Apertamente

di Stefano Pizzin del 28/1/2017 - Lo scorso Natale i parlamentari dell'opposizione in Polonia lo hanno trascorso occupando il parlamento per protestare contro la scelta del presidente dell'assemblea, esponente del partito di governo Diritto e giustizia (PiS), di interdire l'accesso ai giornalisti. Qualche settimana prima centinaia di migliaia di donne sono scese nelle piazze del Paese, vestite a lutto, per protestare contro la legge del governo che prevedeva di rendere praticamente illegale l'interruzione di gravidanza. Ancora qualche mese prima a Varsavia una enorme manifestazione guidata da Lech Walesa, ex presidente e leader di Solidarność ai tempi della lotta contro il regime comunista, Adam Michnik, intellettuale ed editore, esponente della parte più liberale dell'opposizione al regime e Alexander Kwasnewski ex presidente anch'egli e rifondatore della sinistra polacca, protestava contro il governo e il suo progressivo allontanamento dall'Europa.

Da tempo, ormai, intellettuali, politici e, perfino, seppure molto timidamente, le istituzioni europee, segnalano la deriva autoritaria e integralista del governo polacco.
Cosa sta succedendo nella nazione che prima ancora della caduta del muro avviò, con la famosa "tavola rotonda", la transizione dal regione comunista a quello liberal-democratico?
Facciamo un passo indietro, molto indietro. Siamo nella Polonia del 1962, il capo del Partito operaio unificato polacco Wladislaw Gomulka, tenta delle riforme del sistema che non funzioneranno molto, e due ragazzi di dodici anni: Lech e Jarosław Kaczyński, due gemelli biondissimi è perfettamente uguali, sono protagonisti di un film dal titolo "I due che rubarono la luna". Un filmetto senza pretese, dopo il quale per i due non si aprì una brillante carriera cinematografica, ma, diretti da una madre arcigna e dispotica, degli studi, delle carriere nell'università e un po' di dissidenza politica con un ruolo di seconda linea in Solidarność. Poi, con la nascita del partito Diritto e giustizia la loro carriera politica decolla: Jarosław, il più sveglio dei due, riunisce le diverse anime della destra conservatrice e reazionaria polacca, stringe una stretta alleanza con il clero più retrivo dal quale riceve, come strumento di propaganda, la seguitissima Radio Maria, una emittente talmente infervorata da essere in più occasioni oggetto di rimbrotti dal Vaticano per certe posizioni dichiaratamente antisemite. Nel 2005 il PiS vince le elezioni ma Jarosław inizialmente non si fa nominare primo ministro. Il suo è un passo indietro in favore del fratello Lech che di lì a poco verrà eletto presidente. Nel 2007, in seguito a un rimpasto di governo, Jarosław diventa primo ministro, giurando nelle mani del fratello, diventando la prima coppia di gemelli ai vertici di uno Stato. Il 10 aprile del 2010 Lech, in visita di Stato a Smolensk, in Russia, dove si recava per commemorare le vittime dell'eccidio di Katyn perpretato dai sovietici, è vittima di un incidente aereo, del quale ancora oggi i polacchi attribuiscono la colpa ai servizi di Mosca. Tentata la corsa alla sua successione Jarosław viene battuto dal liberale Komorowski. I polacchi, si sa, non sono mai tranquilli e amano mandare a casa i governi dopo un mandato. Così tocca al partito di Kaczyński che, battuto dai liberali, consegna le redini del governo a Donald Tusk, oggi presidente del Consiglio europeo. Nel 2015 la travolgente rivincita con la conquista della maggioranza assoluta in un parlamento dove, per la prima volta, la sinistra non sarà rappresentata.
"Bassi, grassi, ridicoli, rancorosi, che non sorridono mai, che si servono di insinuazioni, che sono antieuropei, antitedeschi e antirussi, pieni di complessi, vanitosi, che non conoscono le lingue straniere, che sono vecchi scapoli, che a cinquant’anni passati dipendono ancora dalla mamma, che sono meschini, vigliacchi, che hanno un gatto, che non hanno un cane, che sono i peggiori politici nella storia della Polonia indipendente, che indubbiamente stanno portando il paese alla catastrofe". Giudizi di questo tipo sono assai diffusi in Polonia e non vengono da reduci del sistema socialista ma da giornalisti e intellettuali, gente che è stata in carcere durante gli anni del generale Jaruzelsky, e che non riescono a capacitarsi di come la Polonia, passata l'euforia della libertà e dell'integrazione europea, si stia facendo guidare da un partito di eurofobici e integralisti.
