Apertamente

di Matteo Zola da East Journal del 3/5/2017 -  La Grecia torna a far parlare di sé. Nella notte del 2 maggio, dopo sei mesi di aspre trattative, un accordo è stato finalmente raggiunto tra Atene e i creditori europei. L’accordo prevede una revisione del piano di salvataggio del paese che si traduce in nuove misure di austerità nei settori del lavoro, delle pensioni, delle tasse e dell’energia. La tegola più pesante riguarda il taglio delle pensioni e l’aumento del limite di esenzione fiscale, ridotto a 6.000 euro dagli 8.636 euro attuali. Tuttavia, stando alle dichiarazioni del ministro delle Finanze ellenico, Euclid Tsakalotos, questo ulteriore sacrificio aprirà a una riduzione del debito pubblico greco. E’ già stata prevista una data per la discussione in sede europea, il prossimo 22 maggio durante la riunione dell’Ecofin. La notizia è solo apparentemente buona, poiché le nuove misure di austerità hanno già scatenato le proteste dei cittadini, esausti dopo otto anni di crisi. Una crisi che in Grecia non conosce fine, anche perché il paese – sommerso dal debito pubblico – non ha strumenti per una ripresa economica. L’accordo servirà infatti a sbloccare un’ulteriore tranche di aiuti europei con i quali Atene potrà solo ripagare 7,5 miliardi di debito in scadenza. Negli ultimi sei mesi Alexis Tsipras ha cercato di evitare nuovi tagli, invano, chiedendo all’UE un’allentamento dell’austerità.

La resistenza del governo greco è stata inutile, anche perché il debito greco è largamente in mano all’Unione Europea: dei 295 miliardi di euro di debito pubblico ellenico, pari al 180% del Pil, ben 131 miliardi di euro spettano al Fondo salva-stati europeo, vale a dire allo European Financial Stability Facility (EFSF), antesignano dell’’European Stability Mechanism (ESM) che a sua volta ne detiene altri 30 miliardi), per un totale di 161 miliardi di euro pari al 50,2% del totale.La Banca centrale europea detiene altri 18 miliardi, acquisiti dalle banche tedesche e francesi che, all’indomani della crisi greca, volevano disfarsi dei titoli di stato ellenici. I paesi dell’eurozona ne hanno, tutti insieme, altri 53 miliardi accumulati quando ancora non c’era l’ESM ed erano i singoli stati a dare soldi alla Grecia. Quindi ben 232 dei 295 miliardi di debito greco è, in un modo o nell’altro, in mano all’Europa. Il Fondo monetario internazionale (FMI) detiene infatti appena il 4%, circa 13 miliardi.

La questione del debito greco, quindi, è una questione europea e solo l’Europa, sia nelle sedi comunitarie che in quelle nazionali, può risolverla. Un modo per risolverla è “europeizzare” il debito pubblico greco, ma il rifiuto tedesco ha reso impossibile questa via. La riduzione del debito diventa quindi l’unica strada percorribile. Anche in questo caso il rifiuto di Berlino ha sempre impedito la discussione ma sembra che questa volta il ferreo ministro delle Finanze tedesco, Wolfgang Schäuble, sia stato messo in minoranza. Al termine dell’incontro, Euclid Tsakalotos ha infatti esultato: “La discussione di un accordo che assicura la sostenibilità del debito greco inizia ora”.

Se farà la brava, e raggiungerà gli obiettivi indicati dai creditori, tagliando e liberalizzando, Atene potrà inoltre attuare una serie di riforme compensative per alleggerire l’austerità a favore delle fasce della popolazione con redditi più bassi, come l’introduzione di sovvenzioni per gli affitti e per l’acquisto di farmaci. Misure che adesso la Grecia non è libera di fare. Questa è la situazione dei vassalli, d’altronde. Il paese potrà inoltre accedere al Quantitative Easing voluto da Draghi e attraverso cui la BCE può comprare titoli di stato dei paesi membri – ebbene sì, la Grecia ne è esclusa.

L’Unione Europea, dominata dal rigorismo germanico, continua la sua ricorsa all’austerità applicando ciecamente misure neo-liberiste che, oltre ad aggravare la situazione, altro non fanno. L’ideologia dominante dei corridori di Bruxelles resta questa, malgrado i tentativi di correggere la rotta. La riduzione del debito greco è senz’altro una di queste correzioni ma più che un cambio di rotta somiglia a un “contentino” con cui blandire la Grecia strozzata dalla miseria (il 15% della popolazione vive sotto la soglia di povertà).

E’ interessante notare come nelle lingue germaniche la parola “debito” (schuld) sia la stessa con cui si indica la colpa (schuld). Il debito è una colpa. E la colpa si espia solo attraverso la punizione. Punirne uno per educarne cento? Ma il problema della Grecia, e del suo debito, è un problema europeo e spetta ora all’Unione togliere il bastone del rigore dalle mani del governo di Berlino salvando, insieme alla Grecia, il senso dell’esistenza di un’Europa unita.

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