Apertamente

di Francesca Mannocchi da ItalianiEuropei del 3/12/2019 - Trent’anni dopo la caduta del muro di Berlino, i confini in Europa hanno modificato la portata simbolica, la forma, hanno mutato la natura del proprio escludere e la paura che li genera. E, contraria­mente a quanto saremmo portati a pensare, si sono moltiplicati. In un libro di George Perec, “Specie di spazi”, una citazione di Jean Tardieu parla dell’al di là dei muri, chiedendosi: «Dato un muro, cosa succede dietro?». In questa frase di Tardieu c’è insito tutto il cambiamento della grammatica del confine degli ultimi trent’anni. Se prima al di là del muro si confinava l’avversario politico, il ne­mico, l’opposta idea socioeconomica del mondo, oggi al di là della recinzione ci sono persone che raccontano un destino di instabili­tà e conflitti e che – attraverso il peso di quei conflitti – chiedono al Vecchio continente un’accoglienza che però si è tradotta in una grammatica del rifiuto.

Oggi i muri d’Europa misurano quasi mille chilometri, cioè sei volte la lunghezza del muro di Berlino. Alla fine del 2018 il think tank olandese Transnational Institute (TNI) ha pubblicato un report dal titolo “Building walls. Fear and securitization in the European Union”1 in cui la ricercatrice Ruiz Benedicto analizza barriere e muri lungo i confini di tredici Stati europei dell’area Schengen. Secondo la ricerca, dopo la fine della guerra fredda i paesi dell’Unione europea avrebbero speso quasi un miliardo di euro per muri e recinzioni.

Il muro di Ceuta e Melilla che divide la Spagna dal Marocco, i con­fini tra la Grecia, la Bulgaria e la Turchia. O i muri che – dopo la poderosa ondata migratoria del 2015 – sono riapparsi nei Balcani, tra Ungheria, Serbia e Croazia. E poi Calais, e la rotta migratoria che attraversa la Manica per giungere dalle coste settentrionali della Francia alla Gran Bretagna, e i confini orientali, con la Lituania, la Lettonia e l’Estonia, che hanno eretto muri con la Russia. È utile ripercorrere le tappe della recente storia europea che hanno portato una inversione di rotta così significativa dal 1985, anno in cui Belgio, Francia, Germania, Lussemburgo e Paesi Bassi firmarono l’accordo di Schengen per «eliminare progressivamente i controlli alle frontiere interne e introdurre la libertà di circolazione per tutti i cittadini dei paesi firmatari».

Era già stato abbattuto il muro, nel 1990, quando la Convenzione di Schengen ha incluso gli altri Stati diventando la mappa di una idea di comunità, di cittadinanza condivisa, di diritti da ampliare e non da reprimere. All’inizio del millennio, l’attacco alle Torri gemelle e l’esigenza di sicurezza e pro­tezione da una minaccia terroristica imprevedi­bile e feroce hanno aperto il cammino verso la gestione dei confini nazionali come “questione di sicurezza” che ha portato in pochi anni alla nascita di una agenzia preposta al controllo dei confini di terra e di mare: Frontex.

Ma è nel 2011, in conseguenza della stagione di rivoluzioni in Nord Africa e Medio Oriente, che il tema dei grandi flussi migratori irrompe prepotentemente nella politica europea. Cresce l’esigenza degli Stati-nazione di proteggere i confini e crescono pro­porzionalmente i fondi a disposizione dell’Agenzia Frontex. È il len­to, inesorabile cammino che porterà alla militarizzazione dei confini come sola risposta al fenomeno migratorio, in evoluzione in termini numerici, geografici, generazionali.

