Apertamente

di Paola Matino da Italiani Europei del 16/9/2014 - Le partecipate degli enti locali sono uno degli ambiti interessati dall’azione di revisione della spesa di cui è stato incaricato Carlo Cottarelli. È lecito immaginare che dagli interventi in questo settore sia possibile ricavare grandi vantaggi in termini di riduzione di costi e miglioramento della dei servizi resi, a patto, però, che gli interventi siano mirati e pensati in un’ottica di programmazione strategica e logica industriale. Con l’articolo 23 del decreto legge 66/2014 il Commissario per la revisione della spesa Carlo Cottarelli è stato incaricato di predisporre «un programma di razionalizzazione della aziende speciali, delle istituzioni e delle società direttamente o indirettamente controllate dalle amministrazioni locali». E così il mondo delle partecipate locali è finito nuovamente sotto i riflettori, ma per la prima volta con un approccio organico e sistematico, anche se la tassonomia delle partecipate non è ancora del tutto definita, il perimetro del censimento è ancora lacunoso, i criteri di valutazione sono ulteriormente da affinare.

Dall’indagine è emerso che il numero di società partecipate dagli enti locali va da 7700 società registrate (secondo i dati del Dipartimento del tesoro del ministero dell’Economia e delle finanze) a 10.000 società registrate (secondo i dati del Dipartimento delle pari opportunità della Presidenza del consiglio, che valuta la rappresentanza femminile nei consigli di amministrazione). Tali dati sono da ritenersi parziali, dal momento che non sono state censite le società partecipate oltre il secondo livello e che solo la metà dei Comuni sotto i 30.000 abitanti ha compilato i formulari di ricognizione. Solo il 20% di queste società è a totale capitale pubblico, mentre il 28% è a capitale misto e maggioranza pubblica, per cui il numero di società oggetto di analisi, tenendo conto del campione di dati disponibili, si riduce a circa 3700 aziende, mentre le altre società possono definirsi micropartecipazioni.

L’analisi evidenzia che i servizi pubblici industriali (elettricità, acqua, gas, rifiuti, trasporto pubblico urbano), rappresentano oltre la metà del fatturato complessivo, ma coprono soltanto il 20% dell’universo delle partecipate, mentre sono circa il 40% del totale le società che forniscono servizi cosiddetti strumentali. Dallo studio è emersa, come probabilmente ci si aspettava, la presenza di società in perdita, società di piccole dimensioni, società che svolgono servizi “commerciali” e quindi non coerenti con gli obiettivi dell’ente, società che potrebbero essere definite “scatole vuote”, alcune delle quali non hanno personale o personale talmente ridotto nel numero da essere inferiore al numero dei componenti del consiglio di amministrazione.

Alcune evidenze invece risultano meno scontate. Ad esempio, ci si sarebbe aspettato un esubero di personale assunto dai soggetti partecipati, in un’ottica di “elusione del patto di stabilità”. Invece in molti casi il personale non è presente, o è presente in poche unità, o è preso in distacco dall’ente socio. Inoltre, la presenza di società che svolgono servizi “commerciali” registrando un profitto farebbe da un lato pensare alla bontà di un’azione imprenditoriale dell’ente, dall’altro pone dei dubbi sul rispetto delle logiche di parità di trattamento e non discriminazione, per cui sarebbe più corretto allocare sul mercato tali servizi. Ancora, ci si aspetterebbe da società di maggiore dimensione il conseguimento di più ampi margini ed economie di scala, ma questo sembra in contrasto con la dimensione delle società che presentano le perdite più alte, così come stupisce che il 46% delle società in perdita svolge servizi industriali, tipicamente a rilevanza economica.

Di fronte a una situazione così sfaccettata è intuitivo immaginare che dallo smantellamento del sistema di partecipazioni possa derivare un vantaggio in termini di riduzione di costi e debiti e di miglioramento della trasparenza e del controllo. A una lettura più attenta, tuttavia, il lavoro da svolgere non è così immediato e i risultati attesi devono essere oggetto di un’azione mirata e complessa.

Innanzitutto, se parliamo di coerenza di tali soggetti con le norme è importante ricordare che la gestione societaria “in house” è ammessa dall’ordinamento europeo solo per attività che soddisfano esigenze di carattere generale, quindi non per servizi di tipo commerciale, in cui si potrebbe verificare una distorsione del mercato. Già alla luce delle norme vigenti, pertanto, non è possibile costituire o mantenere società che svolgono attività non coerenti con le funzioni dell’ente e si dovrebbe procedere con il riposizionamento (mediante cessione o liquidazione) dei soggetti non coerenti.

Se invece parliamo di ottenere un taglio dei costi, è utile capire come e dove reperire l’effettivo risparmio: se si eliminano le partecipate infatti non si eliminano i servizi svolti, e quindi i relativi costi. Si assisterebbe semmai all’affidamento degli stessi servizi attraverso altra procedura, ci si augura più efficiente e quindi meno onerosa, ma di certo non a costo zero. Per ridurre il costo dei servizi, d’altra parte, sarebbe opportuno valutare il costo efficiente del servizio, magari ricorrendo a valutazioni di benchmarking e dove possibile ai costi standard e applicando questo criterio a chiunque, a qualunque titolo, eroghi i servizi.

Se parliamo di debiti, è necessario valutare attentamente i potenziali debiti fuori bilancio per gli enti soci, che derivano dalle esposizioni delle società in strutturale deficit e comportano una complessiva erosione del capitale fino a intaccare anche il patrimonio dell’ente. In questo caso si dovrebbe procedere con una ristrutturazione complessiva orientata anche a monitorare l’impatto sul territorio (investitori, dipendenti, fornitori) e ricercando la responsabilità della cattiva gestione, che sia un’errata copertura di costi congrui o l’eccessiva lievitazione delle spese rispetto al valore del contratto di servizio.

Se parliamo di trasparenza, è importante che si applichino i principi di buona governance delle società, le regole sull’attribuzione e mantenimento delle cariche sociali, il rispetto, nel caso delle società pubbliche, delle norme del codice appalti.
Se parliamo infine di strategie non si può non pensare a una logica industriale per la gestione dei servizi pubblici, e quindi, al di là della possibilità di liquidare le società per ottenere risparmi, è necessario ripensare alla “giungla” degli enti con l’obiettivo di ridurre le sovrapposizioni, migliorare l’economicità complessiva del sistema, puntare sulla qualità dei servizi per i cittadini, la trasparenza delle scelte e la responsabilità sulle stesse.

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