Apertamente

di Alessandro Marzo Magno da Linkiesta del 24/3/2013 - Sembra un destino segnato: quell’isola rincantucciata laggiù nella parte più estrema del Mediterraneo orientale ogni tanto prorompe al centro della scena europea. La prima volta di Cipro è stata quando ha fatto nascere Venere, e gliene siamo tutti grati. L’ultima nel 1974, quando la Turchia ha invaso la parte settentrionale dell’isola. Ma nel mezzo ce ne sono state varie altre. La più importante è forse la guerra di Cipro che ha portato dritto dritto alla battaglia di Lepanto (che in teoria avrebbe dovuto salvare l’isola dagli ottomani e invece non ha conseguito l’obiettivo strategico). L’isola faceva parte dello Stato da mar della Serenissima Repubblica da poco meno di un secolo, ovvero dal 1489, da quando cioè Venezia se l’era fatta consegnare, e neanche tanto con le buone, dalla regina Caterina Corner, una veneziana. Cipro diventa latina dal 1192, ai tempi della Terza crociata. Infeudata ai Lusignano, l’ultimo re di questa dinastia, Giacomo II, sposa la giovane e bella rampolla di una famiglia veneziana, i Corner, che aveva amplissimi interessi economici e commerciali sull’isola. Quando muore, nel 1473, la corona passa alla vedova, Venezia intuisce di avere un’occasione irripetibile per impossessarsi di Cipro. Sono tempi, quelli, in cui la Serenissima è una superpotenza e in genere quello che vuole, ottiene. Caterina non vorrebbe mollare i suoi sudditi, ma alla fine – passano 16 anni – è costretta a cedere. Venezia fa uno dei migliori affari di sempre: ottiene la terza isola del Mediterraneo in cambio di un castello e una collina in quel di Asolo. Ma alla fin fine è andata bene pure a noi: senza quello scambio iniquo non avremmo avuto una delle più vivaci corti rinascimentali, dove Pietro Bembo compone i suoi Asolani (è in corso una mostra su di lui a Padova) e metterà le basi della grammatica dell’italiano moderno, e dove un giovane artista della vicina Castelfranco, tal Zorzi, compie il suo esordio pittorico. Diventerà noto con il nome di Giorgione.

Oggi va tanto di moda parlare del “sapiente e illuminato governo veneto”; come tutte le affermazioni di questo genere contiene del vero, ma è difficile applicarla ai più lontani possedimenti oltremare, considerati da Venezia come colonie da sfruttare. Sull’isola si coltivano canna da zucchero e viti (il detto «non va né su né giù, come il vin di Cipro» era abbastanza comune a Venezia fino a pochi anni fa). Inoltre l’isola ha un’importantissima posizione strategica in appoggio alle rotte commerciali verso Alessandretta (oggi Iskenderun) da cui partono le carovane per Aleppo e Damasco, verso Beirut e San Giovanni d’Acri (oggi Akko). Non è qundi un caso che gli ottomani ci mettano gli occhi sopra.

A Costantinopoli la corte del sultano Selim II è divisa in due partiti; quello per la pace fa capo al gran visir Sokollu Mehmet (un bosniaco il cui vero nome è Sokolić che nel 1557 ricrea il patriarcato ortodosso di Peć – oggi in Kosovo – e lo affida a suo fratello Macario; questo per sottolinear il grado di tolleranza all’interno dell’impero ottomano: pensate se in un qualsiasi stato cristiano dell’epoca un convertito dall’islam, con il fratello alto esponente del clero della vecchia fede, sarebbe mai potuto diventare il vice di un sovrano). Il partito della guerra, invece, si richiama al potentissimo Joseph Nasi, un banchiere ebreo di origine portoghese, che ha vissuto nelle Fiandre e a Venezia, amico personale di Massimiliano d’Asburgo, e che odia la Serenissima perché l’aveva bandito con l’accusa di essere una spia del sultano. Nasi ha scalato la benevolenza del sultano e in questo momento riesce a prevalere su Sokollu (che invece riprenderà il suo posto all’indomani della sconfitta di Lepanto), tra l’altro è un sionista ante litteram: vorrebbe trasformare Cipro nella nuova Israele.

