Apertamente

di Pierfranco Pellizzetti, da MicroMega del 9 aprile 2013 - «Sai come finiscono le civiltà? Quandol’idiozia dilaga con moto naturalmente accelerato» Antoine Monier, Il diavolo probabilmente[1] «Oh,mia cara, mi dispiace, ma al confrontodella tua, la pelle di un rinoceronte sembradi velluto» Rosalind Russell, Donne[2]  «Questo è un periodo – scrive su la Repubblica dell’8 febbraio 2012 Alessandro De Nicola – in cui si riparla di Margaret Thatcher. Il motivo principale è l’uscita nelle sale cinematografiche italiane di “The Iron Lady”. Film interpretato da una bravissima Maryl Streep»[3]. Che il mio critico cinematografico di fiducia – Federico Pontiggia – liquida nei blog con il sarcastico «più di una signora di ferro, un ferro da stiro». “La donna che ha cambiato il mondo”, strombazza ad abundantiam il sottotitolo della pellicola. In effetti ha fatto di peggio; e molto: ha minato le fondamenta di una civiltà. Sono reduce anch’io dalla visione dell’operina, in cui il premio Oscar femminile Streep ripropone, impersonando la controversa premier inglese (1979-1990), tutta la gamma di espressioni – dal protervo al mellifluo – che già aveva sciorinato nei panni della guru del look Miranda Priesty, in Il diavolo veste Prada (2006, regia di David Frankel). Non trascurando il lato demenziale del personaggio. E non solo senile. Tanto che l’alzheimer precoce risulta l’effettivo protagonista della ricostruzione di intrattenimento.

Ma non di questo vale la pena parlare. Piuttosto merita attenta esplorazione il significato implicito del revival; visto che gli sceneggiatori di Hollywood rappresentano ormai le più formidabili (se non le uniche realmente attendibili) “antenne” a nostra disposizione per captare le variazioni nello spirito del tempo.

Difatti, sempre il De Nicola ci informa che «per noi italiani interrogarsi sulla rivoluzione thatcheriana non è un lezioso esercizio intellettuale». Poi precisa: «siamo in una fase di passaggio… L’Italia è una grande malata almeno quanto lo era – per motivi diversi – la Gran Bretagna di fine Anni 70 e si dibatte su quali siano i rimedi per fare uscire il nostro paese da un declino che appare inarrestabile».

Dato che di “ passaggio” si discute, il vero mutamento epocale sarebbe la presa di coscienza generale dei guai procurati alle nostre società dal thatcherismo; in sintonia (o meglio, combutta) con il reaganismo: la devastante ondata di idiozia prodotta dalla presa del potere da parte di mezze calzette politiche con le loro ideologie da quattro soldi. Rese – però – irresistibili dalla formidabile cassa di risonanza dei canali mediatici utilizzati dai loro spregiudicati spin-doctors e da una barbarica strategia di conquista di ogni centrale delegata alla produzione dei modelli di rappresentazione, facendo leva su notevoli disponibilità di quattrini e sul carrierismo degli adepti.

Quattrini e potere, messi a disposizione da confraternite di plutocrati che nel lungo regno del NeoLib si sono arricchiti in maniera impensabile, a spesa di masse umane relegate in una crescente condizione di miseria. Tanto che ormai siamo giunti ai limiti di sostenibilità civile e materiale del modello impostoci. Di cui i politici convertiti al thatcher-reaganismo fungevano da ausiliari, visto che per il loro individualismo possessivo di stampo piccolo borghese (e relative rivalse sociali) il binomio denaro&potere risulta(va) irresistibile.

Sarebbe interessante approfondire le ragioni del mancato contrasto - a suo tempo - di tale “resistibile ascesa”. Resta il fatto che dalla dittatura in proprio (ma anche per conto dei plutocrati che li utilizzarono come massa di manovra) dei borghesucci arrampicatori sociali si sta – fortunatamente - svoltando. Eppure gli “spiriti animali” scatenati in questi decenni restano ancora fortissimi. E i colpi di coda inevitabili. Particolarmente pericolosi se partono dalle pagine de la Repubblica. Colpi di coda che investono l’immaginario politico collettivo, proponendo in termini celebrativi l’icona dell’orribile Dama di Ferro.

