Apertamente

di Daniele Stasi da Italiani Europei del 16/11/2018 -  La rinascita del nazionalismo nei paesi dell’Est Europa può essere fatta risalire a due fenomeni tra loro strettamente connessi: la rottura del patto liberaldemocratico che aveva ispirato le élite politiche della Polonia, della Cecoslovacchia e dell’Ungheria all’indomani delle trasformazioni del 1989; la perdita d’influenza, dopo la crisi finanziaria del 2008, dell’Unione europea, e dell’Occidente in generale, sulle società postcomuniste rispetto all’obiettivo della costruzione di una “democrazia consensuale” e di un’efficiente economia di mercato. Il patto stretto dalle élite politiche a Visegrad nel 1991 prevedeva l’introduzione di riforme radicali sia dal punto di vista economico sia da quello costituzionale. Dal punto di vista economico, le élite politiche avevano fatto proprie le indicazioni della Banca mondiale e del Fondo monetario internazionale e si erano impegnate a introdurre quei cambiamenti, di carattere normativo e strutturale, che avrebbero favorito gli investimenti esteri e lo sviluppo dei saperi necessari a trasformare un’economia centralizzata e arretrata in una evoluta e di tipo liberale. Sotto il profilo costituzionale, i paesi del Gruppo di Visegrad (V4) dichiaravano di voler realizzare un sistema di rule of law, nel quale il potere di ogni autorità politica, economica o giu-diziaria fosse fondato sulla legittimità costituzionale e soggetto al vincolo delle leggi. Le riforme previste dall’accordo di Visegrad dovevano porre rimedio al drammatico sottosviluppo economico della Polonia, dell’Ungheria e della Cecoslovacchia (dal 1992 divisasi in

Repubblica Ceca e Slovacchia) e costruire le basi per uno svilup­po pacifico dei rapporti tra gli Stati nell’Europa centrorientale. A ventisette anni di distanza dall’accordo di Visegrad si può dire che quello che secondo Vaclav Havel costituiva il fine delle élite dei paesi V4, ossia «realizzare l’integrazione delle giovani democrazie nel­le strutture europee e atlantiche», sia stato raggiunto. L’integrazione è stata attuata principalmente per il concorso di due fattori: la condivi-sione generale di una prospettiva di sviluppo dalla matrice ideologica omogenea, e coincidente sostanzialmente con la liberaldemocrazia; il largo sostegno da parte delle nazioni interessate – espresso da opi-nioni pubbliche finalmente libere dalle censure imposte dai regimi dittatoriali del passato – nei confronti di élite composte da leader dal grande carisma, quali, ad esempio, Lech Walesa e Vaclav Havel.

Nella dichiarazione di Visegrad del 1991 il riferimento alla nazione compare diverse volte e assume un carattere progressista, legato all’allargamento della democrazia e alla modernizzazione di tipo econo-mico e sociale dei paesi V4. Il ruling consensus e l’affinità ideologica delle élite all’indomani della caduta del blocco sovietico hanno subito tuttavia una battuta d’arresto nel corso degli ultimi anni. Tale bat-tuta d’arresto è stata determinata dal parziale insuccesso del progetto di trasformazione liberale, rispetto al quale si deve registrare, accanto all’impetuosa crescita economica, la permanenza di larghe sacche di povertà e l’accentuarsi, in seguito alla crisi finanziaria del 2008, di profonde diseguaglianze fonte di disgregazione sociale. Le conseguenze negative del processo di moder-nizzazione economica “ispirato dall’Occidente” hanno generato un calo della popolarità dell’UE rappresentata, in molti casi, quale istituzione al servizio delle fasce sociali favorite dalla trasfor-mazione liberale e non di tutta la nazione.

Il nazional-populismo nei paesi V4 ha cavalcato il disagio causato dalla trasformazione e dalla disaffezione nei confronti dell’UE. Esso ha messo sotto accusa le élite liberali e filoccidentali, di

destra e di sinistra, che hanno sostenuto l’introduzione delle riforme radicali dei primi anni

Novanta o che ne stavano recentemente portando avanti le linee fon-damentali. La messa in stato di accusa è diventata in alcune situazio-ni aperta condanna: tale è il caso di Lech Walesa, sottoposto negli ultimi quindici anni a una vergognosa campagna di diffamazione il cui scopo è fare del premio Nobel per la pace un agente al soldo dei servizi segreti ai tempi del comunismo e un servo dei complotti internazionali negli anni in cui è stato presidente della Repubblica polacca (1990-95). Dello stesso tenore sono le accuse del ceco Zeman rivolte alle élite filoccidentali, le cui riforme sono paragonate a un «piano di devastazione e saccheggio della nazione», e quelle del primo ministro ungherese Orbán, secondo il quale «la politica liberale genera l’indebitamento e l’indebolimento dello Stato». Al liberalismo, Orbán contrappone il «nazionalismo comunitario» e lo «Sta-to autoritario dei lavoratori» che, «prendendo esempio dall’India, dalla Cina e dalla Turchia», dovrebbe porre fine all’influenza nefasta della cultura occidentale sullo spirito e sull’economia della nazione.

