti con l'Europa, come il pareggio di bilancio nel 2013 o il contenuto della lettera Bce. Ma era impossibile investire seriamente sulla crescita e fermare la spirale recessiva dovendo al contempo rispettare vincoli tanto stringenti». Ne consegue la necessità che la sinistra riformista affronti anche quest'esperienza di governo “emergenziale” con un punto di vista “autonomo” e si prepari ad una alternativa politica caratterizzata da una netta discontinuità.

Concludo con due critiche al libro di Orfini, che d'altra parte è ricco di riflessioni intelligenti e condivisibili. La prima è di “forma”: a volte si ha l'impressione di un sovrappiù di astio contro questo eterogeneo – e spesso contraddittorio – “mondo dell'antipolitica”. Condivido la sua severa analisi sui pericoli di cui è gravido un certo qualunquismo anticasta: la sfida che però oggi i dirigenti politici della sinistra si trovano di fronte non può prescindere da esso. Dal tentativo cioè di “costituzionalizzarne” almeno una parte, attingendo all'innegabile riserva di “civismo” che nell'inverno della politica lì si è depositata. È un pensiero sbagliato – oltre che intrinsecamente di destra – quello secondo cui tutti i politici sono dei farabutti. È del tutto ragionevole, però, “tifare” per la legalità e la giustizia contro l'immunità dei potenti, o per l'efficienza della pubblica amministrazione contro gli spechi del denaro pubblico (cioè delle tasse pagate dai lavoratori). E comunque il “realismo togliattiano” – per citare un “magistero” che Orfini sembra apprezzare particolarmente – impone di fare in qualche modo i conti con questo mood del nostro tempo.

Il secondo appunto è più nel merito dell'analisi svolta nel libro. Più in particolare rimanda all'interessante indagine delle matrici culturali del “liberismo di sinistra”. Esso non è solo figlio dell'invocazione della potenza rigeneratrice del mercato dopo il medioevo della partitocrazia. E non è solo il frutto di un “nuovismo” naïf che ha tentato di sostituire con l'abracadabra della comunicazione la fatica del progetto (così mi par di capire che l'autore inquadri la fase della segreteria Veltroni). È anche il risultato di un malinteso “primato della politica”, che ha pensato di poter costruire “a tavolino” un nuovo blocco sociale semplicemente cooptando – o comprando – pezzi di establishment in cambio della possibilità di mettere le mani nella marmellata del patrimonio pubblico. Correvano i tempi in cui Palazzo Chigi era «l'unica merchant bank dove non si parla inglese», come li ha definiti Guido Rossi.

Ora la sinistra è chiamata a voltare pagina. La via indicata recentemente da Orfini – che ha sollecitato un radicale ricambio anche nel personale politico di governo rispetto alle fallimentari esperienze del passato – può essere quella giusta.

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