Apertamente

di Stefano Casertano da Linkiesta del 5/5/2013 - La scelta di Berlino non è tra eurobond o breakup, ma su guidare o meno l’Europa fuori dalla crisi. Angela Merkel verso le elezioni di settembre. BERLINO - Quando si parla di salvare l’euro – e possibilmente l’Europa – il punto di vista tedesco risponde spesso a una forma estrema di ortodossia politica: la colpa del disastro è del “Sud che non si è riformato”, per questo la via della salvezza deve passare attraverso le riforme. Si sostiene che “la maggior sfida per paesi come la Spagna e l’Italia rimane la competitività. La periferia può crescere di nuovo solo se riuscirà a esportare di più”, nelle parole del tedesco Daniel Gros, direttore del Center for European Policy Studies di Bruxelles. Anche secondo il noto professore di economia di Monaco Hans-Werner Sinn, “per riacquistare competitività, i paesi meridionali devono ridurre il prezzo dei propri servizi”. Il concetto rimane sempre lo stesso da ormai un paio d’anni: austerity e riforme, così che i paesi si rimettano in piedi. Il problema è che in questo approccio c’è una contraddizione in termini: se i paesi tornassero veramente “competitivi” sul modello tedesco, e se riprendessero a esportare, il primo paese a rimetterci sarebbe la Germania. Ci sono molti segnali in questo senso.

Più che teoria economica, quella dell’austerity e delle riforme sull’impronta germanica – e in particolare sullo stile delle riforme “Agenda 2010” volute dall’SPD nel 2004 – è ipocrisia economica. Sono i numeri a parlare, e sembrano essere più eloquenti di Daniel Gros: le esportazioni dei paesi in crisi sono già in piena crescita, quasi in boom. Tra il 2009 e il 2012, le esportazioni greche sono aumentate del 76%, quelle portoghesi del 43%, le spagnole del 33% e le italiane del 28%. Ciò tanto varrebbe per sostenere che il modello “export-intensive” non è la formula magica per risollevare le sorti dell’euro.

Fonte: Totale esportazioni annuali delle prime dodici economie dell'area euro in milioni di euro (Eurostat)
Anche perché, nonostante le esportazioni in crescita, le economie dei PIGS si sono contratte. C’è di più: considerando le maggiori dodici economie dell’euro, il totale del Pil al 2013 non tornerà ancora al livello del 2010 – ed è in costante diminuzione dal 2011. In Europa non si è creata ricchezza: la si è solo trasferita.

Evoluzione del Pil nelle principali 12 economie europee, ordinate per tassi di crescita dal 2010 al 2013 (Eurostat)

Lo stesso professor Sinn da Monaco non trascura di riconoscere che il sospirato aumento di competitività nei paesi meridionali, comunque necessario, sta già avvenendo perché la crisi sta abbassando i costi produttivi. Secondo Sinn, una soluzione migliore sarebbe quella di una “crisi meditata”, che passi attraverso le sacrosante riforme e l’austerity.

Sembra quindi che ci siano due soluzioni. La prima è quella che sembra sia stata adottata dai PIGS: massacrarsi di crisi, non riformare, e esportare meglio con costi più bassi. Come abbiamo visto, non funziona – o meglio, funziona ma avvantaggia solo settori limitati dell’economia. Come tutti i sistemi economici orientati all’esportazione, anche l’Italia se si concentra sulle vendite all’estero come panacea risente di polarizzazione economica (di redditi e rendite). È anche per questo che in Italia tirano il lusso e la distribuzione a basso costo, senza classe media.

E per quanto riguarda l’austerity con le riforme? Il problema, con buona pace di Sinn e Gros, non sono le esportazioni, ma la domanda interna dei PIGS. I consumi sono a terra, e i tedeschi lo dovrebbero sapere bene. Nel 2012 le esportazioni italiane verso la Germania sono scese lievemente (-1,1% rispetto al 2011), mentre le esportazioni tedesche verso l’Italia sono crollate (-11,5%). Aumentare le tasse e diminuire la spesa non aiuta granché. Non crediate che i tedeschi credano all’euro: sanno bene anche loro che è una follia, ma serve altri interessi, economici e politici.
In questo senso, la domanda che George Soros continua a ripetere ai tedeschi dalle pagine di Project Syndicate (Germany, lead or leave! Guida o vattene!) significa che la Germania non può pretendere ancora a lungo di avere la botte piena e la moglie (italiana, possibilmente) ubriaca. I vantaggi strutturali dell’euro hanno un costo, e ammantare questo difetto di progettazione di “colpe meridionali” (oltre il dovuto) non porta lontano. La Germania potrà pagare la propria salvezza o direttamente, concordando riforme e accettando gli Eurobond; o dovrà pagarla tramite una crisi economica, a causa del destino geoeconomico di non essere un’isola.

Ragioniamo per assurdo: se l’austerity funzionasse, se risanasse i bilanci statali, se rendesse i PIGS competitivi, questi paesi inizierebbero a esportare ancora meglio all’estero (oltre l’Europa). I settori esportativi italiani sono in gran parte coincidenti a quelli tedeschi; se escludiamo le forniture italiane alle aziende tedesche, l’Italia globalmente si metterebbe a far concorrenza alla Germania.

C’è di più: se i PIGS beneficiassero di un avanzo nella bilancia commerciale extra-eurozona (esportazioni maggiori delle importazioni), la quotazione dell’euro schizzerebbe alle stelle, con maggior danno per le aziende tedesche.

Sembra, cioè, che fino a settembre 2013, data delle elezioni tedesche, il dibattito economico sull’euro dovrà essere catalizzato da scemenze populiste in chiave pseudo-elettorale, battezzate “austerity” come se fossero un precetto evangelico protestante da paesino puritano del Nord Europa. Del resto, è assai più facile addossare la colpa di tutto “agli altri”, soprattutto se parlano italiano o spagnolo. Quella tedesca è ipocrisia, è interesse, e soprattutto è il nuovo atto di uno scontro economico continentale: si propone una non-soluzione che trascina avanti il più possibile una situazione di vantaggio.

Bravi tedeschi: si sono riformati prima degli altri e hanno occupato una posizione per cui c’è posto per un solo paese. Ma ora la vera scelta non è tra eurobonds o spaccatura dell’euro. La vera scelta è sulla responsabilità di guidare un continente fuori dalla crisi, per dimostrare che tutto il movimento europeista nato dal dopoguerra non è stato un’eccezione in secoli di scontro permanente. Perché, se poi la crisi in Germania dovesse arrivare piena e sul serio, sarà difficile far cambiare idea ai tedeschi: la colpa rimarrà sempre “degli altri”.

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