A dirigere il governo oggi c'è Beata Maria Szydło, vicepresidente del PiS, ma che tutti considerano telecomandata da Lech, e presidente del Paese è Andrzej Duda, anche lui esponente dello stesso partito. Kaczynski, senza alcuna carica di governo ma a capo del partito, resta comunque il burattinaio delle politiche del governo.
Da quando sono al governo i nuovi capi della Polonia si sono sbizzarriti in misure ben poco liberali: Oggi Diritto e Giustizia controlla tutti i principali centri di potere dello Stato. Ha la presidenza della Repubblica, in Parlamento vanta la maggioranza assoluta dei seggi,  governo, è un monocolore, alla radio-tv pubblica sono stati piazzati d’imperio dirigenti e giornalisti allineati e, con una serie di norme contestate anche dall'Unione europea, il Tribunale costituzionale sta finendo sotto il controllo del governo. Delle critiche dell'Ue Varsavia non si preoccupa più di tanto, replicando che Bruxelles non può intervenire sulle scelte di un governo eletto dal "popolo sovrano". Sovranità è una parola chiave del lessico di Kaczynski, che assume sfumature differenti. È sovranità etnica, contro l’accoglienza dei rifugiati. Il governo precedente aveva accettato le quote europee sulla loro ripartizione, quello attuale non rispetterà l’impegno. È sovranità nazionale, contro le ingerenze dell’Europa che a Varsavia oggi immaginano priva di ogni sostanza federalista e subordinata agli interessi degli Stati-nazione. È anche sovranità economica. Buona parte della destra polacca pensa che i dogmi del libero mercato, che hanno guidato la crescita dal 1989, con un ruolo importante dei capitali stranieri, vadano riconsiderati. Da qui una strategia di rafforzamento della presenza dello Stato nell’economia e la somministrazione di dosi importanti di welfare, a partire dagli assegni familiari: centoventi euro al mese a figlio, dal secondo in poi. Sono molti soldi, in un Paese dove il reddito medio lordo è sui mille euro. E poco importa se le stime sulla crescita sono state appena riviste al ribasso, complicando lo sforzo per fare protezione sociale. "Il Pil è un idolo delle élite economiche" ha sentenziato Mateusz Morawiecki, regista economico del governo. La Terza Repubblica, nata sulle macerie del comunismo, è per Kaczynski una storia da archiviare, perché viziata dal consociativismo tra gli eredi del regime e l’ala moderata di Solidarność che scelse di negoziare con il nemico di sempre il passaggio alla democrazia. Kaczynski pretende invece di rifondare la Polonia. Vuole una rigenerazione morale, un rapporto diretto tra governo e popolo, uno Stato forte e interventista in economia.
Insomma, a Varsavia si praticano le stesse politiche dell'Ungheria di Orban e sognate da tanti capi e capetti della nuova destra europea: Stato identitario, poche libertà, xenofobia e interventi sociali. Per sintetizzare: una sorta di nazionalsocialismo aggiornato.
Perché accade? Perché la globalizzazione e il liberismo hanno lasciato tanti sconfitti e tante paure e, in assenza di una sinistra riformista che si svegli dal torpore dalla quale è caduta, xenofobi e nazionalisti trovano tanti e troppo facili consensi. Non crediamo, infatti, che le molte e partecipate manifestazioni di dissenso verso il governo rappresentino la maggioranza dei polacchi. Il consenso verso la destra è ancora ampio: nella Polonia rurale, tra gli strati più conservatori del Paese e tra coloro che non reggono più un'economia votata alla competizione permanente. Ciò che oggi accade a Varsavia, come a Budapest, sta facendo tanti proseliti nell'Europa orientale e non è detto che in primavera non arrivi a Parigi.

 

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