Apertamente

di Luisa Chiodi, Marzia Bona da Affari Internazionali del 05/12/2016 - Nonostante le rassicurazioni dei leader della regione circa l’impegno dei rispettivi Paesi a proseguire il cammino europeo e le dichiarazioni dei vertici europei, il referendum per l'uscita del Regno Unito dall'Unione europea, Ue, ha aumentato l’incertezza sul futuro dei Balcani occidentali. La partita dell’integrazione europea si gioca ormai a livello politico mentre l’istituzionalizzazione del processo garantita dal lavoro della Commissione europea ne garantisce solo la prosecuzione tecnica nel medio periodo. La preoccupazione principale è che il dossier allargamento possa finire in fondo all’elenco delle priorità politiche europee, monopolizzate dai negoziati per l’uscita di Londra e dalla gestione di pressanti questioni sia interne (per il bilancio e la crisi della solidarietà tra stati membri) che esterne (la situazione in Medio Oriente e i rapporti con Turchia e Russia, fattori ai quali si aggiunge la nuova stagione politica negli Usa).

Inoltre, l'uscita del Regno Unito dall’Ue mette in discussione il potenziale di attrazione, e quindi di trasformazione, che l'Unione ha nei confronti di Paesi in cui tanto i governi che le opinioni pubbliche sono ansiose di benefici tangibili nel breve periodo e soggetti all’influenza di altri attori internazionali, tra cui Russia e Turchia.

A Trieste i protagonisti del processo di Berlino
Poiché già dall'ingresso della Croazia nel 2013 l'allargamento scontava una sostanziale perdita di slancio, in coincidenza con l’inizio delle commemorazioni per il centenario della Grande Guerra, la Germania ha ideato per il sud-est Europa il cosiddetto “Processo di Berlino” che simbolicamente dovrebbe concludersi nel 2018.

La cancelliera tedesca Angela Merkel, sostenuta da Austria, Francia e successivamente dall’Italia, ha riunito i leader dei 6 Paesi dei Balcani occidentali prima a Berlino e poi a Vienna e Parigi per incoraggiare la cooperazione intergovernativa attorno ai temi dello sviluppo economico, del rafforzamento delle reti di trasporti, di energia e gas, e della cooperazione regionale, tra cui quella giovanile.

Il prossimo luglio 2017, l'incontro dei sei Paesi membri dell'Ue che sostengono il processo (Germania, Austria, Francia, Croazia, Slovenia e Italia), dei Balcani occidentali e della Commissione Europea si terrà a Trieste.

Il processo di Berlino non è un'iniziativa comunitaria, ma non è in contraddizione con le politiche Ue adottate nella regione: la Commissione ha infatti dimostrato fin da subito il proprio appoggio all'iniziativa e ne ha ribadito l'importanza anche nei Progress Report sullo stato di avanzamento dei negoziati di adesione, appena pubblicati.

Sino ad ora, il Processo di Berlino ha contribuito a far tornare sotto i riflettori, almeno in occasione dei summit, il tema dell’integrazione europea dei Balcani e l’importanza della cooperazione regionale. In questo senso l'insolito asse Belgrado-Tirana, con lo scambio di visite tra il premier serbo Vučić e quello albanese Rama, sono un segnale incoraggiante, in mezzo ai tanti negativi.

A Vienna sono state fatte promesse solenni per la soluzione delle molte dispute bilaterali che ancora segnano la regione. Le relazioni Serbia-Kosovo costituiscono il nodo più difficile da sciogliere, ma non va sottovalutato il problema degli ostacoli frapposti da stati membri a Paesi candidati, in primis l’ostracismo della Grecia verso la Macedonia.

Berlino protagonista dell’allargamento nei Balcani
Oltre a Berlino serve però anche tanta Bruxelles. Le iniziative politico-diplomatiche, infatti, sono utili se si affiancano in modo coerente al lavoro di lungo periodo sul terreno da parte delle istituzioni.

Nei Balcani occidentali i cambiamenti strutturali necessari per diventare stati membri richiedono tempo e determinazione, poiché non si tratta solo di trasposizione normativa dell’acquis comunitario. Vi sono culture politiche e istituzioni tutte da consolidare nel percorso di implementazione delle riforme in Paesi ancora inclini a derive autoritarie.

Nonostante si tratti dell’ennesima iniziativa diplomatica nei loro confronti, l’effettiva capacità di attrazione del Processo di Berlino è sostenuta dal protagonismo della Germania, percepita dai Balcani occidentali come il vero motore europeo.

Ma Berlino fa riferimento ai fondi europei per realizzare le iniziative previste ovvero i 10 progetti infrastrutturali identificati come prioritari.

E i Balcani occidentali devono rendersi conto che nonostante la “fatica di allargamento” possono ancora beneficiare di notevoli risorse comunitarie, diversamente dal resto dei Paesi terzi inclusi quelli del resto dell’Europa orientale interessati dalle politiche di vicinato.

Il ruolo della società civile nel processo di allargamento
Infine, negli ultimi anni i Paesi del Sud Est Europa hanno corso il serio rischio di riacquistare centralità nella politica europea solo per ragioni di sicurezza su questioni quali la lotta al terrorismo internazionale o la cosiddetta Rotta balcanica.

Tuttavia, se i Balcani tornano ad essere trattati come la periferia instabile da gestire con l'approccio della politica estera tradizionale siamo di fronte alla fine del processo di allargamento. I Balcani occidentali completeranno il loro consolidamento democratico se vengono considerati a tutti gli effetti futuri Paesi membri da sostenere nel percorso di europeizzazione, tenendo dritta la barra dei principi fondamentali.

Naturalmente, questo percorso non può prescindere dal coinvolgimento convinto e attivo delle società civili e in senso lato dei portatori di interesse nelle società della regione. E al Processo di Berlino va dato atto di aver riaffermato la necessità del loro coinvolgimento attivo anche nei processi politici di alto profilo.

Nell’attuale quadro di incertezza rispetto agli sviluppi futuri dell’allargamento europeo il processo di europeizzazione guidato dalla Commissione costituisce la sola opportunità di trasformare i Paesi dell’area in democrazie funzionanti. È quindi di fondamentale importanza identificare quali siano gli attori locali che possano impegnarsi attivamente affinché l’implementazione delle riforme non resti sulla carta.

Luisa Chiodi dirige OBC Transeuropa dal 2006. Dal 2003 al 2008 è stata docente a contratto di Storia e istituzioni dell'Europa orientale presso la Facoltà di Scienze politiche dell'Università di Bologna e ha insegnato in numerosi corsi universitari in Italia e all'estero (Twitter: @luisa_chiodi).
Marzia Bona è ricercatrice per OBC Transeuropa dal 2015. Dal 2010 al 2013 ha trascorso un periodo di ricerca e lavoro in Bosnia Erzegovina. Ha lavorato come tutor accademico nel master europeo in Democrazia e diritti umani nel sud-est Europa, con sede a Sarajevo. Si interessa di diritti umani, studi di genere e politiche culturali nei Balcani (Twitter: @marziabona).

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