Apertamente

di Claudio Gnesutta da Sbilanciamoci.info del 04/05/2014 - Quando è iniziata l'egemonia della finanza sulla produzione? La questione della “densità” finanziaria del sistema economico è un aspetto ampiamente dibattuto per la sua rilevanza nel determinare l’attuale funzionamento delle nostre società. A questo riguardo, è importante il contributo di Angelo Salento e Giovanni Masino, (La fabbrica della crisi. Finanziarizzazione delle imprese e declino del lavoro, Roma: Carocci editore, 2013) che, con un’analisi svolta su diversi piani (sistemazione della letteratura, informazioni quantitative, interviste di operatori), non si limitano a sottolineare la crescente dimensione finanziaria dei bilanci societari, ma approfondiscono le modificazioni qualitative che la finanziarizzazione dell’economia ha indotto in una gestione aziendale che ha assunto come priorità la crescita del valore per gli azionisti. In particolare, la loro tesi può essere sintetizzata, pur con tutti i rischi dell’estrema concisione, dalla considerazione che, nel superamento del fordismo, l’impresa ha trovato nell’esternalizzazione (decentramento e delocalizzazione) della produzione lo strumento per ridurre i costi e per realizzare le disponibilità liquide necessarie all’investimento e che questa sua articolazioni in divisioni autonome (anche se raggruppate in holding) si presenta come un “fascio di investimenti” (industriali, commerciali, finanziari) da gestire ciascuno singolarmente valorizzandoli con logica “finanziaria” sulla base di un benchmarking definito dagli analisti finanziari.

Non è possibile ripercorrere in dettaglio l’intera argomentazione della loro tesi; mi limito solo a trarre dal nucleo della loro argomentazione alcune implicazioni da utilmente sottolineare. Un primo punto da sottolineare è che dalla loro analisi non deriva necessariamente che l’estendersi della dimensione finanziaria del’impresa implichi, a livello macroeconomico, che i fondi da essi trattati escano dal circuito industriale e non giungano comunque, direttamente o indirettamente, ad altre imprese produttive; è il caso, ad esempio, dei rapporti sub-sub (sub-appalti sub-appaltati) che permettono alle imprese transnazionali fortemente finanziarizzate di estrarre valore dal lavoro. Nel lungo percorso attraverso il quale si forma il reddito da capitale è allora quasi impossibile, e forse non ha nemmeno alcun interesse, precisare le fonti cui va attribuito lo specifiche reddito considerato che, nel suo inestricabile coacervo di profitti, interessi e rendite oligopolistiche, esso è espressione di un unico potere di mercato.

Particolarmente interessante è l’importanza dedicata dagli autori agli studi aziendali per aver fornito «sia la giustificazione ideologica sia i quadri rivoluzionari per rovesciare il vecchio ordine managerialista, con la sua propensione al consenso, al compromesso e alla stabilità e per sostituirlo con un utopismo neoliberale che ha dato la priorità a processi di mercato assunti come storicamente ineluttabili». Una trasformazione culturale che non é rimasta confinata all’interno dell’impresa, ma si è diffusa nella società come senso comune e strumento di legittimazione dei processi di ristrutturazione che hanno coinvolto anche sindacati e partiti della sinistra. Il processo di finanziarizzazione (dell’impresa e della società) è l’espressione materiale della costruzione dell’egemonia del grande capitale, di quella “rivoluzione dall’alto” che accompagna le importanti innovazioni sul piano tecnologico con la riproposizione di intollerabili disuguaglianze sociali, ne è un esempio la politica economica europea.

L’analisi di Salento e Masino propone considerazioni di rilevo anche a livello microeconomico. Innanzitutto il carattere “breve-periodista” delle imprese finance-oriented che, per garantirsi la controllabilità di tutti i fattori per comprimere i costi e rispondere agli standard richiesti dagli analisti finanziari, porta a ridimensionare la sua visione strategica e quindi gli investimenti di più lunga prospettiva. L’effetto paradossale è che «una promessa di creazione di valore [di breve periodo] si risolve in una distruzione di valore [di lungo periodo,] sul piano propriamente industriale e che per di più non garantisce un andamento positivo dei corsi azionari».

Inoltre, per un’impresa che gestisce il “fascio di investimenti” con un’ottica di massimizzare il valore, perdono inevitabilmente di qualsiasi valore quel “fascio di interessi”, produttivi e non-produttivi (in particolare dei lavoratori e della società locale), che a lungo (specie in Europa), si è pensato la caratterizzassero in quanto “istituzione radicata nel tessuto sociale”. Lo spostamento delle sue priorità dalla vasta platea di soggetti (stakeholders) coinvolti dalla sua attività a favore di una sola categoria (gli shareholders) giustifica l’impresa nel suo sistematico disinteresse per gli effetti esterni della sua azione sul territorio e sulla società, in una deriva molto simile a quel “capitalismo predatorio” del XIX secolo sostanzialmente indifferente agli squilibri sociali che procura.

