Apertamente

di Domenico Cerabona da Italiani Europei del 7/9/2017 -  Come è possibile che un sessantottenne, sindacalista, parlamentare di lunghissimo corso ma che non ha mai ricoperto ruoli di spicco nel governo e nel Partito Laburista, attivista di tutte le cause perse degli anni Sessanta, sia riuscito a diventare leader della sinistra inglese e un fenomeno pop in grado di scatenare tra i giovani britannici un entusiasmo riservato solitamente alle rockstar? Il successo di Jeremy Corbyn è da un lato l’esito di un intreccio di eventi rocamboleschi, dall’altro il frutto del suo modo di fare politica e della forza dell’idea che rappresenta: un programma elettorale apertamente socialista in grado di ottenere un consenso eccezionale perfino nel Regno Unito. Stadio San Siro di Milano, 11 luglio 2006. Sul palco ci sono i Rol­ling Stones. Gli azzurri del calcio hanno appena vinto la loro quarta Coppa del mondo in Germania. L’entusiasmo per la vittoria è anco­ra alle stelle e prima, durante e dopo il concerto dei mitici Stones, spontaneamente, il pubblico del Meazza si lascia andare in quello che è ormai il tormentone dell’estate, il coro sull’aria di “Seven Nation Army” del gruppo White Stripes.

Festival di Glastonbury, 24 giugno 2017, Somerset, Inghilterra. Sul palco di uno dei festival musicali estivi più importanti e partecipati d’Europa, ci sono i Radiohead, famosissima band inglese che è tor­nata a suonare live dopo qualche anno di assenza. Prima, dopo e du­rante il concerto, spontaneamente, la platea di decine di migliaia di giovani britannici, sulle stesse note dei White Stripes intona “Ohhh Jeremy Corbyn”.

Sono settimane, ormai, che i giovani britannici intonano questo coro a ogni occasione. La moda è iniziata durante un altro concerto, quel­lo dei Libertines, in occasione di un evento di campagna elettorale del leader laburista. Da quel momento, grazie alla diffusione garanti­ta dai social, il coro è diventato virale e i ragazzi britannici lo cantano in discoteca, in fila a un concerto e – soprattutto – quando vedono Jeremy Corbyn a un evento pubblico.

Come è possibile che un sessantottenne, sindacalista, parlamentare, senza laurea, pacifista, socialista, vegetariano, repubblicano, con­trario al nucleare, minoritario nel midollo sia riuscito a diventare un fenomeno pop in grado di scatenare tra i giovani britannici un entusiasmo riservato solitamente alle rockstar o, al massimo, alla nazionale di calcio?

All’apparenza il leader del Partito Laburista della Gran Bretagna ha tutte le caratteristiche per non diventare mai un personaggio di spic­co nella scena politica inglese. Non è un giovane rampante sulla qua­rantina e poi, soprattutto, non ha studiato né a Oxford né a Cambridge; anzi, non si è proprio laureato. Non viene da una famiglia influente né tanto meno ha amici influenti nella stampa. Dopo una gioventù da attivista di tutte le cause perse degli anni Sessanta, intraprende la carriera sindacale rappresentando varie categorie, diven­tando poi consigliere comunale di un borough (una municipalità) di Londra. Dopodiché, nel 1983, entra in Parlamento nel collegio londinese di Islington North: una sorta di Mugello britannica, dove il Labour vince dal 1937. È un collegio blindatissimo, che gli viene affidato in quanto fedelissimo di Tony Benn, lo storico leader della sinistra laburista.

Il 1983 è anche l’anno della grande vittoria di Margaret Thatcher, che viene riconfermata al numero 10 di Downing Street anche grazie alla scissione “a destra” del Partito Laburista, con la corrente mo­derata che si ribella alla leadership, considerata troppo radicale, di Michael Foot e dà vita a una alleanza progressista (che in seguito si trasformerà nel partito attualmente denominato LibDem) che con il suo 25,4% falcidia i laburisti in moltissimi seggi, consegnando una grandissima vittoria parlamentare alla Thatcher nonostante la Lady di ferro veda diminuire i consensi in termini di voto popolare. Il Manifesto del Partito Laburista del 1983 passerà alle cronache con la definizione di “più lunga lettera di suicidio della storia”.

In questo clima Jeremy Corbyn fa il suo esordio nel paese e nel partito, nella House of Commons come rappresentante di Islington North, collegio che lo confermerà come proprio rappresentante sino a oggi, con maggioranze sempre crescenti e qualunque sia il clima nel paese.

