di Claudio Sardo da l'Unità - La scomparsa di carlo maria martini, uomo del dialogo, testimone cristiano della speranza, ha toccato i sentimenti degli italiani e, come capita talvolta di fronte a eventi non previsti, il Paese riscopre di colpo un senso di comunità. È una luce sull’Italia inquieta, dove prevalgono paura e sfiducia. E non è la sola luce: abbiamo visto la solidarietà attiva verso l’Emilia colpita dal terremoto, i giovani che hanno riempito i campi di lavoro di Libera nelle terre sottratte alla mafia, i lavoratori che moltiplicano gli sforzi e le lotte per tenere viva le industrie anche quando le proprietà si dileguano, gli imprenditori che viceversa tengono aperte le loro aziende nonostante la crisi e i sacrifici crescenti. Restiamo un grande Paese.

Ma la speranza che viene dai testimoni migliori va alimentata con giuste battaglie e buona politica.
L’Italia è a un bivio. È davanti a una scelta di portata storica. La Seconda Repubblica è finita in macerie, e bisogna ricostruire. Anche l’ideologia liberista, che ha dominato gli ultimi decenni fino a imporsi quasi come una forza della natura, ha fatto fallimento e a tutt’oggi non è stata sostituita. Sono in gioco al tempo stesso il futuro delle nostre democrazie, il modello sociale che i nostri padri hanno costruito e i redditi delle persone più deboli, persino del ceto medio. Non ce la faremo da soli. La chiave di una nuova crescita è europea. Ma non ce la farà l’Europa se l’Italia mancherà all’appello. Non ce la farà l’Europa se da noi si impoverirà il lavoro, se arretreremo nella manifattura, nella ricerca, nell’istruzione, nella capacità innovativa. Il calo dell’occupazione non è solo il drammatico volto umano della crisi: è il segno profondo degli squilibri che stanno portando l’Europa al declino, assai più dell’ammontare del debito pubblico.
Il bivio dell’Italia è anche politico. Occorre cambiare rotta, dare il senso dei nuovi traguardi sociali e democratici. Ma il cambiamento è possibile solo se sarà sancito da un voto popolare. Per questo le prossime elezioni avranno un grande peso. Nella sostanza le alternative politiche sono due: un nuovo governo Monti o un governo Bersani. Nel primo caso la grande coalizione diventerà da caso eccezionale a condizione obbligata e duratura. Le tecnocrazie europee e le oligarchie interne conteranno più delle rappresentanze parlamentari. I partiti saranno ulteriormente sfibrati e screditati. L’avversione alla politica aumenterà e chissà che alla fine il populismo non sfoci in autoritarismo.
Il governo Bersani è la sola alternativa realistica a questo scenario, perché oggi solo il Pd e il suo leader sono in grado di promuovere un’alleanza nella società, nel Parlamento e nel centrosinistra europeo e di sostenere un progetto di cambiamento. Il Pdl non è stato capace di dar vita ad un vero partito dopo la rovinosa caduta del governo Berlusconi. Il Cavaliere sta per tornare in campo ma non ambisce a nulla più che a un’azione di contenimento: non vuole vincere, gli basta impedire a Bersani di vincere. L’Udc di Casini ha fatto un’apertura di credito al segretario del Pd, ma ha sempre in Monti una carta di riserva: del resto, Casini ha già fatto capire che l’apertura a Bersani non è trasferibile a Renzi o a Vendola, nel caso le primarie dovessero avere un esito a sorpresa. Ovviamente neppure Grillo punta alla vittoria: vuole fare l’oppositore totale e l’ideale per lui è che resti la grande coalizione, così potrà alimentare la campagna di odio verso i partiti «tutti uguali». Vendola ha avuto il coraggio di rompere l’inerzia della sinistra radicale: la sua candidatura alle primarie è anzitutto una sfida – a se stesso e all’intero centrosinistra – per rilanciare le ragioni di un progetto comune di governo. Ma anche il leader di Sel deve vedersela all’interno con chi non vuole costruire patti strategici con il Pd e magari usa l’inservibile Di Pietro per tenere alto il conflitto con i democratici e allontanare ogni vera responsabilità di governo.
Chi ha pensato nelle scorse settimane che la strada del Pd verso il governo fosse spianata, dovrebbe essere ricoverato. La battaglia sarà durissima. E le forze ostili sono tutte in campo, avendo già costruito alleanze trasversali. Nessun complotto, sia chiaro. La convergenza tra Grillo e Di Pietro da un lato e Berlusconi dall’altro è oggettiva: vogliono che Monti continui anche nella prossima legislatura, così ognuno avrà i dividendi della sconfitta del Pd. L’attacco brutale al presidente della Repubblica è solo un assaggio di ciò che può accadere nei prossimi mesi: chi non ha la forza per candidarsi a guidare il Paese, giocherà affinché non vinca nessuno e la ricostruzione non cominci, a costo si sfasciare le istituzioni.
Il Pd ha una grande responsabilità. Deve dare un’anima, una speranza al cambiamento delle politiche economiche e sociali: lavoro ed equità innanzitutto, dentro un quadro di sicurezza e di alleanze in Europa, facendo tesoro del lavoro migliore di Monti. E deve corpo al rinnovamento anche negli uomini. Basta egoismi, basta personalismi. Anche la sconfitta potrebbe avere stavolta una portata storica e travolgere molto più di una classe politica. I passaggi sono molto difficili, anche perché il Parlamento ha una maggioranza di centrodestra e una buona parte della borghesia italiana continua a strizzare l’occhio all’antipolitica. Occorre cambiare la legge elettorale: con il Porcellum ci saranno solo macerie. Occorre fare delle primarie il cantiere di un progetto unitario e non lo strumento per dividere aree di potere. Occorre proporre un governo aperto ai contributi migliori della società, senza settarismi, anzi con uno spirito costituente. In gioco è la ricostruzione democratica, civile e sociale del Paese, come dopo la guerra.

 

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