L’egemonia anarcoide

Tornando al Thatcher-pensiero, vale al riguardo quanto ne disse lo storico Eric Hobsbawm: «anarchismo della piccola borghesia». La battuta ci è stata riferita da Tony Judt, grande intellettuale anglo-americano recentemente scomparso, con una chiosa particolarmente illuminante; sia per comprendere le ragioni del critico come per penetrare l’intima natura dei criticati: «quando Hobsbawm descrive con disprezzo il thacherismo, sta combinando due anatemi: la vecchia avversione marxista per la sregolata e disordinata autoindulgenza e l’ancora più antico disprezzo dell’élite amministrativa inglese per la classe incolta degli impiegati e dei venditori»[4].

Magari particolarmente molesta e sgradevole quando ha fatto finanza. Al modo dei sordidi personaggi letterari immortalati dai romanzi di Honoré de Balzac. Come nel capolavoro Eugénie Grandet, in cui campeggia sinistramente quel padre Felice, ex bottaio di Saumur ed esponente della nuova borghesia orleanista, arricchitosi con le speculazioni, eppure spasmodicamente intento ad accumulare ulteriore ricchezza con feroce avarizia.

Sta di fatto che negli anni a cui ci riferiamo - a partire dalla Gran Bretagna - nel ventre delle società occidentali era avvenuto un fatto inaudito, impensabile: la presa del potere – sotto il vessillo sbandierato dalla Thatcher – di un ceto in passato relegato nella più totale marginalità, quale la piccola borghesia subalterna e bottegaia. La conquista del protagonismo da parte di tale “tipo umano”, compiuta portandosi appresso un’ideologia minimale carica di risentimenti e paure: contro i fannulloni che succhiano grazie ai sussidi pubblici il frutto delle proprie fatiche sequestrate dal Fisco, contro gli esperti acchiappanuvole e gli snob acculturati che irridono le ricette semplificatorie da saggezza popolare da cui trae orientamento e conforto, contro le mediazioni di una politica molle quando bisognerebbe usare il bastone… Insomma, il ciarpame di luoghi comuni degli avventori al pub, asceso a pensiero egemone, spirito del tempo. Quel populismo middle class fino ad allora tenuto a bada dalla cultura operaia (solidarietà e diritti collettivi) come dalle pratiche regolative di gruppi dirigenti selezionati attraverso processi cooptativi basati sulla distinzione, l’esclusività e la meritocrazia intellettuale. Nella catastrofe delle gerarchie precedenti, veniva imponendosi il sistema di valori poveri, insito nell’abito mentale delle nuove entrate sulla scena: l’egoismo sociale, l’avidità accaparrativa, il possesso come unico determinante dell’apprezzabilità, l’insofferenza nei confronti delle regole svilite a ingiusti vincoli imposti all’autorealizzazione.

Ciò accadde in quanto l’equilibrio realizzato nella fase industriale del capitalismo andava liquefacendosi. Insieme ai protagonisti del vecchio Ordine: il lavoro organizzato, le élites imprenditoriali e di governo del Capitalismo amministrato. Arrivavano i giorni del disordine, con il loro carico da novanta di irresponsabilità. L’epoca irresponsabile della desertificazione di ogni attitudine mediatoria in senso pattizio, il cui paradigma più alto era rappresentato dal cosiddetto “Compromesso storico keynesiano-fordista”. E – di conseguenza – veniva accantonata come improponibile ogni ricerca del consenso per la realizzazione di nuovi equilibri di stampo inclusivo. Non la pace sociale, bensì il regolamento di conti diventa il filo conduttore di scelte che si tradussero nel forsennato attacco di Margaret Thatcher e dei suoi epigoni contro i sindacati operai, a partire da quello dei minatori. Non la razionalizzazione della presenza pubblica in economia e nei servizi, quanto – piuttosto – la svendita del patrimonio collettivo per consentire a torme di speculatori, supporter della Lady, di realizzare superprofitti a danno della popolazione. Una follia; non solo per i disastri prodotti, ma anche (soprattutto) per la denuncia unilaterale del contratto sociale su cui si era basata la convivenza pacificata del dopoguerra e la conseguente creazione di ricettacoli in espansione del disagio e dell’emarginazione. Un numero crescente di potenziali focolai di ribellione contro l’insensibilità dei nuovi pervenuti ai vertici del Potere.