Nel corso di questa lunga carriera parlamentare, Jeremy Corbyn è il classico backbencher, un parlamentare minore. Nella House of Commons, i parlamentari si distinguono, oltre che per essere di maggioranza (che siedono alla destra del presidente della Camera) o dell’opposizione (che siedono sempre a sinistra del presidente), an­che per quanto si siedono vicini alle prime file. La prima fila infatti è riservata da un lato al governo e dall’altra al governo ombra. Le personalità di spicco dei partiti di maggioranza e opposizione sono per questo definiti front ben­chers, mentre i parlamentari meno prominenti siedono alle loro spalle. Corbyn ha passato i suoi trentadue anni da parlamentare in ultima fila, lontanissimo fisicamente e politicamente da incarichi di rilievo nel Partito Laburista, soprat­tutto quando il Labour intraprese la strada della Terza via con Tony Blair. In quegli anni Corbyn si distingue anzi per una pervicace insubordina­zione all’interno del proprio gruppo parlamen­tare. Detiene infatti il record di voti in dissenso, con ben 428 voti contrari alle indicazioni del proprio capogruppo nel lungo periodo in cui il Labour di Blair e di Brown è al governo (1997-2010). In particolare si distingue per il suo attivismo contro la guerra in Iraq del 2003, tanto da diventare uno dei principali leader del movimento che scenderà nelle piaz­ze contro la decisione di Blair di affiancare la guerra al terrore di George W. Bush. Insomma, una voce minoritaria e fuori dal coro, lontana dalla stanza dei bottoni laburista, con l’aggravante di appa­rire come una persona priva della voglia di sgomitare necessaria per raggiungerla, quella stanza.

Una volontà che d’altra parte non manca a Ed Miliband, giovane ministro all’Ambiente del governo di Gordon Brown e figlio dello storico marxista Ralph Miliband. Ed sfida il fratello David (blairia­no moderato) per la corsa alla leadership laburista dopo la sconfitta subita da Gordon Brown per mano della coalizione tra i conservatori di David Cameron e i LibDem di Nick Clegg. La sua piattaforma è un tentativo di riportare a sinistra il Labour e vince di una incollatura battendo il fratello soprattutto grazie all’appoggio dei sindacati affi­liati al Labour. Tuttavia nel Partito Laburista il vero centro del potere sta nel gruppo parlamentare, il PLP (Parliamentary Labour Party) in cui Ed Miliband è debole: tanto da dover (complice anche una stampa ferocemente schierata contro le sue proposte dal “profumo” socialista) annacquare progressivamente le sue posizioni, al punto di presentarsi alle elezioni del 2015 con una linea non tanto diversa da quella del socialismo europeo continentale, una sorta di volto buono dell’austerità.

Nonostante la rovinosa sconfitta elettorale, dovuta anche al crollo preannunciato in Scozia per mano del SNP di Nicola Sturgeon, Mi­liband riesce a portare avanti una riforma profonda delle regole del gioco all’interno del partito. Miliband infatti rovescia la piramide, togliendo molto potere al PLP, soprattutto in sede congressuale. Gra­zie al nuovo statuto, al gruppo parlamentare rimane solo il compito di selezionare i candidati attraverso la raccolta di firme a sostengo di una candidatura, dopodiché la palla passa agli iscritti del partito e dei sindacati affiliati. Si apre poi per la prima volta la possibilità di voto per i sostenitori del partito che, registrandosi e pagando una quota decisa ogni volta dal comitato esecutivo, potranno votare il leader anche se non sono iscritti.

È una vera e propria rivoluzione senza la quale Corbyn non avrebbe avuto alcuna possibilità di essere eletto leader.

All’indomani delle dimissioni di Miliband, a seguito della sconfitta elettorale per mano di Cameron, che ottiene la maggioranza assolu­ta senza bisogno di coalizzarsi con i LibDem, nel Partito Laburista regna il caos. Il candidato più accreditato è Andy Burnham, dell’ala più “milibandiana” del partito, appoggiato dalla grande maggioranza del gruppo parlamentare. Vi sono poi due candidature più moderate: Yvette Cooper e la blairiana di ferro Liz Kendall. Un po’ per gioco, nell’ala più radicale del PLP spunta l’idea di candidare un proprio riferimento, ipotesi accolta subito con entusiasmo da parte di Len McCluskey, vigoroso segretario dello Unite, il più grande sindacato della Gran Bretagna e soprattutto il principale tra i sindacati affiliati del Labour. Emerge così la proposta della candidatura di un parla­mentare piuttosto sconosciuto al grande pubblico, ma che proprio per questo non è etichettabile immediatamente come “la solita fac­cia della sinistra minoritaria” come potrebbe essere il più noto John McDonnell o la già candidata di bandiera nel 2010 Diane Abbott.

Corbyn annuncia dunque la sua corsa, ma c’è un piccolo problema: mancano le firme. Servono 35 firme di parlamentari o europarla­mentari. Corbyn ne raccoglie subito 21, ne mancano 14. A poche ore dalla scadenza per la consegna il nostro eroe è fuori dal congresso. Arrivano in soccorso alcuni sostenitori di Andy Burnham: dichiara­no che la candidatura di Corbyn arricchirà il dibattito democratico del congresso. Sono lupi travestiti da agnelli però: quasi tutti sono convinti che una candidatura più radicale sarà un vantaggio per lo strafavorito Burnham. Il più celebre di questi parlamentari è Sadiq Khan, già ministro ombra di Ed Miliband e oggi sindaco di Londra.

