Apertamente

di Stefano Pizzin del 9/12/2016 - 23 ottobre, Budapest, piazza Kossuth, si commemora l'insurrezione ungherese del 1956 sedata nel sangue dai carri armati sovietici, a prendere la parola è il primo ministro Viktor Orban, il capo del partito di destra Fidesz, l'uomo che ha stravinto le ultime elezioni politiche, controlla il Parlamento, la stampa, l'economia e tutte le istituzioni del Paese. Inizia a ricordare le vittime della rivolta, esalta l'orgoglio nazionale, sfuma sul ruolo dei sovietici, dovendo gestire i suoi buoni rapporti con la Russia di Putin e, infine, parte con uno dei suoi cavalli di battaglia: l'invettiva contro l'Unione europea.

Certo, è singolare che il capo di un Paese che dall'Unione continua a ricevere ingenti sostegni finanziari abbia fatto dell'odio contro Bruxelles la cifra della sua politica, ma tant'è e, in fondo, nelle ovattate stanze dell'eurocrazia si finge di non sentire. Ma torniamo al discorso: Orban si lancia in un ardito paragone tra UE e l'Armata rossa che invase vie di Budapest e, improvvisamente, dal pubblico partono dei fischi, non pochi, non isolati, proprio dei sonori fischi che costringono i media addomesticati a ingegnarsi per non farli sentire e lui, il nuovo re dei magiari, a chiudere irritato il discorso.
Quello del 23 ottobre è il terzo incidente di un percorso che sembrava inarrestabile. Venti giorni prima, il referendum plebiscito indetto dal governo per rifiutare l'accoglienza a qualunque rifugiato falliva avendo mancato il quorum della partecipazione e, nella primavera scorsa, alle elezioni suppletive in un collegio della capitale, il candidato governativo veniva battuto da quello dell'opposizione, facendo saltare in Parlamento la maggioranza dei due terzi.
Insomma, sembra che qualcosa si sia mosso nell'opinione pubblica ungherese che, fino a oggi, pareva schierata in modo plebiscitario intorno al premier. Attenzione, però, si tratta solo di timidi segnali, il sostegno a Orban è ancora forte e profondo, specie nell'Ungheria fuori da Budapest, perché ha radici su sentimenti storici di quel Paese e su politiche economiche e sociali attente al consenso.
L'Ungheria è un Paese che si nutre di frustrazioni secolari. Sempre in secondo piano ai tempi dell'Impero asburgico, ha impegnato secoli per mettersi allo stesso tavolo della dinastia viennese. Raggiunta la quasi parità con la nascita della doppia monarchia nel 1867, appena settanta anni dopo, il Paese collassa con la fine della prima guerra mondiale che lo vede dalla parte degli sconfitti. Persi enormi territori e lasciati molti ungheresi entro i confini jugoslavi, cecoslovacchi e, soprattutto romeni, il Paese sperimenta il primo tentativo di rivoluzione comunista fuori dall'Unione Sovietica, ma la Repubblica dei soviet di Béla Kun non dura e il governo finisce nelle mani dittatoriali di Miklós Horthy, il reggente, l'ammiraglio di un Paese ormai senza mare che schierò l'Ungheria in prima linea a fianco della Germania nazista, diventato uno dei più ubbidienti esecutori delle politiche di stermino. Così, nel 1945, l'Ungheria è, ancora una volta, dalla parte dei vinti, ai territori perduti con il primo conflitto se ne aggiungono altri e il Paese, da gregario di Hitler, diventa un fedele vassallo dello stalinismo. Dopo la rivolta del '56 e la sua normalizzazione, il regime, diretto da Janós Kadar, riuscirà a stare in equilibrio tra la fedeltà a Mosca e delle piccole ma importanti liberalizzazioni sul piano economico e politico, diventando, come con perfidia disse Winston Churchill, "la baracca più allegra del gulag".
La transizione dal comunismo fu a Budapest tranquilla e, con il nascere delle nuove formazioni politiche, Viktor Orban riesce a scalare il Fidesz, un partito di ispirazione inizialmente liberale che lui trasforma in una formazione conservatrice e nazionalista. Dopo una prima parentesi di governo dal 1998 al 2002, Orban travolge alle elezioni del 2010 il governo di socialisti e liberali, fiaccato dagli scandali e dalla crisi economica, e inizia un percorso che lo porta a prendere il controllo di tutti i luoghi chiave del potere. Parlamento, presidenza della repubblica, stampa, corte costituzionale, perfino la banca nazionale, non sfuggono alle sue mire, portando il Paese decisamente oltre gli standard minimi per un sistema democratico. Certo, a Budapest formalmente esiste ancora una democrazia ma le continue forzature, comprese le modifiche della legge elettorale e della costituzione, rendono il sistema ormai prossimo all'autoritarismo.
