Apertamente

di Stefano Pizzin - "Uno spettro si aggira per l'Europa" scrivevano Marx ed Engels nel Manifesto del 1848, oggi, a oltre centocinquanta anni di distanza, l'Europa è percorsa da altri spettri, paurosamente simili a quelli che la attraversarono negli anni trenta. Razzismo, xenofobia, nazionalismo, appaiono sempre più forti in un continente che sembrava averli banditi. Un tempo, le libertà diffuse, uno stato sociale accogliente, sindacati e partiti organizzati sapevano affrontare il disagio sociale, oggi una società frammentata, sprovvista di corpi sociali intermedi e stremata da un'economia del profitto senza limiti, guarda al futuro con paura, cerca colpevoli tra gli ultimi e si aggrappa a feticci di patria e razza, riesumandoli dal peggiore armamentario culturale del passato. Così in tutto il continente è un fiorire di partiti e movimenti populisti, razzisti, che si muovono sfruttando i mezzi che la modernità mette loro a disposizione ma spacciano ciò che di peggiore aveva prodotto la nostra storia. Come scriveva Norberto Bobbio, il migliore esercizio dei progressisti è quello di conoscere gli avversari, i conservatori, i reazionari, perché capirne l'ideologia è il primo modo per combatterli. Inizia con questo articolo un viaggio nei movimenti e partiti della nuova destra europea. Gruppi che, un tempo ai margini della vita politica dei diversi Paesi, oggi raccolgono sempre maggiori consensi e sono ormai nell'anticamera della "stanza dei bottoni", quando non li stanno già schiacciando. Comincio allora dalla Germania, perché oggi in Europa quello che accade tra il Reno e l'Oder è ciò che può determinare il destino di tutti.
Il 18 settembre scorso, alle elezioni per il Land di Berlino, l'Afd (Alternative für Deutschland), il partito di estrema destra anti Unione Europea, xenofobo, nemico degli immigrati e dell'Islam, raccoglie il 14,1%. Solo quindici giorni prima aveva ottenuto altri importanti successi in Baden-Württemberg (15,1), in Renania-Palatinato (12,6) e in Sassonia-Anhalt (22,4) dove si è piazzato al secondo posto superando la Cdu della cancelliera Angela Merkel. Successi importanti, confermati dai sondaggi a livello federale, ma che, guardando a Berlino, fanno una particolare impressione. La capitale tedesca è la città "rossa" per eccellenza, la città che resistette fino all'ultimo a Hitler, la città della socialdemocrazia e di Willy Brandt, dove forte è la sinistra estrema della Linke (discendente del partito stato della Germania est), capitale multiculturale e degli immigrati, il luogo, insomma, più difficile e ostile per chi fa dell'ideologia della chiusura e del razzismo la propria bandiera.
Ma da dove arriva questo partito? Com'è possibile che un Paese che sembrava vaccinato per sempre al nazionalismo e al razzismo veda in poco tempo diventare protagonista della scena politica un partito che tira fuori sentimenti e parole d'ordine che si credevano sepolte come i resti di un lugubre passato? Lo stesso sistema istituzionale tedesco aveva creato delle forti barriere contro il possibile ritorno di certe forze politiche. Il divieto al lavoro per chi si ritiene pericoloso per il sistema democratico (berufsverbot), l'esplicito divieto di ricostituzione di un partito nazista e lo sbarramento a ogni livello elettorale al 5%, avevano impedito, nella Germania occidentale prima e poi nel Paese riunificato, l'emergere di una forte formazione di estrema destra, e gli sporadici successi elettorali di Npd o dei Republikaner erano stati episodici e circoscritti a livello locale. Oggi è diverso e l'Afd è ormai un soggetto politico nazionale che incide con forza nello svolgersi della vita politica tedesca.
Alternative für Deutschland nasce nel 2013 per l'iniziativa di Bernd Lucke, un professore di economia di Amburgo che con altri economisti si batte da tempo contro l'euro e l'integrazione europea. In questa prima fase l'Afd appare come un partito di "professori", economisti liberisti e nazionalisti che rimpiangono il Marco e la sovranità monetaria della Germania. Gli obiettivi dei loro attacchi sono Bruxelles e la moneta unica, chiedono che la Germania abbandoni l'euro e non acconsenta più a nessun intervento in sostegno dei Paesi dell'Europa meridionale colpiti dalla crisi.
