Apertamente

di Massimo Baldini da Lavoce.info del 18/7/2014 - I dati Istat certificano l’aumento della povertà in Italia. E la politica come risponde? L’analisi delle conseguenze di alcune scelte dei Governi Letta e Renzi mostra che la capacità del sistema di tax-benefit di sostenere i redditi nei momenti di crisi è bassa. Il reddito di inclusione sociale. POVERTÀ IN AUMENTO Negli ultimi anni, a causa della crisi, la diffusione della povertà nel nostro paese è decisamente aumentata. Secondo i dati diffusi dall’Istat il 14 luglio, nel 2013 il 7,9 per cento delle famiglie italiane si trovava in povertà assoluta, una percentuale quasi doppia rispetto al 4,1 per cento del 2007. In quell’anno erano povere assolute 975mila famiglie, un numero salito a 2,03 milioni nel 2013. In termini di individui, l’incidenza della povertà assoluta è passata nello stesso periodo dal 4,1 per cento (2,4 milioni) al 9,9 per cento (6 milioni, un italiano su dieci).
Alla luce di questa dinamica, è sempre più importante chiedersi in quale modo le scelte di policy possano incidere sui redditi dei poveri. Le loro condizioni non risentono infatti solo del ciclo economico, ma anche degli interventi su imposte e trasferimenti. Nel periodo 2011-2013 il segno delle politiche pubbliche in Italia è stato sicuramente restrittivo e l’austerity ha coinvolto sia le spese che le entrate.
Il recentissimo rapporto della Caritas “Il bilancio della crisi” fa il punto sulle politiche contro la povertà in Italia. Qui ne riassumiamo un capitolo, che quantifica le conseguenze di alcune scelte del Governo Letta e del Governo Renzi sui redditi più bassi. Rimandiamo al testo integrale del Rapporto per una discussione più ampia.
Si considerano in particolare l’aumento della detrazione Irpef per i lavoratori dipendenti deciso nell’ultima legge di stabilità, l’incremento dell’Iva, la nuova tassazione degli immobili e il bonus di 80 euro sui redditi da lavoro dipendente fino a 26mila euro.

IL GOVERNO LETTA

L’incremento della detrazione da lavoro dipendente incide ben poco sui poveri assoluti, a causa della scarsa frequenza dei redditi da lavoro nei bilanci di queste famiglie, mentre ha un impatto non insignificante, anche se molto basso, sui redditi delle famiglie in povertà relativa. Dopo i tanti episodi di parziale riforma dell’Irpef succedutisi negli ultimi quindici anni – che hanno agito soprattutto sulle detrazioni senza modificare le aliquote formali, le quali rimangono molto alte anche per redditi non elevati – molte famiglie povere hanno smesso di pagare l’Irpef e non possono vedere migliorato il proprio reddito attraverso maggiori detrazioni.
L’aumento dell’aliquota ordinaria dell’Iva, da ottobre 2013 passata dal 21 al 22 per cento, è invece sicuramente regressivo sul reddito e danneggia proporzionalmente di più proprio le condizioni dei più poveri. Certo, se si fossero toccate anche le aliquote ridotte del 4 e del 10 per cento, che colpiscono soprattutto beni di prima necessità, l’impatto sarebbe stato ancora più regressivo, ma anche il solo intervento sull’aliquota ordinaria peggiora la distribuzione del reddito corrente.
La nuova imposta sulla prima casa ha effetti molto difficili da prevedere, perché dipendono dalle scelte di migliaia di enti diversi. Senza detrazioni, l’imposta sulla prima casa penalizza sicuramente le famiglie povere, a causa della forte diffusione della proprietà immobiliare. Con detrazioni molto alte, finanziate da aliquote elevate, l’impatto distributivo dovrebbe essere vicino a quello della vecchia Imu sulla prima casa: leggermente progressivo. Il fatto comunque che il prelievo sulla prima casa venga reintrodotto dopo un anno di assenza determina in ogni caso un calo del reddito anche per le famiglie povere.
L’effetto complessivo di queste misure a sostegno dei poveri è quindi stato nullo, anzi il loro reddito è diminuito.

IL BONUS DI RENZI

Lo sgravio Irpef di 80 euro al mese aiuta soprattutto i lavoratori a reddito basso, non le famiglie povere: solo una parte dei lavoratori a reddito basso vive in famiglie povere, e solo una piccola parte delle famiglie povere era soggetta a Irpef prima della riforma. Il bonus però va anche a famiglie che sono incapienti, se vi sono in esse lavoratori per i quali l’imposta lorda supera la sola detrazione da lavoro dipendente. Si tratta di un primo, modesto passo verso l’imposta negativa (una struttura fiscale in cui l’imposta per i redditi bassi non solo non si paga, ma si tramuta in un trasferimento monetario a loro vantaggio), l’unico modo attraverso il quale, volendo insistere con l’Irpef, si potrebbe incidere sul benessere di molte famiglie.

EFFETTI SUI REDDITI

Riassumiamo questi risultati con un grafico, che mostra per ogni 5 per cento delle famiglie italiane, la variazione percentuale del reddito disponibile prima e dopo i vari provvedimenti.
Le tre misure del Governo Letta riducono il reddito delle famiglie, perché l’aumento dell’Iva e la nuova imposta sulla casa più che compensano la maggiore detrazione Irpef. L’effetto è nel complesso molto lievemente progressivo, perché il calo in percentuale aumenta rispetto al reddito, ma si noti che proprio i più poveri subiscono una riduzione significativa, simile a quella di famiglie ben più ricche. I nuclei meno colpiti dagli interventi del Governo Letta sono quelli in povertà relativa, cioè non il 5 per cento più in basso, ma la fascia immediatamente successiva. Il bonus di 80 euro al mese inverte il segno del totale delle misure, con un saldo positivo per i tre quarti meno benestanti delle famiglie italiane.
Il segno complessivo delle quattro misure è quindi progressivo, ma l’impatto sull’area della povertà è insignificante: visto che il reddito dei poveri relativi aumenta in media dell’1 per cento e quello dei poveri assoluti dello 0,5 per cento, è inevitabile che gli indicatori di povertà relativa e assoluta rimangano praticamente immutati.

Grafico 1 – Variazione % del reddito disponibile delle famiglie a seguito delle variazioni di Irpef, Iva, imposta sulla prima casa e bonus di 80 euro al mese, per ventili di reddito disponibile equivalentebaldini 1

Nel complesso, finora, contro la povertà si è fatto ben poco. È evidente che i numeri sulla diffusione della povertà potranno ridimensionarsi solo se tornerà la crescita e si creeranno nuovi posti di lavoro, ma la capacità del sistema di tax-benefit italiano di sostenere i redditi nei momenti di crisi è davvero bassa. La scarsa attenzione del sistema di tassazione e trasferimenti per i più deboli poteva essere tollerata in tempi di “normale” crescita economica e con reti familiari ancora diffuse, ma diventa un’enorme palla al piede per l’intera società in un contesto sempre più incerto e mutevole. L’introduzione graduale di una misura contro la povertà assoluta, con tutte le dovute cautele per evitare il rischio di comportamenti opportunistici, sarebbe un grande passo avanti che, in questi anni, interesserebbe anche molte famiglie del ceto medio. (1)

(1) Nel sito www.redditoinclusione.it si presenta una dettagliata proposta per un reddito di inclusione sociale (Reis), formulata pochi mesi fa da un gruppo di ricerca coordinato da Cristiano Gori e sostenuto, tra gli altri, anche dalla Caritas.

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