Il nazional-populismo stravolge l’idea di de-mocrazia proclamata nell’accordo del 1991. La democrazia non è più fondata sulla separazione dei poteri e la tutela dei diritti soggettivi ma sui diritti della nazione e la concentrazione del potere nelle mani di un gruppo in grado, com’è nella dottrina di Carl Schmitt, di definire il nemico e stabilire l’ordine; un ordine differente da quello che, secondo la rappresentazione populi­sta, l’UE e l’Occidente vorrebbero imporre agli Stati sovrani. Per i nazional-populisti la nazione deve essere difesa dalle manovre dei ceti privilegiati «internazionali o cosmopoliti» e dalla presenza dello straniero, dal colore della pelle e dalla cultura re­ligiosa diverse. Robert Fico, ex primo ministro slovacco socialdemo­cratico, caduto nella polvere dopo l’assassinio di un giornalista che indagava sui rapporti tra la ‘ndrangheta italiana e alcuni ministri del suo governo, ha condotto la scorsa campagna elettorale all’insegna di slogan quali: “Noi proteggiamo la Slovacchia”; “Non c’è posto per l’Islam nel nostro paese”.

Nell’economia del discorso antielitario ed euroscettico, di cui si nutre il nazional-populismo, la nazione da riferimento per una politica progressista, com’era stato ai tempi dell’accordo di Visegrad, acquista

un carattere reazionario. La difesa dell’interesse nazionale non è più legata al processo d’integrazione con i paesi occidentali e in confor-mità a valori compatibili con lo Stato di diritto, ma alla mobilitazione collettiva contro le istituzioni dello Stato liberale, le élite internazio-nali e la caccia al nemico comune. L’affermarsi del nazional-populismo nei paesi V4 è da associare alla “svolta illiberale”, diametral-mente opposta a quella di ventisette anni fa, delle classi dirigenti. Tale svolta per il momento appare lontana dal raggiungere i risultati sperati dal punto di vista economico, come nel caso dell’Ungheria, e

dallo sconfiggere, come ripetutamente promesso, la malapianta della corruzione, assai diffusa in Slovacchia e nella Repubblica Ceca. L’on-da nazional-populista sembra non incontrare ostacoli e, come nel caso di Fico e Orbán, pare attraversare, modificandone la fisionomia, le grandi famiglie del popolarismo e del socialismo europei.

Se nei Parlamenti di Ungheria e Slovacchia resistono, tra molte ambiguità, le forze dichiaratamente socialiste, dalla scorsa tornata elet-torale nella Camera Bassa polacca (Sejm) è sparita la rappresentanza di sinistra e si assiste al tentativo da parte del partito Diritto e Giusti-zia (PIS) di instaurare un sistema sostanzialmente monopartitico (o di party patronage) mediante la riforma in senso ipermaggioritario della legge elettorale. La tendenza a stabilire una legge di questo tipo, e superare il sistema bipolare, è comune a tutti i partiti nazionalisti dell’area di Visegrad. In ragione della distinzione tra nazione ed élite da cui trae linfa la propaganda nazional-populista, l’obiettivo dei partiti nazionalisti è diventare forze take it all che si assegnano la funzione di rappresentare la nazione sovrana mediante una centra-lizzazione del potere in un senso sia verticale, che parte dal governo centrale e si estende alle autonomie locali e ai corpi intermedi dello Stato, sia orizzontale, in quanto pone sotto la tutela dell’esecutivo ogni altro potere costituzionale.

La svolta illiberale e il nazional-populismo segnano la crisi del consensus building che aveva ispirato il processo d’integrazione delle “giovani democrazie” all’Europa e generano la divisione delle élite rispetto a quei principi, soprattutto di natura costituzionale, cui i paesi V4 avevano dichiarato di aderire nel patto di Visegrad e al momento del loro ingresso nell’UE nel 2004. Tale divisione delle élite si ripercuote all’interno dei singoli paesi, dove l’egemonia della ricetta liberale, durata quasi un trentennio, sia nella sua versione progressi-sta sia in quella conservatrice, arretra e rischia di soccombere nel giro

di pochi anni sotto i colpi di una propaganda che vuole mettere alla berlina la vecchia classe dirigente accusata di “autoritarismo mana-geriale”, sottomissione alle burocrazie centrali europee e tradimento della nazione. La divisione delle élite, prodotta dalla perdita di consenso di quello che generalmente si può definire modello occidentale, si riverbera altresì inesorabilmente sull’effimera compattezza politica del Gruppo di Visegrad. Nato dall’esigenza di coordinare gli sforzi di riallinea-mento economico con i paesi dell’Europa occidentale, le nazioni che ne fanno parte si sono astenute dal creare un’istituzione comune con poteri reali e hanno stanziato fino a ora fondi a sostegno delle iniziative di carattere collettivo per l’ammontare di appena 8 milioni di euro. Le divergenze sulla politica estera sono profonde, con la Slovacchia e l’Ungheria vicine alla Russia e la Polonia e la Cechia, per ragioni storiche prima che economiche, maggiormente filostatunitensi. Durante l’invasione della Crimea da parte della Russia, era evidente l’imbarazzo di diversi leader slovacchi dai quali non sono giunte parole di netta condanna di fronte a un’evidente aggressione e una chiara violazione dei trattati internazionali.

Il terreno sul quale il Gruppo V4 pare trovare coesione e unità d’in-tenti è tuttavia quello che riguarda l’immigrazione. Il rifiuto della direttiva europea relativa alla distribuzione di immigrati tra i paesi membri e l’identificazione dell’islamico con il terrorista diventano parole d’ordine seducenti per le nazioni centrorientali europee, ancora drammaticamente in cerca del loro posto sullo scacchiere interna-zionale e della propria stabilità economica e costituzionale.

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