Apertamente

di Vittorio Filippi da Balcani Caucaso del 29/11/2018 -  Fu Gabriele D’Annunzio a definire Fiume “città di passione”, inserendola nella narrazione revanscista della “vittoria mutilata” del primo dopoguerra. In realtà Fiume fu una “città di passione” ben al di là del momento dannunziano, perché la città quarnerina è stato il topos in cui si concentrarono alcune delle dinamiche tragiche della lunga contemporaneità dell’Europa di mezzo: conflitti nazionali che misero in crisi le appartenenze di antico regime; passaggio di una città plurale come la Fiume asburgica da un impero plurinazionale a degli “Stati per la nazione”, prima l’Italia e poi la Jugoslavia socialista; oggetto della competizione di potenza fra Roma e Belgrado dopo la grande guerra; ma anche palcoscenico creativo della nuova destra europea, moderna ed eversiva, generata dal conflitto e dalla conseguente crisi degli anni venti; oggetto dopo la Seconda guerra mondiale di un drammatico “urbicidio”, nella forma di un ricambio forzato pressoché completo di popolazione, così come avvenne a Leopoli ed alla Könisberg kantiana ed ancor prima a Salonicco e a Smirne; ma anche luogo del tentativo ideologico fallito di alcune migliaia di italiani provenienti dalla penisola di costruire un’italianità alternativa nella nuova Jugoslavia titoista (soprattutto i cosiddetti “monfalconesi”).

Nel libro "Fiume città di passione" Raoul Pupo scruta, con ampio sforzo analitico, i vari periodi storici della città, da corpo separato (così la definì il diploma imperiale di Maria Teresa nel 1779) con forte vocazione autonomistica alla città irredenta, dalla “città di vita” di D’Annunzio al violento ed antislavo fascismo di confine, dalla guerra al secondo dopoguerra, ovvero al difficile passaggio da Fiume a Rijeka. Saranno quelli anni difficilissimi, la “fratellanza italo-slava” del nuovo potere comunista avrà tratti nazionalistici ed oggettivamente anti italiani, con quel che ne consegue in termini di esodo. Così la vecchia Fiume “muore” alla fine del 1953, quando durante l’ennesima crisi fra Italia e Jugoslavia per l’ancora irrisolta questione di Trieste, una folla tumultuante distrugge le ultime targhe, insegne, lapidi scritte in italiano. Da quel momento c’è Rijeka ed è una città ormai integralmente croato-jugoslava.
Nella sua attenta analisi, favorita da un linguaggio piacevole e accattivante, tale da attirare anche i non addetti ai lavori, Pupo spiega i tanti (forse troppi!) nodi e passaggi storici della città, mettendoli in relazione con i grandi processi balcanici, mitteleuropei e mondiali, con i fenomeni di costume, le tendenze culturali, le pulsioni civili dei vari periodi. Una luce particolare viene proiettata sulla parentesi dannunziana, un unicum straordinario e controverso, vitalistico laboratorio di spinte e pulsioni che avrebbero poi contaminato la società italiana ed europea.
Chiuse le convulsioni postbelliche, sulla città e sulle sue vicende è sceso l’oblio, probabilmente perché punto scomodo e dolente delle avvelenate vicende italo-jugoslave del tempo. Ma il futuro bussa alla porta: il prossimo anno vi sarà il centenario dell’avventura dannunziana e nel 2020 Fiume sarà città europea della cultura. Si tratta di occasioni importanti per riscoprire finalmente tutto lo spessore storico della città più meridionale della Mitteleuropa ed anche per inserire il caso fiumano nel contesto delle città che dalle grandi crisi novecentesche sono uscite completamente trasformate, perché materialmente distrutte e riedificate ex novo o perché cambiate nella loro identità linguistica e culturale e depauperate di quel pluralismo che costituiva la loro maggiore ricchezza.
A questo proposito racconta Pupo che l’aquila bicipite che dal 1659 ornava lo stemma del comune di Fiume ebbe varie vicissitudini a causa dei nazionalismi prima fascista e poi comunista, per cui i fiumani videro nei destini incerti del nobile uccello l’emblema della loro sorte e della cesura tra le storie di Rijeka e di Fiume. Ma lo scorso anno l’aquila è finalmente ritornata in cima alla torre civica: tuttavia – conclude Pupo – “se le sue teste stiano fissando il passato o il futuro è presto per dirlo”.

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