Apertamente

di Simone Benazzo da East Journal del 22/3/2017 - L’apertura di un museo sull’infanzia durante la guerra a Sarajevo, allestito con gli oggetti ricordo di chi visse la guerra da bambino, è solo l’ultimo capitolo della lotta di memoria che vibra per i Balcani. Iniziative di memoria collettiva dal basso come queste non sono casi velleitari e meri aneddoti da copertina. Partecipano alla tensione, sempre più viva, tra la memoria ufficiale, monolitica e strumentale, e la galassia di memorie individuali. Il Novecento, dall’attentato di Sarajevo al conflitto degli anni ’90, passando per due guerre mondiali e l’esperienza socialista, è un campo di battaglia fluido, dove si gioca una partita tutta contemporanea. Vale la pena ricordare

Un aforisma attribuito a Mikhail Pokrovsky – “la memoria è politica proiettata al passato” – compendia l’azione di buona parte dei governi dell’ex Jugoslavia, tutti alacremente impegnati in operazioni revisionistiche, come evidenziato da casi recenti. In Serbia il leader dei cetnici, gli ultra-nazionalisti serbi, Draža Mihailović viene riabilitato nel 2015, mentre l’anno seguente è il turno di Milan Nedić, primo ministro dello stato fantoccio collaborazionista dei nazisti tra 1941 ed 1944, il cui processo di riabilitazione è tuttora in corso. In Croazia l’anno scorso il governo diserta in toto le celebrazioni anti-fasciste per la liberazione di Zagabria durante la Seconda Guerra Mondiale. In Bosnia, nella sterminata casistica svetta il massacro di Srebrenica, perennemente oggetto di contro-interpretazioni, con una verità storica che pare impossibile far accettare urbi et orbi. Iniziative che si propongono di tracciare memorie transnazionali, sfumando la dicotomia netta tra vittime e carnefici, come il Museo dell’ICTY aperto a fine 2016 a Sarajevo, sono immancabilmente bollate come faziose e parziali.

Un fil rouge che sembra unire tutti i paesi post-comunisti è l’obnubilazione del passato socialista: alla sua rappresentazione in chiave negativa si accompagna l’attiva rimozione dei suoi lasciti. La iconografia jugoslava viene quindi tollerata solo se spogliata di rivendicazioni politiche e riciclata a marketing della nostalgia. Si tratta di quella Ostalgie che in ex-Jugoslavia si chiama “jugonostalgija”. Ne è un esempio il Cafe Tito a Sarajevo, dove i turisti possono farsi la foto sotto il banner “Siamo titoisti.” Curiosamente, questo bar, posizionato di fianco al Museo della Storia della Bosnia, dietro al Museo Nazionale e vicino al monumento più salace costruito dai sarajevesi a commemorazione dei quattro anni di assedio, contribuisce a creare un vero e proprio polo memoriale.
L’altra storia 

All’appropriazione governativa si contrappongono le storie dei singoli, il romanzo corale della gente comune che soffrì sulla propria pelle le velleità di grandeur dei propri governanti. “La lotta di un uomo contro il potere è la lotta della memoria contro l’oblio,” scrive Milan Kundera in Il libro del riso e dell’oblio. Questa memoria contraddice la vulgata orientalista della violenza innata dei Balcani, che spiega ed assolve le azioni sanguinarie del potere, evocando una supposta indole bellicosa dei balcanici. La forza di questa memoria individuale risiede allora nel suo riportare al centro la scelta personale, il libero arbitrio del singolo. Disseppellisce atti di solidarietà, storie di persone normali che contraddissero silenziosamente i propri governi. Come l’Oskar Schindler bosniaco, Hajim Altarac, della città di Vareš. Nel 2008 per caso vengono scoperte decine di lettere inviate a lui dal campo di Jasenovac: le medicine, i prodotti di igiene, il cibo ed i soldi che questo farmacista ebreo riuscì ad inviare agli internati, spesso senza conoscerli, permisero a molti di loro sopravvivere. O come la storia della famiglia Hardaga, musulmani di Sarajevo che salvarono una famiglia ebrea dai rastrellamenti nazisti per poi vedersi ricambiato il favore negli anni ’90. O come quella di Amir Reko, comandante delle forze bosgnacche che scelse di non vendicarsi sulla popolazione serba di Bučje. Tre giorni prima le truppe serbe avevano arso viva tutta la sua famiglia.
Una memoria sconfinata

Raccontare la sofferenza del singolo e non quella di nazione, popolo o ethnos, può ottenere un effetto paradossale: le storie individuali diventano storie di tutti, memoria di una comunità umana il cui dolore non ha rispettato confini nazionali, religiosi, politici. Nel 2015 un’artista di origini kosovare, Alketa Xhafa-Mripa, invitò donne albanesi e serbe vittime di violanza sessuale durante il conflitto ad appendere per un giorno un proprio vestito nello stadio di Pristina, come se fossero semplici panni da asciugare al sole. In un venerdì di giugno, 5000 pezzi di stoffa senza nome sventolarono al vento, nel boato dello stadio vuoto. Ognuno con dentro il proprio orrore personale, in un unico, catartico atto di memoria collettiva.

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