Ma da dove nasce la forza del regime? Innanzitutto Orban ha fatto leva sugli storici risentimenti di un popolo che vede l'interesse nazionale costantemente minacciato dall'esterno. Gli austriaci, i romeni, i russi, l'Unione europea, sono, di volta in volta, i nemici che impediscono la grandezza di una nazione che ha perso grandi territori e vede molti connazionali vivere in quelle terre perdute. Poi, Orban, ha saputo cavalcare la rivincita dell'Ungheria profonda, ostile alla Budapest liberale e arroccata nel nazionalismo identitario. Infine, e ciò andrebbe molto studiato, il suo governo ha affrontato la crisi economica con misure sociali di stampo statalista e con interventi sul piano sociale che, molto lontani dal liberismo, hanno alleviato le difficoltà di larghi strati della popolazione. Una miscela di politiche nazionaliste e sociali, paradossalmente aiutate dal cospicuo sostegno dell'Unione europea.
Proprio il rapporto con l'Ue rappresenta una delle chiavi del successo di Orban. Con l'Unione il leader ungherese ha sempre usato il doppio registro: attento a non inimicarsi la Germania, ha usato l'Europa come oggetto dei suoi strali nazionalistici. Ha visto bene la filosofa Agnes Heller quando ha così sintetizzato lo stile di Orban verso l'Europa: "Orban parla sempre due linguaggi, uno a uso interno e uno per il resto del mondo: fuori dall'Ungheria loda Angela Merkel, a casa spara a zero contro di lei. E cerca di far dimenticare a tutti che l'Ungheria oggi anti-migranti allora fu un Paese di migranti: dopo l'invasione russa fuggirono a centinaia di migliaia e trovarono solidarietà e salvezza". I migranti sono il cavallo di battaglia del governo ungherese, il continuo richiamo alla paura contro "l'orda islamica" che attaccherebbe l'Europa continuano a fare breccia tra la popolazione, specie quella più esposta alla crisi economica, e fanno di Orban il nuovo capo dei governi nazionalisti ed euroscettici dell'Europa centro-orientale. Infine il rapporto con Mosca. Orban è il capo del governo europeo più amico di Putin. Gli affari tra Mosca e Budapest vanno a gonfie vele e, in una strabiliante capriola, il governo magiaro riesce a tenere insieme il nazionalismo con l'amicizia con la Russia. In tutto questo l'Europa che fa? Niente o quasi. Qualche lamentela e l'apertura di quegli infiniti dossier che non vedono mai la fine; ma finché a Budapest nessuno mette in discussione l'ortodossia finanziaria, tutto va bene e i parlamentari europei del partito di Orban possono serenamente sedersi nel gruppone del Partito popolare europeo.
Se Orban e il suo partito destano inquietudine, sulle rive del Danubio è riuscito a nascere qualcosa di peggio, lo Jobbik. Jobbik è un partito di estrema destra, dichiaratamente nazionalista, fascista, omofobo e antisemita, l'unico in Europa, accanto ai greci di Alba dorata, ad avere una vera e propria milizia paramilitare. Oggi quel partito, secondo i sondaggi, sfiora il 20% dei voti e sarebbe la seconda forza politica della nazione. Così, se l'esperienza del governo Orban dovesse andare male c'è già pronta un'alternativa ancora peggiore.
Un'ultima riflessione: l'ascesa di Orban e delle paurose alternative alla sua destra sono, ancora una volta, anche l'esito della cecità delle politiche dell'Unione e dell'assenza di quella sinistra socialista che ha lasciato gli strati sociali impoveriti dalla crisi diventare la nuova base elettorale e sociale dei populisti e dei nazionalisti.
Quando, diversi anni fa, la destra austriaca, guidata da Georg Haider, entrò nel governo di Vienna, l'Unione europea intervenne con forza. Quando il governo greco cercò, stremato dalla situazione sociale, di ribellarsi alla camicia di forza dell'austerità fu minacciato di uscire a calci dall'Unione. Oggi, di fronte a un governo il cui leader ha orgogliosamente dichiarato: "Dobbiamo abbandonare i metodi e i princìpi liberali nell'organizzazione di una società. Stiamo costruendo uno Stato volutamente illiberale, perché i valori liberali dell'occidente oggi includono la corruzione, il sesso e la violenza", a Bruxelles, Strasburgo e Berlino si dorme profondamente e si finge di non vedere. Non resta che sperare che gli ungheresi riescano a fare qualcosa da soli, e che quei fischi dello scorso ottobre possano segnare un inizio.

 

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