Alle elezioni generali del 2013 il partito prende il 4,7%, sotto lo sbarramento del 5%, restando fuori dal Bundestag. Ma subito dopo quella tornata elettorale inizia a cambiare pelle, da una formazione di euroscettici "né di destra né di sinistra", comincia a virare verso i temi xenofobi e nazionalisti. È l'est del Paese, i territori che un tempo appartenevano alla Repubblica democratica tedesca, ad accogliere meglio la svolta a destra. Sassonia, Turingia, Brandeburgo, sono i lander dove l'Afd supera la soglia di sbarramento ed entra nei parlamenti locali. Intanto, proprio nell'ex Germania comunista, a Dresda, nasce il movimento Pegida (Patrioti europei contro l'islamizzazione dell'occidente) che ogni lunedì manifesta con una fiaccolata la sua ostilità all'Islam e ai migranti. Con Pegida l'Afd apre un rapporto ambiguo, ufficialmente Lucke e il gruppo dirigente del partito condannano la xenofobia e il razzismo, ma non sono pochi coloro che, invece, fanno proprie le tesi dei "patrioti" e chiedono una netta svolta a destra della formazione politica.
All'inizio del 2015 la Germania è diventata la meta sognata dai profughi in fuga dalla guerra civile in Siria e dallo Stato islamico. Attraversando in un'odissea tragica i Balcani, raggiungono la terra tedesca dove la Merkel decide di aprire i confini e accoglierli. "Wir schaffen das - Ce la facciamo" proclama la cancelliera, ma nel Paese, specie nelle aree più povere dell'est che non hanno visto il paradiso promesso alla fine del comunismo, monta un rancore sordo, una paura per un futuro di miseria, e l'immigrato, specie se musulmano, diventa il capro espiatorio, il concorrente con cui dividere quel welfare che le politiche di austerità vogliono sempre più ridotto.
Per il gruppo più oltranzista dell'Afd è l'occasione d'oro, guidati da una giovane insegnate di chimica Frauke Petry, una quarantenne alla moda lontanissima dallo stereotipo dall'estremista di destra in stivali militari e con le croci celtiche tatuate, vincono il congresso e conquistano la direzione del partito. La svolta è netta: cavalcando l'ostilità verso gli stranieri, i nuovi dirigenti sdoganano un linguaggio che fino ad allora era impensabile nella politica tedesca. "L'Islam non fa parte della Germania", "la polizia dovrebbe sparare a chiunque cerchi di passare il confine", "non facciamoci ricattare dagli occhi dei bambini profughi", mentre i professori liberisti delle origini lasciano il partito, i nuovi leader accompagnano le tesi xenofobe a un nuovo conservatorismo aggressivo: cancellazione delle leggi sull'interruzione di gravidanza, privilegiare le donne che resteranno in famiglia, divieto dei matrimoni gay, entrano nel programma politico. Inquietante è il rapporto con il passato nazista, a più riprese si chiede la riscrittura dei libri di storia, "la Germania non deve più pentirsi" è uno degli slogan che si sentono nei comizi. La trasformazione è completa, dal liberismo al neofascismo.
"Nessuno farà mai alleanze con loro", così si esprime ogni analista politico tedesco, ma l'obiettivo dell'Afd non è fare alleanze, è, prima di tutto, imporre la propria agenda alla politica tedesca e, dopo avere sdoganato l'impensabile, puntare all'egemonia culturale.
L'Afd è il prodotto di una crisi sociale e morale, una crisi tedesca ed europea che non accenna a finire. I partiti storici sono paralizzati, con l'Spd perennemente in bilico tra la sudditanza alla Cdu di Angela Merkel e l'opzione di sinistra con Verdi e Linke, e i cristiano-democratici, con una leader tanto forte quanto sola in Germania come in Europa. La potenza economica tedesca non distribuisce più la ricchezza a tutti, i tempi del welfare generoso sono finiti e l'ideologia del lavoro precario e a basso costo sta macinando le giovani generazioni. Certo, la Germania vista con gli occhi di un greco, uno spagnolo o un italiano è ancora il paese di Bengodi, ma sotto la patinata copertina della "nazione più ricca d'Europa" crescono la paura e l'inquietudine, l'insicurezza e la rabbia, e cresceranno ancora se la politica continuerà a fare finta di nulla.
Proprio nel cuore dell'Europa economica e finanziaria un decennio di austerità e liberismo stanno producendo dei frutti avvelenati, frutti che riecheggiano un passato angoscioso. Perché certe parole d'ordine mettono i brividi e, quando sono urlate in tedesco, i brividi sono ancora più forti.

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