Ma il punto politico cruciale sul quale Salento e Masino dedicano una parte significativa della loro analisi è lo stretto legame che sussiste tra finanziarizzazione dell’impresa e “declino del lavoro”, inteso come «declino sia dell’occupazione, sia del valore sociale del lavoro, sia del potere economico e negoziale delle classi lavoratrici». Una gestione aziendale centrata sul controllo rigido dei costi si traduce in un rapporto con il personale di pura calcolabilità: nel lavoratore non si ricerca «la qualità dell’essere insostituibile, ma la qualità dell’essere indefinitamente sostituibile». Per guadagnarsi “la stima del mercato”, le imprese attuano processi di “dimagrimento” attraverso fusioni, acquisizioni, dismissioni, delocalizzazioni, spesso in contrasto con gli autentici obiettivi industriali. Con la trasformazione del rapporto del lavoro l’impresa si riappropria del pieno controllo sulla flessibilità normativa e salariale ed è proprio a questo che hanno mirato, e mirano, le “riforme neoliberali” per una regolazione del mercato del lavoro in cui si realizzi il «compiuto superamento del cosiddetto compromesso fordista», un obiettivo al quale non è mancato il sostegno di ascoltati settori giuslavoristici, sudditi della lunga stagione neoliberista. La de-istituzionalizzazione dei rapporti di lavoro ratifica la subordinazione dei diritti e dei redditi dei lavoratori alla profittabilità di breve periodo dell’impresa e rende possibile la realizzazione del reddito da capitale richiesto dalla finanza, da questa successivamente distribuito ai diversi “aventi diritto”, produttivi e non produttivi.

Va preso atto - è la convincente conclusione dei due Autori - che con la finanziarizzazione (dell’impresa e della società) si è imposta l’«egemonia del settore finanziario su quello produttivo» e il conseguente uso intensivo e precario della forza lavoro e la rottura del patto distributivo keynesiano ha provocato «una degradazione delle istituzioni pubbliche statali e, insieme, un cedimento del sociale come valore organico, indipendente e supremo da proteggere a fronte delle pretese e delle istanze del ciclo degli affari». Per porre un argine a un processo che marginalizza il lavoro depauperandolo del «suo capitale economico, politico, simbolico», essi sostengono un’iniziativa che faccia leva sul diritto del lavoro per un riaprirsi «delle prospettive della democrazia industriale in un programma di ripristino della centralità del lavoro»; nella convinzione che «più i lavoratori e il corpo sociale riusciranno a essere presenti nel governo dell’impresa, più improbabile sarà che l’impresa possa agire, nei loro confronti, come un’antagonista».

Ferma rimanendo la convinzione che la questione del lavoro è quella decisiva, non si può non rilevare che, sulla base della stessa analisi di Salento e Masino, risulta difficile pensare di condizionare la loro “impresa finanziarizzata” attraverso strumenti legislativi (in un contesto peraltro in cui i giuslavoristi che contano lavorano per la controparte). La loro prospettiva non è però isolata; essa può contribuire a quell’ampio dibattito di politica istituzionale che si propone di ridefinire le relazioni di lavoro nell’attuale contesto globalizzato con l’obiettivo di governare l’attuale processo di transizione in modo da rendere compatibile il governo dell’impresa shareholder value maximizing con un Welfare State che garantisca occupazione, sviluppo e sicurezza. Ma per un tale progetto è necessario che l’impresa si senta in qualche modo vincolata alle esigenze del territorio per cui esista una convenienza a ricercare una mediazione tra gli interessi dei suoi azionisti e quelli dei suoi stakeholder, condizione che sembra inesistente in realtà di finanziarizzazione dell’impresa pienamente dispiegate.

Il contesto istituzionale si presenta pertanto critico per qualsiasi iniziativa a favore del lavoro, anche se una conclusione definitiva non può aversi se non proseguendo nell’analisi avviata dai due autori. Se la loro analisi descrive bene la situazione delle imprese transnazionali e il loro rafforzamento sui mercati globali di competizione oligopolista, andrebbe però verificato quanto l’intero tessuto industriale nazionale, e non solo quello delle grandi imprese, sia pienamente coinvolto in questa pressione al decentramento e alla delocalizzazione. È necessario proseguire nella ricerca – come riconoscono esplicitamente gli stessi autori – per comprendere le effettive condizioni, oggettive e soggettive, in cui opera l’impresa se si intende formulare una sfida sociale e politica all’egemonia del capitalismo neo-liberista. Una sfida che riguarda anche i governi nazionali per la loro disponibilità di essere punto di riferimento di un’alternativa politica; una politica per il lavoro che individui nei Piani per l’occupazione uno dei suoi strumenti essenziali richiede forze politiche e sociali capaci, da un lato, di superare la strenua difesa che i beneficiari del reddito da capitale oppongono a qualsiasi sua redistribuzione e, dall’altro lato, di rifondare quelle “soggettività dei lavoratori” che, svilite dagli attuali rapporti impresa-lavoro, sono essenziali per ricostituire un loro reale potere negoziale.

Ma anche nel caso si ritenga che gli spazi in questa direzione siano chiusi, la ricerca non può dirsi conclusa poiché l’esperienza ci insegna che il capitalismo, nonostante appaia possente e dominante, non è privo di contraddizioni interno che minano la stabilità delle sue istituzioni. L’analisi non-economicistica di Salento e Masino permette di individuare numerose incongruenze in tale senso: la svalorizzazione concomitante del lavoro e del capitale nella loro dimensione strategica; il peso dei rischi che l’impresa scarica sui lavoratori e sul territorio; la repressione delle aspettative dei ceti medi (sempre più socializzati all’accumulazione finanziaria); una distribuzione del reddito e della ricchezza fortemente sperequata; i comportamenti speculativi della finanza e la ciclicità delle bolle finanziarie; la subordinazione materiale e culturale della componente dominante del ceto politico, di quello intellettuale e dei media. L’esigenza politica (e morale) che allora emerge dalla lettura de La fabbrica della crisi è che, per un programma di “civilizzazione” dell’impresa e della società, è necessario continuare a ricercare nelle pieghe della realtà “finanziarizzata”, e del suo apparato culturale di sostegno, i fattori che rendono il capitalismo neoliberista fragile e suscettibile di crisi. Solo così è possibile individuare come intervenire per contrastare a tutti i livelli – materiale e finanziario, sociale e culturale – il suo predominio e (ri)costruire la democrazia.

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