Apertamente

di Alfonso Gianni da MicroMega del 26/4/2014 - Può anche darsi che si tratti di una coincidenza, ma sono in molti a dubitarne, a partire dagli stessi editorialisti del Sole 24 Ore. Sta di fatto che molti indicatori economici sembrano improvvisamente indicare, a un mese esatto dalle elezioni europee, prospettive più rosee. L’ipotesi più semplice, in fondo neppure troppo maliziosa, è che si voglia spargere ottimismo sulle possibilità che la crisi si stia esaurendo, proprio per contenere gli effetti di un diffuso euroscetticismo. Ecco dunque affastellarsi una serie di dati che volgono al meglio. L’economia tedesca pare di nuovo riprendere energia, con conseguente vantaggio per i paesi che ormai fanno parte del suo specifico bacino economico e del suo sistema produttivo allargato, dalla Polonia, ai Paesi bassi, fino all’Austria. La Spagna ha sorpreso molti commentatori con una crescita nel primo trimestre del 2014 superiore a quella dei sei anni antecedenti. Persino la martoriata Grecia ha avuto successo nella collocazione di titoli di Stato. Anzi la domanda è stata sette volte superiore all’offerta. Anche il Portogallo è tornato con buoni risultati a finanziarsi sul mercato internazionale.

In Italia si suonano le trombe perché Fitch, dopo Moody’s, ha confermato il rating BBB+, ma con un outlook stabile. Si aspetta ora cosa dirà la terza sorella, Standard&Poor’s, ma il suo responso sul rating del nostro paese avverrà solo dopo la prova elettorale, il 6 giugno. Niente di che, ma c’è chi tira un respiro di sollievo, specialmente il nostro nuovo Presidente del Consiglio. Una campagna ottimistica che indubbiamente lo aiuta a nascondere sotto il tappeto le incongruenze e le assenze di coperture certe al suo decreto elettorale dei famosi 80 euro (che diventano in realtà 53 euro in media, come risulta da calcoli più accurati, una volta letto il testo del decreto, poiché il beneficio viene corrisposto per otto mesi purché ne siano stati lavorati dodici)

Ma se guardiamo le cose più a fondo, il quadro contraddice questo ottimismo di superficie. La disoccupazione, fatta eccezione per la Germania e satelliti (ma nella prima i minijobs coprono con lavori precari e sottopagati una realtà sociale assai meno brillante da come viene descritta), è ovunque in crescita. Il livello degli investimenti è lontano dai numeri del 2008. I debiti pubblici continuano a salire in consonanza con l’acuirsi delle politiche di austerità. Le cosiddette riforme strutturali stanno demolendo ciò che resta del modello sociale europeo. La parola d’ordine dell’austerità espansiva, visto il suo palese fallimento, sta lasciando il posto a una nuova trovata illusionistica, quella della “precarietà espansiva”.

E’ tutta propaganda, quindi? Tutto fumo negli occhi? Non esattamente, è qualcosa di peggio. Gli ingannatori per risultare convincenti devono in primo luogo convincersi delle loro bugie. D’altro canto Ludwig Wittgenstein diceva che “niente è così difficile come non ingannare sé stessi”. Ecco dunque che ci si dimentica volentieri che se gli spread sono diminuiti e i titoli di stato dei paesi europei in difficoltà sono tornati appetibili, ciò è dovuto in primo luogo ai movimenti finanziari incentivati dal tapering messo in atto dalla Fed negli Usa e dal fatto che è alquanto calata l’attrattiva dei paesi emergenti. Per queste ragioni gli investitori globali possono anche tornare a convergere sui mercati europei accontentandosi di rendimenti più modesti, una volta che il pericolo di default si è allontanato, anche grazie all’attivismo che Mario Draghi sta imprimendo alla Bce, su cui tornerò. D’altro canto agli investitori importa un bilanciamento fra il reddito del capitale e la possibilità di recuperare l’intero capitale investito. Quando uno dei due elementi è decisamente sbilanciato – o perché il rendimento è quasi nullo o perché il rischio di perdere il capitale è troppo elevato – cercano rifugio altrove. Quindi la ritornata appetibilità dei titoli dei Piigs non deriva tanto da riprese economiche che non si vedono, quando dalle mutazioni in atto a livello mondiale della dislocazione dei livelli di maggiore redditività dei capitali investiti nella finanza. Vedremo quello che accadrà nei prossimi giorni, poiché i venti di guerra che soffiano da est – la pentola ucraina rischia di esplodere – rendono impossibili stime sull’andamento dei mercati finanziari anche di breve periodo.

