Apertamente

di Giuseppe Amari, Monfalcone, 3 ottobre 2014 - Il titolo della conversazione si richiama a due volumi che ho curato di recente. E mette insieme due concetti tra di loro strettamente interrelati: dignità del lavoro e democrazia industriale, vista quest’ultima - cercherò di dimostrare - come una importante condizione della prima e della democrazia più in generale. Giuseppe Bagarella, edile da tre mesi senza lavoro, si suicida lasciando un biglietto: “Se non ho lavoro non ho dignità. Adesso mi tolgo dallo stato di disoccupazione”. 
Casi simili, di lavoratori dipendenti e imprenditori si sono moltiplicati . Lavoratori dipendenti, che non vogliono tanto sussidi di disoccupazione, redditi di cittadinanza (pur importanti ); ma chiedono soprattutto il lavoro. 
Migliaia di imprenditori, piccoli e medi, sono costretti a chiudere le proprie aziende, a licenziare i propri collaboratori; aziende faticosamente gestite nel corso di una vita e spesso di generazioni operose.    
Tutto questo era inevitabile? Ci sono delle responsabilità? C’è un modo per correggere la deriva?  
1.  Uno dei volumi a cui facevo riferimento ( La Dignità del lavoro,  Castelvecchi 2014 ) è una raccolta di scritti di un nostro grande economista, Federico Caffè, prevalentemente incentrati sulle tematiche del lavoro e del sindacato, considerate sia dal punto di vista storico che analitico.
Con il principale obiettivo della piena e buona occupazione.
E la intendeva nel senso più coerente ( insieme al Beveridge il fondatore del welfare ), come “quella situazione in cui siano gli strumenti produttivi, le macchine, gli automezzi, ad essere in cerca dei lavoratori”; e non viceversa con i drammatici problemi delle migrazioni interne ed esterne e la desertificazione economica, culturale e civile di tanti territori.
Secondo l’autorevole economista, una vera politica dell’occupazione in Italia non c’è mai stata e comunque si è mossa con ben diversa attenzione rispetto ad altri paesi.
A cominciare dall’immediato dopoguerra, quando il pensiero keynesiano era diventato egemone, ma non in Italia dove prevalse una politica liberistica, criticata anche dagli alleati, in particolare per il non adeguato uso sociale dei fondi del Piano Marshall.
Le politiche per l’occupazione - affermava Caffè - sono state, nel nostro paese, tradizionalmente considerate dall’operatore pubblico in due modi: o con l’indicazione di traguardi di occupazione da realizzare soprattutto nell’ambito dell’attività industriale in senso lato; o con l’indicazione di intervenuti stanziamenti, nel presupposto, generalmente implicito, di prevedibili loro effetti in termini di occupazione. Che poi i suddetti traguardi non siano stati di fatto realizzati in particolare nel Mezzogiorno; e che gli annunciati stanziamenti non si siano tradotti in spesa effettivamente creatrice di maggiore occupazione è di generale constatazione.
Liberalizzare senza programmare, fu la scelta di allora. E poi a seguire la solita politica dei due tempi, in cui il secondo tempo non arriva mai. Prima l’austerità e i sacrifici e poi lo sviluppo e l’occupazione . Sul piano dei diritti, si parla di flexsecurity: ma con la flex subito e abbondante, mentre per la security si vedrà.    
Eppure, Adam Smith, agli albori della rivoluzione industriale, fondò la scienza economica sul lavoro umano, individuando su questo la ricchezza delle nazioni. E non sugli avanzi della bilancia commerciale come volevano i mercantilisti di allora e di oggi ( innanzitutto la Germania ).
Un altro grande economista, J. M. Keynes, riconosceva che “i difetti più evidenti della società in cui viviamo sono l’incapacità a provvedere un’occupazione piena e la distribuzione arbitraria ed iniqua delle ricchezze e dei redditi”.
Le due cose sono strettamente congiunte. Considerando il circuito del  reddito, se ciò che viene guadagnato non alimenta un’adeguata domanda aggregata ( consumo, investimenti, spesa pubblica ) si cade inevitabilmente nella depressione.
E se la concentrazione del reddito diventa “iniqua ed arbitraria”, come sta avvenendo da tempo non solo in Italia, ma a livello europeo  e mondiale ( si calcola che le 80 persone più ricche guadagnino quanto i 3 mld più poveri ), è naturale che la domanda, a cominciare dai consumi, si riduca drasticamente e di conseguenza gli investimenti, innescando la ben nota spirale deflazionistica che dissesta, a sua volta, le finanze dello Stato. 