All’inizio del 1570 risulta chiaro che guerra sarà. Gli ottomani mobilitano contro Cipro tutta la loro enorme potenza. Lo sbarco comincia il 2 luglio. I veneziani avrebbero dovuto tentare il tutto per tutto e inchiodare i turchi sulla battigia (e non sul bagnasciuga, come dirà qualcuno, sbagliando), ma il luogotenente di Cipro, Nicolò Dandolo, preferisce rinchiudersi a Nicosia e aspettare lì i nemici. «Temperamento piuttosto duro che energico, capace di comandare come può farlo chi ha ottenuto il grado dopo aver imparato lui stesso ad ubbidire e a riconoscersi in regole precise, dotato di un’esperienza diretta degli uomini e delle cose del mare ma di limitata elasticità mentale, di scarsa intuizione e incline all’ira, il Dandolo si trovò suo malgrado costretto a cimentarsi con avvenimenti e situazioni troppo superiori alle sue capacità. Questi, almeno, sono i giudizi che, sia pure con diverse sfumature, trovano concordi sul suo operato le fonti coeve: il Paruta ne accusa il “debole consiglio” e il “troppo timore”, il Morosini la “desidia et torpore”, il Doglioni lo “sdegno immoderato, che gli impedì di valutare serenamente le opinioni dei suoi collaboratori”», scrive Giuseppe Gullino nella voce che lo riguarda nel Biografico degli italiani. Alla fine i turchi sbarcheranno ben 60.000 uomini.

La situazione ricorda da vicino la celeberrima scena del film Il giorno più lungo, quando una staffetta porta a Gerd von Rundstedt, uno dei più abili comandanti tedeschi, la notizia che gli Alleati sono sbarcati in Normandia. Il feldmaresciallo continua imperterrito a potare le sue rose. E al soldato che lo guarda basito risponde: «La guerra è persa, ormai».
A Cipro è più o meno lo stesso. Non è più questione di “se”, ma di “quando”. Nicosia cade il 16 agosto, all’indomani di una mancata sortita, per un fraintendimento di ordini, della cavalleria leggera veneziana: gli stradioti albanesi (reparto efficientissimo, i cui effettivi non ricevevano un soldo fisso, ma venivano pagati sulle teste dei nemici che riportavano al provveditore veneziano; ogni tanto largheggiavano nelle decapitazioni). In seguito cadono anche Limassol e Larnaca, con la popolazione ortodossa in gran parte ben disposta verso gli ottomani.

Il 22 agosto comincia l’assedio di Famagosta (Ammochostos). Come sia andata si sa: la resistenza è lunga e accanita, a tratti eroica, ma alla fine, un anno più tardi, la fortezza si arrende, dopo che il comandante generale turco, Lala Mustafà, aveva promessa salva la vita al comandante veneziano, Marcantonio Bragadin, e ai suoi uomini. Invece così non accade. Tutt’oggi non si sa perché Lala Mustafà abbia cambiato idea. Qualcuno ipotizza che si sia offeso perché Marcantonio Bragadin, che non aveva perso il rango, si sia presentato alla cena offerta in suo onore scortato da un paggio che reggeva un ombrello rosso. Era un segno di distinzione che a Venezia veniva riservato al doge e agli altissimi dignitari, ma a Costantinopoli soltanto il sultano poteva ricevere questo trattamento. È quindi possibile che il comandante ottomano abbia letto nel gesto del veneziano un’offesa diretta a Selim II. Secondo un’altra interpretazione avrebbe voluto vendicare la presunta uccisione di 50 prigionieri di guerra turchi da parte dei veneziani.

Sia come sia, durante la cena i comandanti veneziani vengono arrestati. Scrive Angelo Ventura sul Dizionario Biografico degli italiani: «D’improvviso dunque Mustafà ordinò di legare i cristiani. A Bragadin furono subito mozzate le orecchie, quindi fu fatto assistere allo scempio dei suoi compagni, meno Lorenzo Tiepolo e un ufficiale albanese, che furono impiccati il giorno seguente.

Dopo breve prigionia, il 17 agosto si compiva il martirio del Bragadin. Già gravemente infermo per l’infezione delle orribili piaghe infertegli alla testa, fu trascinato per tutte le batterie degli assedianti e costretto tra gli scherni a trasportare sulle trincee due pesanti ceste di terra. Poi fu issato sull’antenna d’una galera ormeggiata nel porto, e tenuto a lungo sospeso. Condotto infine a colpi di bastone sulla piazza di Famagosta e legato alla colonna dei supplizi, il carnefice cominciò a levargli la pelle. Marcantonio non cessò di recitare il Miserere e d’invocare il nome di Cristo, finché, dopo che gli ebbero scorticato il busto e le braccia, spirò».

La sua pelle, riempita di paglia, viene issata come un manichino sulla galea di Lala Mustafà, assieme alle teste di Astorre Baglioni, Alvise Martinengo e Gianantonio Querini. I trofei vengono mandati a Costantinopoli (qualche anno più tardi un marinaio veneziano trafugherà la pelle di Marcantonio Bragadin che oggi si trova nella basilica dei santi Giovanni e Paolo).
La flotta dei collegati cristiani, messa insieme nonostante gelosie e ripicche (il comandante genovese Gianandrea Doria odia gli antichi avversari veneziani, cordialmente ricambiato) dovrebbe andare in soccorso dell’isola. Ma non ci arriverà mai. Nessuno si soprenderà quando, il 7 ottobre 1571, a Lepanto, i veneziani non faranno prigionieri.

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