Superato questo scoglio, è tutto in discesa. Corbyn infatti si mette a fare la cosa che gli riesce meglio: l’attivista e il militante. Gira il paese in lungo e in largo a tenere comizi sempre più affollati di giovani e meno giovani stufi di un Labour troppo timido, troppo moderato. Cameron infatti, ringalluzzito dall’insperata grande vittoria elettora­le, continua con le sue manovre di austerità, e Corbyn è l’unico dei candidati alla segreteria del Labour che pronunci parole chiare di condanna. Nell’arco di pochissimi giorni i sondaggisti annunciano dati shoccanti per tutti gli analisti: il vecchietto sconosciuto è or­mai dato per favorito. E finirà proprio così: Jeremy Corbyn otterrà il 59,48% con oltre 250.000 voti, mentre gli altri quattro candidati si dovranno accontentare delle briciole.

Comincia così il lungo braccio di ferro tra un leader eletto a furor di popolo e un gruppo parlamentare che non lo riconosce come pro­prio capo. Un braccio di ferro che troverà il suo apice il 25 giugno 2016 quando, all’indomani del referendum sulla Brexit, il gruppo parlamentare vota a stragrande maggioranza, 172 voti contro 40, la sfiducia al proprio leader. L’accusa è di essere stato troppo timido durante la campagna per il remain. Anche se, una rilevazione di Lord Ashcroft Polls indica che oltre il 60% degli elettori laburisti ha votato per il remain: davvero un altro leader laburista avrebbe potuto fare di meglio?

A ogni modo Corbyn, non senza qualche difficoltà, ottiene, a nor­ma di statuto, di essere nuovamente candidato alla leadership. Lo sfida Owen Smith, attorno al quale si riunisce tutto il gruppo par­ lamentare. Nonostante tutto, Corbyn viene confermato leader con un successo persino maggiore rispetto all’anno precedente, con un aumento sia in termini percentuali (61%) che di voti assoluti, con oltre 313.000 preferenze. Tuttavia i sondaggi vanno malissimo: il Labour viene dato in picchiata e il suo leader a livelli infinitesimali di popolarità. Soprattutto, gli viene contestata una linea troppo soft per quanto riguarda l’opposizione alla Brexit. Analisti e parlamentari laburisti lo vorrebbero più pugnace, vorrebbero che si facesse rappre­sentante del 48% che ha votato per il remain. Corbyn invece rimane fermo nella sua intenzione di rispettare il risultato del referendum e lottare per una Brexit che sia meno dannosa possibile per i lavoratori del Regno Unito.

In questo clima si arriva all’aprile del 2017, quando Theresa May, probabilmente ingolosita dai sondaggi, decide di indire un’elezione anticipata. Il resto è storia: con i conservatori che perdono la maggio­ranza e che sono costretti a un traballante accordo capestro con l’e­strema destra irlandese del DUP e con un Corbyn che fa bagni di fol­la e che è ormai osannato anche dal suo gruppo parlamentare come un salvatore della patria. E pensare che se la May non avesse indetto le elezioni politiche, ora Corbyn sarebbe stato rottamato. A maggio, infatti, si sono tenute le elezioni amministrative in tutto il Regno Unito e il Partito Laburista ha subito una batosta storica, perdendo moltissimi consiglieri e Comuni. Una batosta che, se non ci si fosse trovati già in pie­na campagna elettorale per le politiche, sarebbe stata fatale per un leader già di per sé traballan­te. Paradossalmente, l’errore di valutazione della May si è rivelato provvidenziale non solo per Corbyn, ma soprattutto per l’idea che Corbyn rappresenta: un programma elettorale aperta­mente socialista in grado di ottenere un consenso eccezionale perfino nel Regno Unito. Forse non più l’isola della Terza via. Infatti, il 40% ottenuto dal Labour di Corbyn l’8 giugno 2017 è uno dei migliori risultati della storia laburista ma, soprattutto, il maggior incremento in termini di voti da un’elezione all’altra dai tempi di Clement Attlee nel 1945.

Ma non bisogna farsi ingannare: il risultato eccezionale del Labour è sì merito del modo di fare politica di Jeremy Corbyn, ma certamente anche il partito conservatore ha fatto la sua parte. Il partito della May è tornato a essere quel nasty Party capace di inserire nel proprio manifesto proposte estremamente sfacciate contro le fasce di popo­lazione più deboli (un esempio per tutte, la cosiddetta dementia tax, una proposta di legge che prevedeva l’esproprio dell’abitazione degli anziani più poveri, bisognosi di trattamenti sanitari) e altre semplice­mente incomprensibili. Il Regno Unito deve affrontare la Brexit e in questo clima la May inserisce nel suo Manifesto il ritorno alla caccia alla volpe, in pieno stile vecchio impero.

Questa svolta a destra ha ricompattato il fronte della sinistra, persi­no quello più moderato, sinceramente spaventato dall’eventualità di una grande vittoria della May e dalla sua hard Brexit. Questa alleanza sociale, riunitasi sotto l’ombrello del Labour di Corbyn, certamente non durerà per sempre. La sfida di Corbyn sarà tenerla viva. Ma per ora i sondaggi, e soprattutto le piazze, paiono tutti in favore dell’im­probabile e ineleggibile vecchietto socialista.

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