Si finisce così in un equilibrio di disoccupazione da cui il mercato da solo non esce. 
Tanto meno con le solite politiche di contenimento retributivo e peggioramento dei dritti  che dovrebbero  supplire ( invano ) alla mancanza di competitività sul piano qualitativo, sul quale si basa ormai la concorrenza internazionale. Un contenimento retributivo che aggrava la carenza di domanda; un peggioramento dei diritti che si ripercuote negativamente sulla stessa produttività aziendale. 
La dignità del lavoro, richiede non solo occupazione e la giusta retribuzione, ma anche le buone condizioni di lavoro. 
La salubrità e l’accoglienza anche estetica degli ambienti ( tanto care ad Adriano Olivetti ), la sicurezza ( incidenti sul lavoro e le “morti bianche” sono oggi più contenuti ma sempre tragici ed inaccettabili ), la situazione dei  trasporti con il diffuso (e antieconomico) problema del pendolarismo. 
La dignità del lavoro, richiede altresì uno status giuridico moderno di diritti e di doveri. Oltre al fenomeno inaccettabile e  diffuso del lavoro di fatto schiavistico ( anzi peggio ) che riguarda tanti immigrati regolari e clandestini ( ma non solo ), ci troviamo di fronte ad uno slittamento  peggiorativo delle condizioni contrattuali e normative, nel senso di una estensione progressiva della precarizzazione che poco o nulla ha a che vedere con la cosiddetta flessibilità. Un ritorno al bracciantato?   
L’ingresso nell’area Euro e la globalizzazione hanno reso più complessi i problemi economici, del lavoro e del tessuto produttivo. Alla mancanza di una politica economica ed industriale lungimirante tesa alla valorizzazione delle risorse umane e del territorio, si aggiunge la scomparsa dei tradizionali strumenti di politica economica nazionale ( monetaria, fiscale, commerciale e del cambio ) con la immotivata fiducia nella cosiddetta “deflazione risanatrice”, coadiuvata dal fiscal compact e dal pareggio di bilancio, in un’ Europa ormai “germanizzata”. 
Diventa così praticamente impossibile uscire da questa “trappola per topi”, come qualcuno l’ha definita.
Il movimento sindacale, sul piano interno, europeo e internazionale, da tempo è in difesa, e non riesce a trovare forme unitarie e incisive di risposta  alla pervasiva logica finanziaria che ha travolto la logica della produzione, di una sana gestione di azienda, non più comunità di lavoro, ma all’immediata ricerca della valorizzazione di borsa ( share value ) . A vantaggio dei soli azionisti, anzi tra questi dei soli sottoscrittori dei patti di sindacato.  
Un sindacato, fortemente indebolito per la dipendenza delle singole nazioni dalla finanza globalizzata. Si parla di ricchezza ( finanziaria ) senza nazioni e nazioni senza ricchezza ( reale ) .
Una difficoltà progettuale, e di rappresentanza di una realtà sociale dispersa e frammentata, investe il sindacato, ma non meno le associazioni datoriali.    
2. Il secondo concetto della nostra conversazione, la democrazia industriale, fa riferimento ad altro volume ( I Consigli di gestione, la democrazia industriale e sociale, Storia e prospettive,  2014 ),  che pubblica gli atti di un interessante convegno del 1946 sui Consigli di gestione.
Questi - come è noto - furono organismi aziendali misti con la presenza delle diverse categorie dei lavoratori, dei dirigenti e della stessa proprietà con lo scopo di praticare forme di cooperazione nella gestione, pur lasciando la responsabilità ultima all’azienda. Sorsero spontaneamente nell’immediato dopoguerra anche per supplire all’assenza di molti proprietari allontanatisi perché coinvolti con il fascismo.
Un’esperienza importante, che garantì la continuità produttiva del paese, e che gestì anche a livello territoriale la mobilità interaziendale nella prima riconversione produttiva del dopoguerra. 
Ma incontrò la netta opposizione della Confindustria che paventava la sovietizzazione delle aziende, e la scarsa difesa delle sinistre preoccupate di fornire un volto moderato e dello stesso sindacato che temeva la subordinazione alle logiche aziendali e capitalistiche.  
