di Pierre Haski da Internazionale del 17/12/2018 - Fino a otto giorni fa i mezzi d’informazione ungheresi, controllati dai sostenitori del primo ministro Viktor Orbán, ironizzavano crudelmente sulle proteste dei gilet gialli contro Emmanuel Macron in Francia. Dal 12 dicembre, però, anche l’Ungheria deve assistere a proteste sociali e politiche quotidiane – andate in scena fino al 16 dicembre nelle strade di Budapest – e gli stessi giornali oggi accusano i manifestanti di essere al soldo di George Soros, il finanziere ebreo diventato il bersaglio preferito del governo. Così va la vita nel paese della democrazia “illiberale” sbandierata da Viktor Orbán: i manifestanti sono virtuosi in Francia ma traditori in Ungheria. Di sicuro il primo ministro ungherese non immaginava che avrebbe scatenato una simile tempesta politico-sociale quando ha fatto approvare, pochi giorni prima della pausa natalizia, due progetti di legge controversi che si aggiungono a una lunga lista di normative già in vigore. Le due leggi sono state votate in un clima sovreccitato, con i deputati che sono quasi venuti alle mani.

Ennesimo colpo allo stato di diritto
Il primo testo, chiamato “legge schiavista” dall’opposizione, ha portato a 400 il numero di ore di straordinari all’anno che i datori di lavoro possono chiedere (o piuttosto imporre) ai loro dipendenti. Tra l’altro i datori di lavoro avranno tempo fino a tre anni per pagare gli straordinari.

La seconda legge crea una nuova giurisdizione, posta sotto l’autorità del ministero della giustizia e incaricata di occuparsi di corruzione, diritto d’asilo e mercati pubblici. In sostanza, l’ennesimo colpo contro lo stato di diritto in Ungheria.

Dietro l’apparente solidità di Orbán si nasconde una frattura tra le città, europeiste, e il resto dell’Ungheria

Le proteste sono rapidamente andate oltre le due leggi, trasformandosi in un attacco frontale contro il primo ministro Orbán. Il 16 dicembre gli slogan parlavano di democrazia, stato di diritto e libertà accademica pochi giorni dopo la chiusura dell’università finanziata da George Soros. Tanti manifestanti sventolavano la bandiera europea. Alcuni indossavano addirittura i gilet gialli, diventati simbolo di esasperazione universale.

Finora Viktor Orbán era sembrato inattaccabile. È stato rieletto la scorsa primavera con una maggioranza rafforzata, sull’onda di un euroscetticismo alimentato dal suo rifiuto di accogliere i migranti in Ungheria.

Dietro questa apparente solidità, invece, si nascondevano diverse debolezze, a cominciare da una frattura territoriale tra le grandi città, più liberali ed europeiste, e il resto del paese, rassicurato dalla presenza di un uomo forte pronto a battersi con Bruxelles e con il “globalista” Macron.
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Eppure la lezione da trarre è più ampia, ed è quella di un continente alla ricerca di sé stesso, tra Brexit e gilet gialli, tra spinte autoritarie e aspirazioni democratiche. Potrebbe essere un dibattito interessante per le elezioni europee di maggio, se solo si riuscisse a superare il manicheismo, le false divisioni e la disinformazione. Se così fosse, gli europei scoprirebbero di avere più punti in comune di quanto credano.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

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