Apertamente

di Milton Fernández da Left del 17/8/2018 - Mentalmente il fascismo non è altro che l’esasperazione di un pregiudizio, di cui sono vittime gran parte degli esseri umani: la convinzione che la loro patria, la loro lingua, le loro tradizioni, siano superiori a quelle altrui. Questo diritto, per alcuni, si trasmette via sangue. Il proprio. Valore aggiunto che accomuna individui d’altro canto difficilmente accomunabili. Ecco il gene del popolo eletto inciso a caratteri cubitali sulla copertina del genoma. Il marchio di appartenenza. Quello che divide la crusca dal grano, la contraffazione dall’originale, il vero dal falso; qualcosa che rafforza il senso di identità, che spalanca i cancelli del sacro suolo.

A proposito di Identità. Nel 1970, una maestra di una cittadina statunitense, Jane Elliot, propone ai suoi allievi un esperimento “emozionale”, dal titolo: Cosa si prova ad essere discriminati? Sembra un gioco, tutto è davvero molto semplice. Consiste nel suddividere gli allievi in due gruppi: Occhi Chiari e Occhi Scuri, e vedere cosa può succedere. Il primo gruppo comincia a ricevere stimoli sempre più positivi; dati scritti sulla lavagna senza alcun tipo di riscontro scientifico, o storico, ma che mettono in risalto come quelli con gli occhi chiari risultino più intelligenti, più puliti, abbiano dei genitori più responsabili, siano meno propensi alla menzogna e all’inganno. Per fare diventare più evidente la diversità, agli Occhi Scuri viene chiesto di indossare un fazzoletto marrone al collo. Nel giro di poco tempo, “occhi scuri” diventò l’insulto più usato - tanto a scuola quanto in città - nel tentativo di denigrare l’altro (alcuni sostengono si usi ancora da quelle parti). In tanti smisero di parlarsi. Intere famiglie ruppero i rapporti. La città intera si trovò spaccata in due.L’esperimento ebbe fine non appena alle autorità scolastiche arrivarono voci che, uno e l’altro gruppo, si stava armando di sassi e di bastoni per andare a punire gli avversari.
In tutto erano passati otto giorni. La vecchia Europa, che lo ius soli in terre straniere se lo procurò attraverso secoli di conquiste a mano armata e fiumi di sanguinis delle popolazioni primitive, imparò ben presto la lezione. L’unico modo di continuare a governare un mondo che prima o poi avrebbe bussato ai suoi cancelli, era quello di tenerlo diviso. Per questo si inventa ogni giorno - da secoli - dei simpatici fazzoletti da appendere al collo dell’uno o dell’altro.
Uno di questi è precisamente la negazione del diritto (ius) ad essere parte del suolo (soli) dove si è nati. L’altro è l’adozione di un’aberrazione storica intitolata Prime e Seconde Generazioni, per denominare i migranti e i loro discendenti. Attribuendosi il miracolo di trasformare un evento esistenziale (migrare) in un fatto ereditario, esteso anche a chi la migrazione non l’ha mai compiuta, cioè i figli di quei migranti che essendo nati in territorio italiano dovrebbero essere semplicemente italiani. È stato talmente stretto, questo laccio al collo degli interessati, che molti di questi lo hanno fatto proprio.
Parlano, orgogliosi, della loro appartenenza alle “Seconde Generazioni”. Hanno persino creato associazioni che recano questo nome. Se la prendono se per caso correggi un politico che lo adopera come bandierina elettorale.
Forse non sanno che questa categoria è stata forgiata - in tempi moderni - nei laboratori della Scuola di Chicago. Quella di Milton Friedman, per intenderci, l’economista caro a Pinochet, Ronald Reagan e Margaret Thatcher. Quel mondo che sogna di poter gestire il pianeta alla stregua di un centro commerciale.
Con piani alti e bassi. Spese e ricavi. Utili e zavorre. Dove ai migranti e alla loro prole - le “Seconde Generazioni”, appunto - spettano ruoli ben definiti nelle file di retroguardia, socialmente utili, of course, difficilmente travalicabili. Dove, addirittura, si parla di sottocategorie: “Generazione 1,75”, “Generazione 1, 5”, “Generazione 1,25”… ciascuna delle quali da indossare sulla pelle. Un marchio di fabbrica impossibile da staccare. Ma basta andare indietro, appena un passo nel tempo, per ritrovarla. Questa volta è la vecchia signora che parla. Siamo nel ‘600, l’Europa ha ancora i denti saldi in bocca, l’appetito non le manca. Ha dovuto porre un freno al genocidio compiuto sui popoli primitivi americani, decimati da secoli di barbarie, e si è dedicata con successo al traffico di neri africani, cacciati al volo nelle savane sterminate, dove crescono senza timore di dio, e portati nei suoi possedimenti americani.
Qui la differenza fa il prezzo di mercato.
Lo schiavo di “Primera Generación”, nostalgico di una libertà e di orizzonti che non riesce a cancellare, restio a imparare la lingua del padrone, le regole della sua nuova condizione, indomito nel suo attaccamento a dei rituali primordiali; e quelli più preziosi per le casse del padrone, la “Segunda Generaciòn”, composta dai discendenti della prima, ma più civilizzati, nati in gabbia, capaci di parlare correntemente in spagnolo, inglese o portoghese, rassegnati ormai all’unica condizione di vita conosciuta, a un asservimento che può fare a meno delle catene, tanto gli sono proprie, grati alla mano che dà loro da mangiare, che li preserverà per sempre dalle insidie della libertà. “Negro dei campi” (Field negro) e “Negro da cortile” (House negro), li chiamerà un giorno Malcolm X.
La Cultura è l’esercizio profondo dell’Identità, diceva Julio Cortázar. A entrambe, irrinunciabili, aggiungerei il Coraggio. Siamo la storia che scorre; la condizione umana, che non conosce sosta. La nostra Identità è la nostra Cultura, e viceversa. Quella che ci costruiamo giorno dopo giorno, in qualunque luogo del pianeta ci troviamo. Siamo il coraggio di assumerle, di farle nostre, di non cadere nelle trappole di un potere che ci guarda con diffidenza, a destra e a sinistra, attento com’è a perpetuare se stesso. I diritti
si conquistano. Anche (soprattutto) quello di essere parte della terra in cui viviamo. In questo stiamo.

 

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