Apertamente

di Caterina Sarfatti da Italianieuropei del 2/10/2019 - Il cambiamento del clima non è più una questione che riguarda il fu¬turo. Anzi, si potrebbe sostenere che è ormai cosa del passato. Come afferma Greta Thunberg – l’attivista sedicenne che ha avuto il merito di avviare quello straordinario movimento globale che ha preso il nome di Fridays for Future – la questione del nostro tempo non è più il climate change: quello che stiamo vivendo ora è invece una vera e propria crisi climatica. Lo storico rapporto del Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico (IPCC) – il foro scientifico delle Nazioni Unite che studia il riscaldamento globale –, uscito nel 2018, sostiene infatti che il glo¬bo terrestre è già più caldo di 1 °C rispetto all’epoca preindustriale, che gli impatti del clima mutato sono già visibili e che abbiamo sola¬mente dodici anni per evitare la catastrofe climatica. Questo significa che i prossimi dieci anni saranno decisivi dal punto di vista delle politiche industriali, economiche, ambientali, ma anche dei com-portamenti e dei consumi individuali, per rimanere sotto 1,5 °C di riscaldamento del globo, obiettivo definito dalla comunità scientifica internazionale come necessario per evitare gli impatti peggiori.
La posta in gioco è quindi altissima. Un rinomato advisor del gover¬no britannico sulle questioni climatiche ha recentemente definito la differenza tra 2 e 4 °C di riscaldamento terrestre come la discrimi¬nante per la sopravvivenza della civiltà umana come la conosciamo, perché gli impatti potrebbero essere talmente devastanti per il nostro pianeta che anche le più sofisticate misure di adattamento potrebbe¬ro non essere sufficienti a contrastare le conseguenze legate a un ec¬cessivo innalzamento dei mari, alla dilagante desertificazione, a ura¬gani e cicloni sempre più violenti, a ondate di calore sempre più forti ecc. Il clima che muta, infatti, non causa soltanto l’aumento delle temperature medie della Terra, ma acuisce e accresce la frequenza dei fenomeni atmosferici. A Houston, in Texas, tipologie di uragani e tempeste che dovrebbero accadere una volta ogni cinquecento anni si sono verificati ogni tre anni. Nel bellissimo libro di Wallace Wells “Il mondo inabitabile” si legge che le persone colpite da inondazio¬ni (pioggia, innalzamento dei fiumi, mari ecc.) sono 2,4 miliardi nel mondo. Un numero che è quadruplicato dal 1980 e raddoppiato dall’inizio del 2000. 2,4 miliardi di persone colpite rego¬larmente da inondazioni o avvenimenti legati all’acqua oggi, nel nostro presente: un’enormità.
Inoltre, il cambiamento climatico è profonda¬mente ingiusto. È causato da una piccola fetta di persone – il 10% della popolazione mondiale è responsabile del 50% delle emissioni – ma ri¬guarda la maggioranza degli abitanti del pianeta, e in particolare le persone più povere e discri¬minate in maniera più violenta. I bambini, le donne, le persone con disabilità, gli anziani soli, i poveri, le persone che lavorano all’aperto, gli agricoltori sono gli individui maggiormente colpiti dal calore, dai fenomeni meteoro¬logici improvvisi, dalla siccità, dalle inondazioni. Secondo la Banca mondiale, a causa del cambiamento climatico, nei prossimi tredici anni ci saranno 100 milioni di poveri in più. In seguito all’uragano Katrina, negli Stati Uniti, due terzi dei lavori persi sono stati perduti da donne. Secondo il rapporto di Women4Climate “Gender Inclusi¬ve Climate Action in Cities” c’è una correlazione tra l’aumento della violenza sulle donne e le catastrofi ambientali improvvise. Sempre secondo la Banca mondiale, entro il 2050 saranno addirittura 200 milioni in più i migranti per cause legate a fenomeni riguardanti il cambiamento climatico, quindi più del doppio dei profughi attual¬mente presenti nel mondo. La crisi climatica non è soltanto una crisi ambientale. È una crisi economica, sociale e umanitaria.
In questo quadro, c’è però una buona notizia. Il rapporto dell’IPCC ci dice anche che un mondo “climaticamente salvo” è ancora possi¬bile, a patto che si verifichino «cambiamenti rapidi, su vasta scala e inediti in tutti gli aspetti della società». Al centro di questa vera e propria emergenza ci sono le grandi città del mondo. Il 99% dei sindaci della rete C40 – organizzazione in¬ternazionale che riunisce le megalopoli del mondo impegnate nella lotta al cambiamento climatico – sostiene di avere già a che fare con gli effetti del clima mutato. Non solo. Il 70% delle emissioni climalteranti proviene dalle cit¬tà, che sono anche i luoghi dove si concentrerà sempre di più la maggior parte della popolazione mondiale. I sindaci hanno quindi un ruolo fon-damentale nella riduzione delle emissioni e nello sviluppo di politiche per affrontare la crisi clima¬tica. Secondo il rapporto “Focused Acceleration” di C40 e McKinsey, il 60% delle emissioni nelle città è dovuto all’inefficienza degli edifici e alla produzione e distribuzione di energia, il 30% alla mobilità delle per¬sone e delle merci, il restante alla gestione dei rifiuti. L’efficientamen¬to energetico, il trasporto, lo sviluppo urbano, il consumo di suolo e la gestione dei rifiuti, sono tutti settori per i quali i sindaci hanno responsabilità diretta.
