Apertamente

di Maurizio Ambrosini da LaVoce.info del 10/1/2017 - Il ministro dell’Interno ha annunciato un giro di vite nelle politiche dell’immigrazione, promettendo più espulsioni e la riapertura dei Cie. Può apparire una svolta ragionevole, ma non lo è. È facile prendersela con gli immigrati irregolari, si rischia però di perdere di vista i problemi reali. Le prime mosse del governo Gentiloni. Mentre proseguono meritoriamente i salvataggi in mare (180mila nel 2016, + 18 per cento rispetto al 2015), il primo atto del governo Gentiloni – e segnatamente del nuovo ministro dell’Interno, Marco Minniti – nel campo delle politiche dell’immigrazione va nella direzione dell’inasprimento. Sembra un messaggio rivolto a raccogliere gli umori prevalenti nell’opinione pubblica. Minniti e il capo della polizia, Franco Gabrielli, sull’onda emotiva dell’attentato di Berlino, con una circolare di due pagine diretta a tutte le prefetture e questure d’Italia, hanno annunciato un giro di vite sulle espulsioni degli immigrati irregolari. Hanno annunciato anche il rilancio dei centri di identificazione ed espulsione, uno per regione, che dovranno risalire alla capienza di 1600 posti complessivi. C’è poi la promessa di raddoppiare le espulsioni: dalle attuali 5mila all’anno a 10mila, forse a 20mila. E una specifica allerta alle forze di polizia: nell’involuto linguaggio ministeriale, un invito al “rintraccio” e al trattenimento degli immigrati privi di regolari documenti, non senza nominare un’accresciuta pressione migratoria di cui non si trova traccia nei dati. L’aumento relativo degli sbarchi e dei richiedenti asilo (176mila accolti nelle varie strutture) non cambia i numeri complessivi dei residenti (5,5-5,8 milioni).
Colpisce soprattutto il collegamento tra immigrazione irregolare, illegalità e terrorismo. Il caso Anis Amri brucia, ma va ricordato che gli attentatori che finora hanno colpito in Europa erano quasi tutti cittadini o regolari residenti, come nei casi di Parigi, Bruxelles, Nizza. Per di più, essendo ormai noto che le espulsioni falliscono anche per la mancata collaborazione dei paesi di origine, Minniti ha intrapreso un giro dell’Africa per prendere accordi con i governi locali, malgrado non tutti siano molto presentabili sotto il profilo del rispetto dei diritti umani. Casi come quelli dell’Eritrea e dell’Egitto non sono purtroppo isolati.
Può apparire una svolta ragionevole, di certo attesa da molti, ma non lo è. È facile prendersela con gli immigrati irregolari, riecheggiando ansie e timori di una società sempre più fragile e impaurita. Espellerli sul serio implica però ingenti investimenti economici, dispiego di forze di polizia sottratte ad altri compiti, allestimento di strutture detentive costose e disumane (1600 posti in tutta Italia sono comunque pochissimi), collaborazione di governi che non hanno nessun interesse a riprendersi i propri cittadini. Ma soprattutto rischia di essere controproducente, perché spinge chi non è in regola verso una maggiore clandestinità e forse davvero verso attività illegali, allontanandolo da mense, dormitori, ambulatori del volontariato, da attività magari fastidiose ma innocue come l’elemosina. Sotto il profilo politico, tra l’altro, il giro di vite annunciato sembra dare ragione alle posizioni di chi ha sempre richiesto il pugno duro verso immigrati e richiedenti asilo, assimilando immigrazione e illegalità.
Per contrastare il fenomeno, serve altro: apertura di corridoi umanitari che consentano di compiere una selezione alla partenza, evitando i rischiosi viaggi per mare; riapertura della possibilità di immigrazione per lavoro, evitando richieste di asilo improprie (ne parla anche il Migration Compact del governo italiano, ma senza provvedimenti conseguenti); rimpatri volontari assistiti; inizio delle ricerche su identità e provenienza degli immigrati in carcere quando sono ancora detenuti, e non dopo averli trasferiti nei Cie.
Senza asilo, ma integrati
Minniti ha poi annunciato l’abrogazione del cosiddetto reato di clandestinità, della cui inutilità non priva di effetti controproducenti ci siamo già occupati su lavoce.info. Anche in questo caso, la ragione addotta è stata quella di rendere più rapide ed effettive le espulsioni, giacché gli immigrati sotto processo per non avere ottemperato all’ordine di lasciare il territorio nazionale devono rimanere in Italia fino al termine del procedimento. A quanto sembra, le innovazioni passano o vengono annunciate solo se possono essere presentate come inasprimenti.
Si sta affacciando invece un problema vero, a cui il governo dovrebbe dare risposta: che fare dei richiedenti asilo che ricevono un diniego dopo i vari gradi di giudizio, ma ormai sono insediati in Italia da anni, sono stati oggetto di interventi formativi, in alcuni casi sono riusciti a trovare lavoro o sono sulla buona strada per farcela (si veda l’articolo di Gabriele Martini su La Stampa del 3 gennaio).
Nel 2016, dal 1° gennaio al 21 ottobre, sono state esaminate 74.575 richieste di asilo: ne sono state respinte il 62 per cento, anche se di solito nei successivi gradi di giudizio una parte vengono poi accolte. Espellerli tutti non si riuscirà, costerà troppo e vanificherà gli investimenti nell’integrazione. Anche in questo caso, il mero annuncio di un impossibile “cattivismo” li spingerà verso la clandestinità e i circuiti dell’illegalità. Come ha proposto il prefetto Morcone, sarebbe meglio pensare a un permesso umanitario almeno per coloro che hanno dato prova d’impegno nell’inserimento, imparando l’italiano, partecipando ad attività socialmente utili, frequentando corsi di formazione, cercando e trovando lavoro. Le espulsioni vanno lasciate ai casi in cui servono effettivamente, non brandite al vento alla ricerca di un dubbio consenso.

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