A posteriori è possibile osservare come l’ascesa del thatcherismo piccoloborghese non abbia comportato l’emergere di una nuova “classe generale”, incarnazione e motore di un modello alternativo universale, quanto lo scatenamento del peggiore darwinismo sociale; che ha minato le stesse fondamenta della civiltà occidentale. Una controrivoluzione distruttiva che amava presentarsi come rivoluzione costituente; ovviamente “liberale”. In cui la pulsione bassamente economicistica fungeva da priorità assoluta.

Fuga dai laboratori del pensiero unico

«Noi siamo gli eredi involontari di un dibattito di cui la maggior parte della gente è completamente all’oscuro. Se ci chiedessero che cosa ci sia dietro il nuovo (vecchio) pensiero economico, forse risponderemmo che è opera di una serie di economisti angloamericani riconducibili in larghissima maggioranza all’Università di Chicago. Ma se ci chiedessero da dove i Chicago boys abbiano preso le loro idee, scopriremmo che l’influenza più grande è stata esercitata da un gruppetto di stranieri, tutti immigrati dall’Europa centrale: Ludwig von Mises, Friedrich von Hayek, Joseph Shumpeter, Karl Popper e Peter Drucker»[5].

Qualcuno ha parlato di “rivincita degli austriaci”, ovviamente contro John M. Keynes; al cui nome è legato il più grande esperimento di ingegneria costruttivistica coronato da successo della storia umana. In effetti, la vera rivincita conseguita da questi signori è quella contro il pensiero fondativo della saggezza dell’Occidente: l’Illuminismo, nelle sue varie riproposizioni storiche, inteso come governo del “ramo storto dell’umanità” secondo kantiano “uso pubblico della ragione”. Di fatto la (contro)rivoluzione (neo)liberista ha spalancato il vaso di Pandora del nuovo Oscurantismo, con il seguito delle disuguaglianze, fanatismi bellicisti e xenofobie varie che, mentre prospettavano “scontri di civiltà”, hanno determinato la crisi della (nostra) Civiltà. Hanno fatto un deserto e lo hanno chiamato “globalizzazione”, ovviamente finanziaria. E mentre si pretendeva di americanizzare il mondo, il “sogno americano” andava a picco. Di questo dobbiamo essere grati anche alla Lady di Ferro, madrina degli schiacciasassi venuti dopo di lei; grazie a lei.

Tra i tanti effetti sistemici della deregulation thacheriana, uno dei più inquietanti è la messa in crisi di ogni ambito istituzionale di governance. Certo lo Stato, ma anche – per noi cittadini del Vecchio Continente – il grande e generoso progetto dell’integrazione europea; il diffondersi di un euroscetticismo che sovente sfocia nell’eurofobia.

Dopo oltre un trentennio siamo giunti alla fine della stagione neoLib. Il muro di Wall Street, tempio laico della superstizione monetaria, è crollato; seppellendo sotto le macerie gli strumentari di latta con cui si pretendeva di manomettere la Storia. Scocca l’ora dei curatori fallimentari. Del resto, che altro è il presidente americano Barak Obama, chiamato alla missione impossibile di rimediare alle mattane del suo predecessore? Che altro è il premier italiano Mario Monti, incaricato di aggiustare l’immagine italiana precipitata oltre le soglie del ridicolo per merito del barzellettiere corruttore ed erotomane di Arcore?

Anche se – in effetti – il mandato di SuperMario è un po’ più complicato: certo fungere da liquidatore del recente passato nella dimensione interna; ma anche quello di annodare reti di relazione con i consessi informali che si riuniscono a porte chiuse e dove si prendono quelle decisioni che travalicano Stati-nazione ormai depotenziati. Milieux in cui il professore bocconiano – il quale ha trascorso più tempo nei consigli d’amministrazione e nei meeting internazionali che non nelle aule universitarie – è il connazionale meglio posizionato per avervi accesso. Fermo restando che il compito primario dei “riparatori” risulta quello di rabberciare in qualche modo un po’ di ordine.