È anche per questo motivo che esistono reti e organizzazioni globa¬li come C40: sono molti i sindaci impegnati in prima persona nel contrasto al cambiamento del clima. Del network fanno parte più di 90 grandi metropoli, la maggior parte con un numero di abitanti superiore a 3 milioni. Insieme le città della rete rappresentano 700 milioni di cittadini, un quarto delle emissioni globali e un quar¬to del PIL mondiale. Si tratta di sindaci che scambiano tra di loro buone (e cattive) pratiche e discutono di come migliorare la propria azione politica e amministrativa. Ad esempio, alcune città tra cui Rotterdam, Venezia, New York e Ho Chi Minh City hanno dato vita a Connecting Delta Cities, una partnership all’interno di C40 che ha fornito la possibilità di mettere in condivisione le esperienze pur nel rispetto delle diversità locali. Così funzionari di Rotterdam hanno fatto da consulenti a quelli di Ho Chi Minh City “espor¬tando” a livello internazionale il proprio know how su progetti di adattamento all’innalzamento dei mari, inondazioni e gestione delle acque. Allo stesso tempo, ciò ha permesso ad alcune imprese di Rot¬terdam di trovare opportunità lavorative in Vietnam e arricchire la propria esperienza a livello internazionale. Questo tipo di collabo¬ razione funziona. Una ricerca di C40 dimostra infatti che un terzo delle azioni locali vengono intraprese grazie a uno scambio diretto con altre città all’interno della rete.
Inoltre, la collaborazione non si ferma al piano amministrativo e progettuale. I sindaci stanno dimostrando di possedere la capacità politica di prendere posizioni comuni a livello internazionale, anche per spingere altri attori ad aumentare la propria ambizione in ambi¬to ambientale e climatico. Ad esempio, attraverso la dichiarazione “Green and Healthy Streets” più di 30 sindaci si sono impegnati ad acquistare soltanto bus a emissioni zero a partire dal 2025 e a creare una zero emission zone nelle loro città entro il 2030. Con l’“Equity Pledge” lanciata a San Francisco a fine 2018, 33 sindaci hanno di¬chiarato di voler adottare in numero sempre maggiore azioni e poli¬tiche ambientali inclusive ed eque che portino benefici economici e sociali soprattutto alle persone più vulnerabili. Dopo l’annuncio di Donald Trump di voler ritirare gli Stati Uniti dall’Accordo di Pari-gi, centinaia di sindaci americani hanno sottoscritto collettivamente in pochi giorni una “promessa americana” annunciando di “essere ancora dentro” (“We Are Still In”) l’accordo e spiegando come le proprie azioni locali sarebbero state ancora più rapide e radicali per far fronte all’inattività del governo. A maggio di quest’anno, più di 200 sindaci hanno scritto al Consiglio europeo chiedendo che l’UE raggiunga il picco di emissioni l’anno prossimo, dimezzi le emissio¬ni entro il 2030, assicuri una transizione equa, rimuova i sussidi ai combustibili fossili e impegni tutti gli Stati membri al rispetto di obiettivi vincolanti per azzerare le emissioni nette entro il 2050. E ancora, un anno prima dell’uscita del rapporto dell’IPCC, a Città del Messico, la maggior parte dei sindaci della rete ha sostenuto e dichia¬rato che per implementare l’Accordo di Parigi avrebbe adottato piani e politiche locali capaci di ridurre le emissioni in modo coerente con l’obiettivo di 1,5 °C. I sindaci delle grandi megalopoli hanno quindi anticipato un rapporto scientifico internazionale e si sono dimostrati molto più ambiziosi rispetto ai governi nazionali che ancora oggi, in grandissima maggioranza, non si sono dotati di piani di azione coerenti con i propri obiettivi di riduzione delle emissioni stabiliti a Parigi nel 2015. Oggi siamo infatti molto lontani dall’obiettivo di contenimento dell’aumento della temperatura media globale come previsto dall’Accordo, ma nonostante ciò le città fanno buona parte del lavoro anche perché godono di una capacità di azione più efficace e rapida. Tutto questo è dettato anche dalla maggiore esposizione dei sindaci nei confronti della cittadinanza. È a loro che gli abitanti di una città si rivolgono quando si verifica un disa¬stro naturale, come un’alluvione o l’esondazione di un fiume.
