Apertamente

di Maurizio Ambrosini da LaVoce.info del 24/11/2017 - È cambiata la percezione che i cittadini europei hanno dell’immigrazione. Soprattutto in Italia la visione patologica del fenomeno ha vinto sul piano culturale e comunicativo. I motivi sono da ricercare nella crescente fragilità economica e sociale. Chi ha paura degli immigrati? Un recente tweet del politologo Ian Bremmer ben fotografa la crescita della preoccupazione delle opinioni pubbliche europee nei confronti dei complessi fenomeni a cui diamo il nome di immigrazione. Nel 2012, a pensare che l’immigrazione rappresentasse un grandissimo problema era il 12 per cento della popolazione in Francia, il 9 per cento in Germania, il 3 per cento in Italia e l’8 per cento in media nell’Unione europea. Nel 2017, il dato resta quasi invariato in Francia (14 per cento), ma in Germania schizza al 37 per cento e in Italia al 36, contribuendo a portare la media europea al 22 per cento. Un altro sondaggio (Ipsos Perils of Perceptions) nota invece che i cittadini dell’Ue, come in quasi tutti i paesi sviluppati, sovrastimano la presenza degli immigrati sul territorio. Ma in questa “classifica della paura”, gli italiani si piazzano al primo posto: in media reputano che gli immigrati costituiscano il 26 per cento della popolazione, ossia più di 15 milioni, mentre in realtà sono circa il 9 per cento (poco più di 5 milioni). Certo si tratta di una media, su cui incidono le percezioni più allarmistiche, ma sono medie anche quelle degli altri paesi. L’Italia poi è seconda solo alla Francia nel sovrastimare la presenza di mussulmani: 20 per cento, contro un dato statistico che non arriva al 3 per cento.

In realtà, l’immigrazione in Italia è sostanzialmente stazionaria da alcuni anni, è prevalentemente femminile, europea e originaria di paesi di tradizione culturale cristiana. I mussulmani sono meno di un terzo degli immigrati (circa 1,5-1,6 milioni) e i profughi rappresentano soltanto il 5 per cento: circa 250mila tra richiedenti e rifugiati riconosciuti a fine 2016 (dato Unhcr, approfondito qui).

È vero che gli sbarcationo stati molti di più, ma fino a due anni fa la grande maggioranza non si faceva identificare in Italia, per presentare domanda di asilo in altri paesi. Per i più organizzati e meglio tutelati, ossia i siriani e gli eritrei, questa è tuttora la regola. Nel complesso, la percentuale delle richieste di asilo sugli sbarchi era del 37 per cento nel 2014, poi è salita rapidamente: 56 per cento nel 2015, 68 per cento nel 2016. La tradizionale politica italiana dell’asilo è sempre stata quella di favorire i transiti. Solo negli ultimi anni, l’istituzione degli hotspot per l’identificazione immediata all’arrivo e il controllo dei valichi da parte dei nostri vicini, in spregio degli accordi di Schengen, ha (relativamente) ingrandito le dimensioni dell’accoglienza umanitaria in Italia. È invece una leggenda che ci siano numerosi migranti che scelgono di vivere come fantasmi in Italia, senza tutele né risorse. Queste voci assomigliano a quelle sugli immigrati portatori di contagi e malattie: sono un modo per dare forma alle nostre paure, quando non l’effetto di vere e proprie speculazioni politiche.

Quanto conta la percezione

Gli sbarchi degli ultimi anni, insieme alle tragedie del Mediterraneo, hanno però senz’altro influito sulle percezioni: i moli di Lampedusa e degli altri porti sono un palcoscenico ideale per una rappresentazione drammatizzante dell’immigrazione; naufragi, tragedie e salvataggi offrono un materiale di facile presa per le narrazioni mediatiche. Per di più, i rifugiati sono diventati ben presto la perfetta immagine dell’immigrazione indesiderata: arrivano senza essere richiesti, entrano senza chiedere il permesso e domandano pure di essere aiutati.

Infatti, un altro dato Ipsos mostra che nel 2014 la questione immigrazione era sentita come un problema da meno del 5 per cento della popolazione, tanto a livello nazionale quanto a livello locale. Nel 2016 la visione ansiogena si è ingigantita, con un’interessante divaricazione: 15 per cento se riferita al livello locale, ben 30 per cento se proiettata su scala nazionale. È soprattutto l’immigrazione rappresentata a influire sull’immaginario, meno quella di cui si può fare esperienza a livello locale. Anche nei confronti degli insediamenti di centri di accoglienza per richiedenti asilo, le reazioni più veementi sono quelle che seguono l’annuncio e precedono l’arrivo delle persone. Successivamente, molti timori si sgonfiano.

Le percezioni tuttavia contano: alla fine non sono i dati effettivi a influenzare il voto e lo stesso discorso pubblico. E la maggior parte dei media e dei commenti della stampa ha seguito le percezioni dell’opinione pubblica, anziché sforzarsi di informarla in modo documentato. La visione drammatica e patologica dell’immigrazione ha vinto sul piano culturale e comunicativo, prima di determinare la svolta della politica nazionale sull’asilo. La condanna dell’Onu è arrivata troppo tardi per cambiare le cose ed è già scomparsa dai media.

Perché si verifica la divaricazione tra percezione e realtà? E perché in Italia è così profonda? Probabilmente, la crescente fragilità economica e sociale di molte famiglie, la mancanza di prospettive e di fiducia ha generato paura e insicurezza. Nella difficoltà di individuare i responsabili dell’impoverimento del paese, la rabbia si indirizza verso gli africani sbarcati sulle coste meridionali. Benché non si possa dire che prima dell’arrivo dei rifugiati fossero in vigore generose politiche verso poveri, disoccupati e sfrattati, è facile attribuire la colpa dell’inadeguatezza delle politiche sociali ai nuovi arrivati. Si sta generando la classica dinamica del capro espiatorio, in cui frustrazione e impoverimento si scaricano su minoranze deboli e facilmente isolabili. È già accaduto nella storia, e non sono pagine da ricordare con orgoglio.

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