Per democrazia industriale, si intendono le varie forme praticate,  in diversi tempi e luoghi,  di partecipazione e controllo alle scelte gestionali da parte del lavoro dipendente nei confronti del management aziendale. Con presenza o meno anche di forme di partecipazione azionaria.
E’una storia affascinante, controversa e anche drammatica che, soprattutto dagli anni venti del secolo scorso sino ad oggi, ha visto impegnati parti sociali, economisti e studiosi di scienze sociali, in Italia e nel mondo. 
In merito a tale questione,  la storia italiana si differenzia non poco da quelle di altri paesi; un’asimmetria e un ritardo che permane tuttora, nonostante esperienze significative e proposte di legge, e con l’art. 46 della Costituzione ancora inattuato. 
Ripercorrere quelle contrastate vicende, serve anche  a constatare la nostra insufficiente, ancorché necessaria, cultura della cooperazione e della collaborazione, pur nella distinzione dei ruoli e nell’attenzione a non essere catturati - a livello aziendale - dall’irrilevanza o peggio dalle perverse logiche della finanza. Rendendo effettive le pratiche della Responsabilità Sociale d’Impresa (RSI), e non allentando per quanto riguarda il sindacato la cultura confederale.   
Il già ricordato Adam Smith, è stato il primo a porre il problema della alienazione del lavoratore ( cioè la separazione della persona dalla sua prestazione lavorativa parcellizzata ), un concetto ripreso ed esteso poi da Karl Marx come elemento intrinseco all’intero sistema capitalistico e quindi coinvolgendo anche - seppure in modo diverso - gli stessi imprenditori. Smith, pensava di superare l’alienazione con la formazione e l’elevamento culturale; Marx, con il superamento dello stesso sistema  capitalistico. Più modestamente possiamo vedere la partecipazione democratica alle scelte aziendali come una forma di correzione di quell’alienazione e una importante condizione quindi della stessa dignità del lavoro.  
Il lungo percorso della storia del lavoro, di tutto il lavoro ( lo riassume bene Pierre Carniti in un suo recente volume: La risacca, il lavoro senza lavoro, 2013  ), è parte costituente di quella “religione della libertà” che Benedetto Croce riconosceva come  il motore della storia europea del Novecento.
La liberazione nel lavoro e non dal lavoro, è implicitamente indicata dall’art. 5 della Costituzione : “ ogni cittadino ha il dovere di svolgere secondo le proprie possibilità e la propria scelta un’attività o funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società”.    
Democrazia industriale, che va ancora considerata come parte indispensabile di un processo più ampio: di democrazia economica, sociale e politica.
Un concetto ben espresso dal  filosofo Guido Calogero : “La più solida democrazia nasce dalla molteplicità delle democrazie”. Solidali tra di loro, non meno delle libertà. Il cui solo concorso può garantire una vera uscita dalla crisi, con una riconquistata socialità ed evitando involuzioni autoritarie.  
3. Nel riprendere il discorso sulla politica economica, non possono dimenticarsi alcuni aspetti negativi peculiari dell’Italia. L’incredibile evasione fiscale ( non è la spesa troppo grande , se mai si spende male, è che sono poche le entrate  ), la diffusa corruzione, la pervasiva criminalità, la ricordata assenza di politiche industriali e territoriali, le ridotte dimensioni aziendali, la pluriennale scarsità degli investimenti in ricerca e sviluppo e in formazione, una finanza al servizio del capitalismo familistico e protetto, la confusa e ridondante situazione normativa e legislativa,  un’amministrazione inefficiente, per non parlare della giustizia civile.
Si è altrettanto keynesiani - come ci ricorda il premio Nobel L. Klein – nel curare la politica dell’offerta e non solo quella della domanda, certo oggi più urgente.  Non una politica dell’offerta neoliberista - liberalizzazione e deregolamentazione senza programmazione - ma con attenzione alla direzione degli investimenti settoriali e territoriali, pubblici e privati. Un’attenzione sempre più necessaria in un mondo in rapida evoluzione.
Ma non basta la ripresa per risolvere il problema occupazionale, occorrono incisive politiche attive e redistributive del lavoro e di riduzione degli orari di lavoro a livello di altri paesi europei ( in Italia 1774 contro le 1571 della media europea ) .