Il muro oggi racconta l’Europa che si difende: i 200 chilometri di muro tra Bulgaria e Turchia, concluso nel 2017, fatto di filo spi­nato e torrette, guardie di frontiera, soldati armati. Quello tra UE e Macedonia, eretto come risposta al milione di siriani arrivati tra l’estate e l’autunno del 2015. I 150 chilometri tra l’Ungheria e la Serbia e i 300 con la Croazia. E così il confine tra Austria e Slovenia, che si estende per tre chilometri. E tra Croazia e Slovenia, altri 200 chilometri. Fino alle forme più recenti di controllo che si esprimono attraverso le operazioni di monitoraggio e pattugliamento. I muri virtuali. Ne è esempio più efficace – come riportato nel report del Transnational Institute – il controllo dei quasi 5000 chilometri dei confini del Mediterraneo: «Le vere barriere alla migrazione contem­poranea sono rappresentate dalla vasta gamma di tecnologie come i sistemi radar, i droni, le telecamere di sorveglianza» si legge nelle pagine di TNI.

Dato un muro, cosa c’è dietro? Per tornare alla domanda di partenza, da una parte, dal lato di chi si protegge, ci sono lo smarrimento di fronte a fenomeni epocali e paure irrazionali che politiche di medio e lungo termine dovrebbero avere la capacità di gestire, dominare e combattere. Invece, ciò cui l’Europa sta assistendo ormai da anni è una deriva securitaria che ha reso dominante la grammatica della paura e inevitabile l’unica strategia messa in campo, cioè quella del rifiuto. Sotto forma di muri fisici e di esternalizzazione della gestione dei confini. Si pensi al patto con la Turchia del 2016 (soldi, 3 miliardi di euro, in cambio della gestione del flusso migratorio verso la Grecia) e il patto italiano prima, europeo poi, con la Libia, che ha portato non solo a conferi­re a uno Stato di fatto senza governo alle prese con la quarta guerra civile in otto anni il ruolo di guardiano della sponda sud del Mediterraneo centrale, ma a riconoscere come interlocutori (e finanziare copiosa­mente) istituzioni fragili, impossibili da monitorare, spesso sotto il controllo di mafie locali.

In Libia, l’esternalizzazione dei confini, il muro virtuale del confine meridionale d’Europa, si esprime anche sotto forma di finanziamenti ai centri di detenzione per i migranti giunti in Nord Africa. Luoghi di abusi ordinari, torture, estorsioni. Cui giungono fondi annuali nonostante le denunce delle agenzie delle Nazioni Unite.

I confini reali e virtuali d’Europa raccontano un continente spaven­tato, che sembra non aver fatto i conti con la storia passata, ma rac­contano anche una politica che appare non all’altezza delle sfide della contemporaneità. Che, peggio, non possiede le lenti per guardare al futuro e che vedrà moltiplicarsi, non ridursi, il flusso di arrivi. Giovani e meno giovani che parleranno la lingua della fuga da una guerra, dai cambiamenti climatici, dalle ingiustizie sociali. O ricorderanno sem­plicemente, bussando alla porta del Vecchio continente che sembrerà sempre più vecchio, l’articolo 13 della Dichiarazione universale dei diritti umani del 1948: ogni individuo ha diritto alla libertà di movi­mento e di residenza entro i confini di ogni Stato. Ogni individuo ha diritto di lasciare qualsiasi paese, incluso il proprio, e di ritornare nel proprio paese.

Oggi, a trent’anni da un muro abbattuto, la parabola è compiuta. I muri non hanno risolto il problema dei flussi migratori, hanno con­ferito un’illusione di sicurezza, allontanato lo sguardo dalle morti che aumentano quando aumentano gli ostacoli e rischi lungo il percorso della fuga. Sui confini fisici e virtuali si continuano a contare le vit­time: più di 30.000 persone hanno perso la vita dal 1990 cercando di raggiungere un’Europa che era nata per abbattere barriere e che oggi, invece, si scopre incapace di declinare una grammatica dell’ac­coglienza, e coscientemente cieca di fronte alle morti – per terra e per mare – che preferisce non vedere.

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