Per questo i liberisti hanno subito drizzato il pelo. Negli Stati Uniti ben ottocento docenti di materie economiche firmano un appello contro il presunto “statalismo/socialismo” di Obama. Qui da noi i correligionari preferiscono mettere sotto tiro la nuova compagine governativa presieduta da Monti, sospetta di essere liberisticamente tiepida, conquistando manu militari i principali quotidiani nazionali; trasformati in madrasse dei loro fondamentalismi: Francesco Giavazzi il Corriere della Sera, Alberto Bisin e il già menzionato De Nicola le pagine de la Repubblica; poi ci sono Luigi Zingales, firma di punta de Il Sole 24Ore, e Alberto Alesina, ospite fisso su l’Espresso. La Stampa pubblica gli editoriali di Irene Tignali (economista del network NoisefromAmerika, il sito arcipolemico degli ultraliberisti emigrati in America). Persino Il Fatto Quotidiano concede spazio a un altro dell’allegra combriccola: Michele Boldrin.
Le “ultime raffiche” thatcheriane
Colpi di coda, già lo si diceva. Perché ormai fuori tempo massimo. E spesso coinvolgendo nell’opera da guastatori personaggi screditati. Spesso veri e propri reperti da museo.

Operazione messa in atto non solo tramite la carta stampata, ma anche navigando nel web e creando istituzioni dedicate. Per lo più sulla direttrice Mi–To. Visto che si è parlato di De Nicola, partiamo dall’organizzazione di cui è presidente: la Adam Smith Society fondata a Milano nel 1995, propugnatrice di un’operazione eclettica volta a ibridare il pensiero del moralista scozzese, teorico della “simpatia” nella morale e nel diritto, con quello dell’anaffettivo austriaco Friederich Hayek (che però simpatizzava dichiaratamente per i bons vivants sfaccendati, specie se giocatori di golf[6]; in quanto – a suo dire – dimostrazione filosofica vivente dei vantaggi dell’ingiustizia sociale). Sotto l’effigie dell’autore de La ricchezza delle Nazioni, si può leggere le finalità di questi adepti della “strana coppia” (facendo rivoltare nella tomba il partner più anziano), il cui interesse prevalente si concentra sulla «privatizzazione e deregulation di attività economiche ora in mano pubblica»; tra cui sono indicate le carceri. I costruttori che si sbellicavano dalle risa alla notizia del terremoto all’Aquila sorridono all’idea di qualche appalto carcerario. Ma questo non turba il Comitato scientifico della Società, che offre un pregiato campionario di adoratori della Mano Invisibile (Alberto Alesina, Michele Boldrin e Luigi Zingales), qualche vecchia gloria appassita (Dario Antiseri, Salvatore Carrubba, Antonio grembiulino Maccanico, Piero Ostellino insieme al Pera nomen omen) e un noto confusionista tra destra e sinistra chiamato Franco Debenedetti. Ma nel mazzo spicca pure un fiorellino: quell’Alessandro Penati, ex presidente della Provincia meneghina, che lo avresti detto più a suo agio nel sovrastimare le azioni dell’autostrada Serravalle-Milano.

Passando a Torino il quadro tende all’austero, secondo inveterata tradizione sabauda. Qui si segnala l’Istituto Bruno Leoni; fondato nel 2003 e dedicato al segretario del solito Hayek in un’associazione semiclandestina, nata nel 1948 dall’indefessa tessitura di manovre anticomuniste e anti Keynes del filosofo austriaco, che riuniva una pattuglia di liberali da Guerra Fredda (gli immancabili Karl Popper, Ludwig Von Mises, Wilhelm Röpke, Milton Friedman, Bertrand de Jouvenel e pochi altri) autonominatisi “bolscevichi della libertà”: La società del Monte Pellegrino; think tank che fungerà da modello per quelli a venire, soprattutto sull’altra sponda dell’Atlantico. Consesso in cui il Leoni Bruno trescava per pugnalare alle spalle i soci refrattari all’egemonia hayekiana, a seconda dei desiderata del Capo[7]. Per inciso, la Lady di Ferro Margaret Thatcher «non cesserà mai di sbandierare l’influenza esercitata da Hayek sulla sua filosofia politica»[8].

A tale Istituto garantisce una giusta condizione termico/bellica tendente al gelo la presenza del Presidente onorario Sergio Ricossa, reduce da quella Guerra Fredda finita da decenni. Mentre da presidente effettivo funge attualmente l’ex dalemiano iperliberista Nicola Rossi.

In tanto grigiore l’unica nota colorata e pittoresca è garantita dalla presenza nell’executive team di Oscar Giannino, il feticista del pelo che si fa notare per le tenute da frequentatore del Casino dei nobili di Casale Monferrato negli anni Cinquanta.