Ma prima ancora che di valide ricette economiche, emerge la necessità di una forte reazione di carattere etico e civile, di cultura della collaborazione e cooperazione solidale.  
All’ homo oeconomicus del pensiero dominante, Stefano Rodotà contrappone l’ homo dignus, con  “un concetto di dignità che è venuto ad integrare principi fondamentali consolidati -   libertà, uguaglianza, solidarietà - imponendone una reinterpretazione in una logica di indivisibilità” ( Il diritto di avere diritti, 2013) .  Una dignità di cui quella del lavoro assume un ruolo centrale, riconosciuto dal miglior pensiero laico e  di recente dallo stesso pontefice.
Insieme alla recessione economica non vogliano cadere anche in quella civile.
Purtroppo, segni interni ed esterni al Paese sembrano favorire questa infelice corrispondenza. La gravità della situazione dovrebbe inoltre sollecitare una intelligente reazione a livello della politica che da troppo tempo ha defezionato lasciando l’economia e la società in mano ad una tecnocrazia lontana dai problemi umani.
Un grande leader democratico, in circostanze non meno drammatiche della crisi del ’29, Franklin Delano Roosevelt, scelse la “politica contro l’inerzia della crisi”.
Nel suo discorso alla Convenzione democratica che lo candidò alla presidenza disse : “I nostri leaders repubblicani ci parlano di leggi economiche - sacre inviolabili, immutabili - che causano situazioni di panico che nessuno può prevenire . Ma mentre essi blaterano di leggi economiche, uomini e donne muoiono di fame. Dobbiamo essere coscienti del fatto che le leggi economiche non sono fatte dalla natura . Sono state fatte da esseri umani”. Appena eletto, si rivolse direttamente ai suoi cittadini ( i famosi discorsi al caminetto ) con il linguaggio della verità sulla drammatica situazione e promuovendo numerose ed importanti iniziative pubbliche. Rianimando la speranza e il coraggio di una ritrovata collettività.
Claudio Magris, in un magistrale saggio “Tra Utopia e disincanto”,  ci invita a superare quest’ultimo, derivante da delusioni storiche e da un mortificante presente,  e a non rinunciare all’Utopia, cioè alla libertà di progettare società migliori.
Non  per evadere dalla realtà, bensì per ritornare ad essa con più consapevolezza e il coraggio del vero riformismo, nella equità e solidarietà.
Cari amici, guardiamoci dalla retorica dell’antideologia : che è un perfetto ossimoro, essendo anch’esso un’ideologia; tanto più insidiosa in quanto nasconde i suoi presupposti di valore. 
I nostri, sono quelli democratici e della dignità del lavoro al fondamento della  Costituzione italiana. Costituzione - come ci hanno ricordato Norberto Bobbio e Giuseppe Dossetti - che è “ispirata a ideali liberali, integrati di ideali socialisti, corretti da ideali cristiano-sociali”. Un compromesso ( sicuramente aperto) delle tre più importanti correnti di pensiero del Novecento.
Sono valori che permettono di incoraggiare e non mortificare i bravi cittadini, nella dignità del loro lavoro, in cui il legittimo interesse del singolo non va a danno, bensì a beneficio della intera collettività.          
In questi giorni si è riacceso il dibattito su tematiche che attengono alla dignità del lavoro e che coinvolge le parti sociali e il governo.
Mi permetto di citare ancora una volta Federico Caffè, quando suggeriva che la “ pur legittima critica alle altre parti si accompagni ad una ragionevole e meditata autocritica”.  
Il disoccupato, il precario, l’imprenditore soprattutto il piccolo che rischia di chiudere, si aspettano che su tali questioni si voglia agire senza strumentalità e confusione, ma con il massimo, possibile, ricercato consenso, e con non meno sano pragmatismo. Con quel riformismo a “spizzico” suggerito da Karl Popper – un liberale progressista – e che procede con cautela per “tentativi ed errori”.
Si annunciano ( o minacciano ) in via ricorrente “grandi riforme” e di recente anche “violente”. Niente di nuovo: Leo Longanesi diceva che “in Italia si preferiscono le inaugurazioni alla manutenzione”.
La violenza è quella di chi ha causato la crisi e la perpetua con ricette sbagliate e falsificate dalla storia, e la subisce il disoccupato, il precario, il malato con minore assistenza, il miliardo di persone ancora sotto la soglia della povertà assoluta con  meno di un dollaro al giorno .

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