Apertamente

di Diego Valiante da Lavoce.info del 17/6/2014 - Nell’ultimo decennio, l’Italia è rimasta il fanalino di coda in Europa per quantità, qualità e creazione di capitale fisso. Il nostro sistema economico non perde solo produttività, ma anche un altro fondamentale fattore produttivo. La qualità degli investimenti di medio e lungo termine.
DISTRUZIONE DI CAPITALE?
Il capitale fisso è quella porzione del capitale totale che è investito in immobilizzazioni tangibili e intangibili: terreni, impianti industriali, edifici, veicoli, proprietà intellettuale e tanto altro. (1) Questi asset sono utilizzati per più anni prima di essere sostituiti e forniscono l’infrastruttura di base del sistema economico, influenzando a loro volta la produttività di altri fattori. Negli ultimi tempi, la creazione di capitale in Italia, al netto del consumo di capitale fisso (ammortamenti) ristagna, dopo decenni di crescita ininterrotta. Nella stessa Spagna, che pure è reduce da un’enorme bolla speculativa nel settore immobiliare che ha messo in ginocchio l’economia nazionale, la formazione di capitale è ancora in un trend positivo rispetto all’Italia. (2)
Figura 1 – Creazione di capitale lordo al netto del consumo di capitale fisso

Fonte: Ameco
L’incapacità di creare nuovo capitale è un forte segnale di disagio economico, che potrebbe riflettere una malattia di lungo termine del nostro sistema economico, legato alla fatica di rinnovarne e incrementarne i volumi. Infatti, il peso del capitale fisso del settore privato sul sistema economico è cresciuto fortemente negli ultimi anni, spingendo molta disponibilità economica di cassa verso ammortamenti di capitale fisso. La caduta del Pil potrebbe aver influito sostanzialmente negli ultimi tre anni, ma la tendenza già in precedenza era in forte ascesa, anche in relazione ad altri paesi che hanno avuto perdite di Pil comparabili (la Spagna, per esempio). Il trend è confermato anche per il consumo di capitale fisso rispetto alla creazione di nuovo capitale.
Figura 2 - Consumo di capitale fisso sul Pil

Fonte: Ameco
Figura 3 - Consumo di capitale fisso del settore privato rispetto al nuovo capitale creato

Fonte: Ameco
Il valore degli ammortamenti di capitale fisso tende a crescere quando l’immobilizzazione invecchia e si avvicina alla fine del suo ciclo di vita, anche con produttività e rendimento costanti. In altre parole, la combinazione di scarsa creazione di nuovo capitale e invecchiamento del capitale fisso potrebbe rilevare una graduale perdita di capitale fisso e quindi di pezzi del nostro sistema economico. La perdita di capitale fisso è dovuta a diversi fattori. E, potrebbe non essere una perdita, ma solo un alleggerimento degli investimenti di imprese italiane che gradualmente passano dalla produzione all’acquisto di alcuni fattori produttivi, ipotizzando che non investano maggiormente in beni intangibili (fenomeno che sarebbe catturato da questo indicatore). Tuttavia, anche qualora sia in atto questo alleggerimento, se utilizziamo la redditività del capitale fisso come indice di qualità degli investimenti, non ci sono prove sufficienti che la qualità del capitale sia cresciuta. (3) L’Italia è infatti il paese con la più scarsa redditività del capitale fisso tra i paesi occidentali più avanzati.
Figura 4 – Ritorno netto sullo stock di capitale, 1995-2015 (2005=100)

Fonte: Ameco
LA TENTAZIONE DELLA SVALUTAZIONE MONETARIA Questa situazione ci dovrebbe far riflettere anche sulla qualità del nostro tessuto imprenditoriale e infrastrutturale. Si cerca molto spesso di addebitare la scarsa produttività e i bassi investimenti in Italia all’ingresso nella moneta unica, che avrebbe fatto crollare la competitività del nostro sistema economico e ridotto gli investimenti esteri. Tuttavia, in altri importanti paesi che hanno adottato l’euro, il crollo della redditività del capitale è avvenuto solo con la crisi finanziaria del 2007-2008 e da allora solo alcuni (come la Francia) non si sono ancora ripresi mentre l’Italia resta una volta di più il fanalino di coda. La combinazione di scarsa creazione di nuovo capitale, invecchiamento del capitale fisso e bassi ritorni sul capitale netto sono una specificità tutta italiana tra i primi cinque paesi europei, che ci impone una riflessione seria sulla mancanza di competitività del nostro sistema economico. Si tratta di un problema di lungo termine che difficilmente potrebbe essere risolto da temporanee o permanenti svalutazioni monetarie, poiché una moneta più debole non crea di per sé le condizioni per una maggiore e migliore qualità d’investimenti privati. L’Italia ha bisogno di maggiori investimenti privati in capitale fisso, ma anche di infrastrutture pubbliche capaci di migliorare quei servizi che potrebbero creare le condizioni per realizzarli, dalla giustizia civile agli aeroporti. Anche la qualità di questi investimenti è essenziale per far ripartire la competitività. La svalutazione monetaria potrebbe consentire un incremento (temporaneo) della quantità d’investimenti esteri, ma non sarebbe sufficiente a garantirne la qualità (per esempio, in ricerca e sviluppo) per la quale sono necessarie condizioni di certezza legale e stabilità finanziaria di lungo termine, che certo non si avrebbero con un ritorno alla lira. Ci dovremmo oltretutto interrogare sulla governance delle aziende del nostro tessuto imprenditoriale e sulla sua capacità di rinnovarsi nel tempo. Alcuni definiscono questi problemi delle imprese italiane come la maledizione del capitalismo familiare, incapace nel lungo termine di rinnovarsi senza la disciplina del mercato. Ma questa è un’altra storia.
(1) In linea con la definizione di capitale fisso dello European system of national and regional accounts (Esa95), si usa qui quella più ampia, che include gli intangibles.
(2) Non si possono trarre conclusioni sul valore assoluto del capitale fisso poiché il calcolo di attivi come gli intangibles è soggetto a diverse interpretazioni a livello nazionale che potrebbero sottostimare o sovrastimare il valore finale. In ogni modo, è improbabile che queste correzioni inficino le conclusioni esposte in questo contributo.
(3) Non è un caso che i ritorni più alti sul capitale fisso siano in Giappone, Stati Uniti e Germania.

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