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del 12/9/2019 - Quarantasei anni fa, l’11 settembre 1973, in Cile il golpe fascista sostenuto dall’amministrazione USA e organizzato dal segretario di stato Henry Kissinger, pose fine al Governo di sinistra, democraticamente eletto, di Unidad Popular guidato dal socialista Salvador Allende. Migliaia di cileni furono uccisi, imprigionati, deportati, costretti all’esilio (nei tre anni successivi al golpe furono arrestate 130.000 persone e il numero dei desaparecidos rimane ancora indeterminato). Un’esperienza politica avanzata di democrazia e socialismo, quella di Unidad Popular, che avrebbe potuto cambiare il corso della storia del Cile, avere ripercussioni internazionali, essere d’esempio per diversi altri Paesi del mondo. La vicenda cilena, che pure diede origine a un ampio dibattito nel movimento comunista internazionale e in particolare in quello italiano attraverso la riflessione avviata nel PCI dal segretario Enrico Berlinguer, deve rimanere nella memoria collettiva come un esempio e un monito incancellabile, in particolare in questi tempi dove davvero si sta cancellando tutto quanto è stato fatto, tra luci e ombre, vittorie e sconfitte, per il riscatto del proletariato di tutto il mondo.
Quel giorno la lama tagliente della tragedia attraversò la vita dei cileni e dei militanti di sinistra o semplicemente democratici in tutto il mondo.
Cadeva, armi in pugno, il governo del “Compagno Presidente” Salvador Allende e si apriva nella lontana, eppur sentita così vicina nazione, chiusa al mondo dalla cordigliera delle Ande, una stagione di massacri e di ferocissima repressione poliziesca.
Con ogni probabilità, in quel drammatico frangente, si chiuse anche una fase della storia della sinistra, a livello internazionale: arrivava a compimento una strategia nata qualche decennio avanti.
La sinistra europea, in particolare, fu chiamata, all’interno della ferrea logica dei blocchi allora ancora imperante, a cercare nuove strade e da questa constatazione di fatto prese l’avvio la riflessione proposta al PCI proprio da quei fatti che si tradusse in due proposte politiche, quella del “compromesso storico” riferita al quadro interno e quella dell’“eurocomunismo” riguardante il quadro internazionale.
Entrambe ebbero vita difficile e breve.
Torniamo però al Cile e al significato politico profondo, si potrebbe dire epocale, che ebbe l’esito di quella vicenda, contrassegnata – è bene ricordarlo – da un complesso, anche contradditorio, ma sicuramente avanzato tentativo di governo all’interno di un sistema capitalistico molto particolare e specifico come quello cileno.
Il Cile degli inizi degli anni’70 indicava il culmine di un processo attraverso il quale un partito “operaista” era riuscito a realizzare la strategia frontista del VII Congresso dell’Internazionale Comunista (Il Congresso appunto dei “Fronti Popolari” e della relazione Dimitrov).
A quel livello l’esperienza di Unidad Popular, il suo trionfo e la successiva disfatta, trascesero le frontiere politiche e ideologiche dell’America Latina.
La sinistra cilena, in effetti, conservava fin dai tempi della sua fondazione una capacità di presenza autonoma del socialismo, nel quadro sociale e politico del Paese.
Una presenza autonoma che è stata definita come “operaista”, le cui origini strutturali possono essere spiegate dalla particolare conformazione storica della classe operaia cilena come “massa isolata”: una conformazione storica precipua che ebbe, tuttavia, come risultato la costituzione del più potente rapporto fra lavoratori e cultura socialista che il continente latino americano avesse mai conosciuto.
Questa prospettiva di autonomia con cui si costituì politicamente la classe operaia cilena rappresentò una barriera contro la penetrazione del populismo e spinse verso la presenza indipendente dei lavoratori verso ognuno dei diversi tentativi frontisti che, dal 1938 fino all’elezione di Allende, si svilupparono in Cile alla ricerca di nuovi equilibri politici.
Al momento dell’elezione di Allende, però i partiti di sinistra cedettero il passo a una concezione strettamente “sociologizzante” della politica, secondo la quale lo Stato non rappresentava altro che un campo passivo in cui si riflettevano gli interessi di gruppi e di categorie sociali.
Non fu così possibile , come scrive Juan Carlos Portantiero nel saggio sul marxismo latinoamericano contenuto nella Storia del Marxismo edita da Einaudi nel 1982, “ far valere i margini di produttività politica che il potere genera autonomamente”.
In sostanza era assente, nella strategia di Unidad Popular una vera e propria “teoria dello stato”: un limite complessivo che si era già presentato nel corso dell’intera esperienza dei “Fronti Popolari” che, appunto, con la tragedia cilena chiuse il suo ciclo aperto dalla duplice vittoria elettorale in Spagna e in Francia nel 1936.
In quel varco aperto si infilò, vincente, il colpo di stato del generale Pinochet,
Un “golpe” appoggiato e probabilmente organizzato dagli USA, che risultò alla fine un insieme di conservatorismo e di irrompente novità; da un lato il regime conservò i tratti tipici dei regimi militari degli anni’70 (con forti assonanze con quello dei colonnelli greci), compiendo esecuzioni e massacri da parte delle forze dell’ordine o di gruppi paramilitari, esercitando la tortura sistematica dei prigionieri, costringendo all’esilio in massa gli oppositori politici.
Dall’altra parte, sul piano economico, si sviluppò una politica ultraliberista, dando così dimostrazione tra l’altro, che il liberalismo politico e la democrazia non debbono essere naturalmente associati al liberismo economico.
Nel “caso cileno”, però, c’era qualcosa di più: la volontà di sperimentazione per una nuova fase dell’economia a livello internazionale; quella del liberismo sfrenato che abbiamo conosciuto universalmente denominato come “reaganismo – tachterismo”.
I “Chicago – boys” della scuola di Friedman misero così in opera i dettami di intensificazione dello sfruttamento che sono ancora alla base del dettame attraverso il quale le grandi centrali del capitalismo governano i loro cicli di crisi.
Un sistema risultato, alla fine, in grado di produrre egemonia, non soltanto rispetto all’andamento del ciclo capitalistico, ma rispetto alla cultura, al senso comune, all’agire politico in una dimensione globale.
Un’egemonia che perdura tuttora, anche perché le forze politiche semplicemente progressiste, se non socialdemocratiche, se non comuniste, situate in quella parte del mondo non vincolata al regime sovietico e al suo successivo crollo, non sono riuscite a proporre nulla d’alternativo, anzi – alla fine – si sono mimetizzate all’interno di quel sistema assumendone, sul piano politico – culturale, i tratti salienti in un gigantesco processo di omogeneizzazione da quale non sono più uscite e che, nella sostanza ha rappresentato l’elemento fondativo della crisi globale che stiamo vivendo.
L’11 Settembre 1973 in Cile non rappresentò, quindi, soltanto la sconfitta di Unidad Popular e il tentativo di costruire, in un angolo peculiare del Sud America, un fronte popolare non venato da populismo: si trattò dell’avvio di una sconfitta storica per le forze socialdemocratiche, socialiste e comuniste a livello internazionale.
Una sconfitta, prima di tutto politica e culturale, nella quale sono mutati distintivi sia di una sinistra “possibile” , sia di una sinistra posta in grado di riproporre “l’Assalto al Cielo”.
Una sconfitta della quale stiamo pagando ancora adesso amare conseguenze, smarriti come siamo sul piano dell’identità e privi di una strategia politica complessiva.
Non dimenticheremo mai, in ogni caso, il sacrificio di migliaia e migliaia compagne e compagni cileni.

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