E Roma? Qui il consustanziale scetticismo disincantato dell’ambiente non si presta molto per fare attecchire fanatismi vari. Semmai è terreno di coltura ideale per le facce di bronzo. Sicché vi troviamo la sede del Movimento Società Aperta, fondato nel 1993 da Enrico Cisnetto, l’ex bancario e giovane repubblicano nella nidiata di Davide Giacalone (sì, il faccendiere della legge Mammì, istitutiva del duopolio RAI-MEDIASET. Pare non gratuitamente…).

Sedicente esperto economico de Il Foglio di Giuliano Ferrara, costui ha trovato la propria giusta collocazione professionale quale promoter di località turistiche e – al tempo stesso - di faune da regime, organizzando dal 2002 parate di VIP a Cortina d’Ampezzo sotto il logo Cortina InContra. L’anno scorso provò a bissare la formula nella capitale, con Roma InContra. Coadiuva tanto attivismo la moglie Iole, socia al cinquanta per cento della “ditta Cisnetto” e segnalata – a far buon peso (non soltanto metaforico; e vale per entrambi) - pure consulente del sindaco non propriamente liberal Gianni Alemanno.

Roma, Torino, Milano. Ambienti diversi, eppure uniti da un filo invisibile che talora si materializza nelle relazioni interpersonali. Come in quell’associazione Società Libera, creata nella metà degli anni Novanta dal manager Franco Tatò e con sede sia a Roma che a Milano, promotrice della mostra itinerante intitolata “Il cammino della Libertà”. Fu probabilmente la prima uscita allo scoperto di fondamentalisti thatcheriani/hayekiani. Quasi una prova generale, visto che – se ricordo bene - nessuno (a parte il sottoscritto) ebbe a ridire sul clou dell’esposizione: lo stand in cui si equiparava Franklin D. Roosevelt a Giuseppe Stalin, il New Deal ai Piani Quinquennali: «con il New Deal venne assegnata una funzione sempre più interventista al governo americano. La vecchia America liberale, che aveva sempre difeso l’autonomia dell’economia dall’azione dei politici, lasciava il posto a un regime di economia mista e ad un Welfare State di anno in anno più costoso e invadente»[9].

Ebbene, nel comitato scientifico dell’associazione apparivano “i soliti noti”, che ritroveremo altrove: oltre al Cisnetto, Salvatore Carrubba e Piero Ostellino. Questo il quadro a sommi capi.

In sostanza: una pattuglia sparsa per la penisola che ormai sta sparando la sua “ultima raffica”, aggrappandosi all’icona thatcheriana come boa di salvataggio per il proprio essere “borghese piccolo, piccolo” con pretesa di piantare le tende sul tetto del mondo. E da cui ora ne viene fatta definitivamente precipitare in caduta libera, nell’accelerazione dei moti rotatori del tempo e del pianeta.

P.S. sullo stato dell’arte della carta stampata. Che il thatcherismo un tanto al chilo la faccia da padrone nelle testate dei boss della finanza non stupisce. Spiace – piuttosto – constatare lo spazio che la Repubblica concede all’attivismo polemico di questi fanatici banditori. Su cui lo stesso Eugenio Scalfari, proprio nella sua rubrica su l’Espresso, esprimeva perplessità[10]. Testuale: «De Nicola è un liberista fndamentalista, ma possono stare insieme questi due termini?».

NOTE

[1] Film del 1977, regia di Robert Bresson [2] Film del 1939, regia di George Cukor [3] A. De Nicola, “la lezione di Iron Lady”, la Repubblica 9 febbraio 2012 [4] T. Judt, L’età dell’oblio, Laterza, Bari 2011 pag. 121 [5] T. Judt, Guasto è il mondo, Laterza, Bari 2011 pag. 73 [6] F. Hayek, La società libera, Vallecchi, Firenze 1969 pag. 155 [7] S.Ricossa, prefazione a La sovranità del consumatore di Bruno Leoni, Ideazione Editrice, Roma 1997 [8] S. Halimi, Il grande balzo all’indietro, Fazi, Roma 2006 pag. 208 [9] C. Lottieri e L. M. Bassani, Il cammino della libertà, catalogo della mostra 1999 [10] E. Scalfari, “Il vetro soffiato”, l’Espresso 19 gennaio 2012

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