Ovviamente, a oggi non esistono ancora città a zero emissioni e totalmente sostenibili e il rischio che l’impegno su questi fronti e in reti interna¬zionali come C40 possa avere impatti maggiori sulla comunicazione e sul marketing territoriale rispetto alle policy e ai progetti concreti esiste. Tuttavia, credo sia evidente che rispetto agli altri attori istituzionali e politici, i sindaci sono tra quelli che stanno maggiormente dimostrando di poter essere radicali nel messaggio politico e concreti nell’azione amministrativa e proget¬tuale. Questo anche per quanto riguarda la sfida decisiva del no¬stro tempo di coniugare azione ambientale e azione sociale, lotta al cambiamento climatico e lotta alle diseguaglianze – sfida al centro del Green New Deal promosso dalla senatrice Ocasio-Cortez e dal Sunrise Movement.
Da New York a Cape Town, da Los Angeles a Seoul, sono le grandi città a essere in prima linea nel portare avanti azioni climatiche co¬raggiose e nel riconoscere il bisogno di affrontare congiuntamente l’ineguaglianza e i cambiamenti climatici per creare città sane, soste¬nibili e inclusive. Città come Parigi e Barcellona hanno pubblicato di recente piani climatici che rispettano gli obiettivi dell’Accordo di Parigi e che si concentrano fortemente sull’inclusione, la giustizia ambientale e la riduzione della povertà energetica. Città come Oslo stanno riconoscendo l’importanza di coinvolgere i lavoratori, le loro famiglie e i sindacati nella pianificazione e nell’attuazione delle pro¬prie politiche climatiche e hanno creato task force per la transizione equa per fare avanzare, insieme, la crescita del lavoro e gli obiettivi ambientali. Sindaci come Eric Garcetti a Los Angeles stanno facendo da apripista stabilendo ambiziosi e pragmatici green new deal su scala locale che hanno l’obiettivo di ridurre drasticamente le emissioni e combattere la diseguaglianza sociale. Ovviamente, non servono e non bastano solo le città. La crisi cli¬matica riguarda tutti i livelli: i governi nazionali, le imprese, la so-cietà civile e la pubblica amministrazione, i singoli cittadini. Ricer¬che molto recenti si stanno infatti concentrando sull’impatto delle emissioni legate ai consumi individuali. Se si guarda alle cosiddette emissioni basate sul consumo (consumption based emissions) città che sono assolutamente virtuose nella gestione della politica dei traspor¬ti, dell’efficientamento energetico e dei rifiuti, se viste sotto la len¬te delle emissioni individuali legate al consumo diventano le meno virtuose del mondo: sono quei luoghi dove le persone viaggiano di più, mangiano più carne, hanno stili di vita con un impatto sulla produzione di emissioni molto più rilevante rispetto alla maggior parte degli altri luoghi del pianeta.
Fortunatamente, anche su questo fronte, alcuni sindaci pionieri si stanno interrogando su come poter promuovere politiche e azioni di sensibilizzazione che mirino a ridurre anche questo tipo di emissio¬ni. Il recente piano clima di Parigi, ad esempio, include per la prima volta azioni per limitare il consumo di carne rossa nelle mense comunali e incentivi per chi utilizza il treno invece dell’aereo sul suolo francese.
Non si tratta di cambiamenti piccoli né sempli¬ci, ma di mettere in campo una vera e propria rivoluzione ambientale, sociale ed economica. La buona notizia è che i dati ci dicono che poli¬tiche climatiche radicali, eque e inclusive posso¬no portare incredibili benefici dal punto di vista della salute pubblica, della prosperità individua¬le, della creazione di lavoro, del miglioramento della qualità dell’aria ecc. Soltanto in America si stima che già oggi l’industria del solare e delle rinnovabili produca lavoro dodici volte più velocemente di quanto non faccia l’industria del carbon fossile. Nel Sud-Est asiatico sono milioni gli uomini e le donne che lavorano nel settore delle energie rinnovabili. In Cina, l’aspettativa di vita sta aumentando grazie a un’azione decisa sull’in¬quinamento atmosferico. Insomma, un mondo “climaticamente sal¬vo” potrebbe anche essere un mondo più giusto, più prospero e più vivibile. I giovani uomini e le giovani donne di Fridays for Future lo hanno capito. In fondo si tratta del loro futuro, della loro vita. Anche diversi sindaci del mondo lo hanno capito e stanno agendo di conseguenza. Da questo credo dovremmo tutti trarre una lezione. Quello che sicu-ramente ora non possiamo più permetterci è di scegliere rappresen¬tanti, a tutti i livelli, che non hanno il clima fra le loro priorità e al centro della loro agenda politica. Sono le persone che oggi ci gover¬nano e che ci governeranno domani, quelle che scegliamo noi oggi, che determineranno o meno il successo e la sopravvivenza di questa nostra società umana. E credo dovremmo tenerlo tutti a mente nel nostro percorso di cittadini attivi.

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