Apertamente

di Paolo Soldini da Strisciarossa del 22/9/2018 - Steve Bannon ha preso casa nella tana del lupo, a Bruxelles,  e ha messo su la sua “cosa”. L’ha chiamata, con studiata vaghezza, The Moviment e ne ha affidato la guida a Mischaël Modrikamen, un oscuro avvocato belga specializzato in cause contro le banche e fondatore di un altrettanto oscuro Parti Populaire (Personenpartij in neerlandese: partito delle persone) che si autocolloca alla destra della destra più destra. Non si sa se agli aderenti a The Moviment venga consegnata una tessera. Se sì, una delle prime porta il nome di Matteo Salvini. L’adesione del factotum del governo italiano sarebbe stata perfezionata il 7 settembre, una settimana esatta dopo lo “storico” vertice con Orban a Milano, in un incontro a tre testimoniato da una foto prontamente messa in rete da Modrikamen e accompagnata dall’orgogliosa rivendicazione del fatto che ora Salvini “è uno dei nostri”. C’è da preoccuparsi? Dipende. Per quanto riguarda le qualità dei protagonisti, si direbbe di no. Modrikamen non ha proprio l’allure d’uno statista. Quanto a Steve Bannon, che l’ingenua sprovvedutezza di certi media ha accreditato come il guru geniale arrivato dall’America per rivoluzionare la politica europea, è un personaggio mediocre che soltanto l’insostenibile leggerezza di Donald Trump e della sua variopinta corte di alt-righters aveva sollevato all’altezza prima di direttore della campagna elettorale e poi di chief-strategist della Casa Bianca.  Altezza dalla quale il nostro è capitombolato rovinosamente non solo e non tanto per l’ostilità della fazione che gli contendeva il potere di condizionamento sul presidente, quella capitanata da Ivanka Trump e suo marito Jared Kushner, quanto per gli errori imperdonabili commessi in proprio, soprattutto quello di aver praticamente obbligato The Donald a licenziare il capo del FBI James Comey: la mossa più avventata compiuta dal presidente e quella più foriera di guai per gli sviluppi delle inchieste che gli pendono sul capo.
D’altronde, il licenziamento in tronco dalla Casa Bianca, nell’agosto dello scorso anno, non è stato che l’ennesimo scacco di una carriera segnata da rapide ascese ma soprattutto rovinose cadute. Nella potentissima lobby della Goldman Sachs che occupa quasi tutti i posti di potere nell’amministrazione, Bannon era l’unico che veniva dalle seconde file, quelle che nella banca delle banche contano poco o nulla. La sua carriera di imprenditore e di produttore è stata fallimentare ed è scivolata alla fine nello scandalo della società Cambridge Analytica, accusata di aver manipolato i dati di Facebook per influenzare le elezioni negli Usa e in vari altri paesi, tra cui l’Italia, in cui gli interventi avrebbero favorito “un partito” (quale?). Una vicenda che è tutt’altro che conclusa e potrebbe portare a pesanti conseguenze giudiziarie.
Nel gennaio scorso poi Bannon ha dovuto mollare anche quello che considerava il suo feudo, il sito di notizie Breitbart News, doviziosa fonte di fake-news al servizio della destra americana più estrema, xenofoba, razzista e di tanto in tanto antisemita, dopo che Rebekah Mercer, la finanziatrice principale, gli ha tagliato i fondi su invito perentorio del presidente. È stato a quel punto che il nostro ha scoperto la propria vocazione europea. Ora appoggia Orbán e le posizioni sull’immigrazione del gruppo di Visegrád, partecipa ai comizi del Front National, si fa fotografare con Marine le Pen e l’olandese Geert Wilders, si entusiasma per l’alleanza tra i grillini e la Lega in Italia, diventa il punto di riferimento americano per i sovranisti d’ogni bandiera.
Il pericolo vero non sono The Moviment e il gatto e la volpe che da Bruxelles ne reggono le sorti cercando di attrarre i Pinocchi sovranisti: per l’Italia non solo Salvini ma anche una innamoratissima Giorgia Meloni, che fa sapere orgogliosa che sabato ospiterà Bannon alla sua festa di Atreju. Il pericolo è ciò che essi rappresentano: l’idea, il trend che, sia pur goffamente, interpretano. Il movimento (quello reale) ha due facce, quella americana e quella europea. La prima è il disegno dell’attuale amministrazione di Washington, della quale pur messo da parte Bannon è interprete perfetto anche perché ne è stato uno dei più coerenti promotori: ridimensionare l’Europa spezzandone l’unità. L’Unione europea è un nemico per Trump: lo ha detto esplicitamente e a dimostrarlo non c’è solo la vicenda dei dazi. Nell’ordine mondiale che ha in testa l’attuale presidente americano c’è spazio solo per un’Europa di piccole patrie, il cui unico cemento, tra loro e di tutte con gli Stati Uniti, può essere la NATO, purché il fardello economico dell’alleanza sia “equamente” redistribuito. In questo, gli interessi dell’attuale presidente Usa convergono con quelli di Vladimir Putin in un quadro perfetto che spiega, molto più di altri fattori pure esistenti, le intese e le complicità passate e presenti tra Washington e Mosca.
L’altra faccia del movimento è quella europea. Siamo in presenza di un paradosso politico che se le forze democratiche e progressiste non riusciranno presto a vedere, denunciare e contrastare rischia di portare a conseguenze micidiali: le destre antieuropee sono le uniche che tengono nel giusto conto l’importanza delle elezioni europee prossime venture. Per distruggere l’Europa vogliono, innanzitutto, conquistarla. A cominciare dall’unica istituzione direttamente eletta dai cittadini europei, il Parlamento, per proseguire con l’esecutivo, la Commissione, la quale sarà guidata da una personalità espressione della maggioranza che si determinerà in parlamento.
Conquistare l’Europa per distruggerla dall’interno. Il proposito è ambizioso e necessita di un quadro di alleanze. Un paio di settimane fa una sortita abbastanza improvvida del presidente del gruppo PPE al Parlamento europeo, il tedesco della CSU Manfred Weber, ha fatto balenare l’ipotesi di un’intesa elettorale tra i popolari e almeno una parte della galassia sovranista. Poi però in aula sulla proposta alla Commissione di avviare le procedure di messa in stato di accusa del regime di Orbán la maggioranza del PPE ha votato a favore. Lo stesso Weber e i parlamentari popolari austriaci, che pure condividono il governo di Vienna con l’estrema destra, hanno preso le distanze dalla politica liberticida degli attuali dirigenti di Budapest. Soltanto gli eurodeputati di Forza Italia si sono schierati con Orbán, in nome dell’amicizia con l’ungherese ostentata da Silvio Berlusconi ma anche, probabilmente, per tenere in qualche modo in piedi il sistema di relazioni con i leghisti in Italia.  Ma niente è acquisito per sempre: l’atteggiamento della destra moderata ha una forte ambiguità, testimoniata dal fatto che il Fidesz, il partito di Orbán, è tuttora membro del PPE, che se lo tiene in grembo per un bieco calcolo di potere.
Chiarezza dovrebbe essere fatta nel congresso del PPE che si terrà a Helsinki il 7 e l’8 novembre. Tre settimane prima, il 14 ottobre, dalle elezioni in Baviera dovrebbe essere uscito il quadro dei rapporti di forza tra la CSU e Alternative für Deutschland. Si salderà l’alleanza tra i moderati e gli anti-europei? Questa è la Grande Domanda che si apre sul futuro dell’Unione europea e anche le sinistre dovrebbero cominciare a rendersene conto

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