I seguaci delle politiche di austerity battono ora il chiodo con ancora più virulenza di prima sulle cosiddette riforme strutturali, in modo da modificare stabilmente i rapporti di classe e di potere all’interno delle società europee. Infatti le iniquità nella distribuzione del reddito e della ricchezza sono insieme causa ed effetto di questa crisi. Ce lo ricorda di nuovo Thomas Piketty nel suo ultimo libro – Le Capital au XXIe siecle – che fa il punto su anni di studi dell’economista francese sull’andamento delle retribuzioni e sulle disuguaglianze economiche e sociali. L’Italia è all’avanguardia in queste politiche con il decreto Poletti che vuole mettere la parola fine al diritto del lavoro stesso ed entra così in contraddizione persino con le norme della stessa Unione europea. Da qui la giusta denuncia del governo italiano promossa da un gruppo di giuristi per violazione/inadempimento del diritto comunitario.

Ma, a guardare bene le motivazioni portate da Fitch per alzare l’outlook italiano, si scopre che fra queste compare, oltre al livello inferiore ad altri paesi nell’indebitamento privato, anche la sostenibilità del nostro sistema pensionistico. Quindi non c’è bisogno di controriforme strutturali in questo campo, dal momento che già nel nostro paese ci si è accaniti contro un sistema pensionistico pubblico che invece è tanto in attivo da avere finanziato lo Stato e non viceversa, come viene fatto credere. In realtà proprio qui vi sarebbero i margini oggettivi, riconosciuti obtorto collo persino dagli avidi mercati – se vi fosse la volontà politica – per cancellare le clamorose ingiustizie della legge Fornero e pensare seriamente al problema di coloro che le pensioni non le potranno godere non avendo potuto avere un posto di lavoro stabile e continuativo durante la loro intera vita.

Un limite all’autoinganno della propaganda neoliberista giunge anche dall’ultimo discorso tenuto il 24 aprile ad Amsterdam da Mario Draghi. Il focus del suo discorso era concentrato su come evitare il pericolo del trascinarsi nel tempo di un’inflazione troppo bassa, con tutte le conseguenze recessive e depressive che questo avrebbe sull’economia europea. In sostanza il Presidente della Banca centrale europea ha prospettato tre misure. Una rientra nel campo delle cosiddette misure convenzionali e si tratta di un eventuale nuovo taglio del tasso di interesse. I margini non sono molti, essendo già allo 0,25%. Ciononostante scendere – come si era già detto tempo addietro – ad uno 0,1% sarebbe un segnale utile, soprattutto se accompagnato dalla introduzione di tassi negativi sui depositi delle banche presso la Bce. Il che costituirebbe un incentivo alle banche a fare circolare il denaro anziché immobilizzarlo. La seconda misura prospettata da Draghi riguarderebbe nuovi acquisti da parte della Bce di titoli sia pubblici che privati anche se in forme e modi diversi, ma non ancora precisati, rispetto a quelli messi in atto dal quantitative easing americano.

La terza misura è probabilmente la più interessante, anche se per questa, come per le altre, non sono per ora annunciate date di inizio. La Bce potrebbe dare luogo ad una nuova fornitura di liquidità alle banche. Sarebbe la terza Long Term Refinancing Operation (Ltro), dopo quelle del dicembre 2011 e del febbraio 2012 (sommando le due si arriva alla cifra di 1018,5 miliardi di euro). Ma mentre le prime due si sono tramutate in acquisto di titoli di stato da parte delle banche - ovvero è avvenuto il famoso aggiramento degli assurdi vincoli del trattato di Maastricht e dello Statuto della Bce, unici al mondo (che per l’appunto la lista L’altra Europa con Tsipras vuole abrogare) per cui alla Bce è vietato un finanziamento diretto degli stati – l’ipotesi di Draghi sarebbe quella di condizionare il prestito allo sblocco del credito all’economia reale. A togliere cioè quel tappo che ha impedito che la pioggia di miliardi raggiungesse le persone e le imprese ed ha invece permesso che potesse servire solo a stabilizzare il capitale delle banche.

Ha certamente ragione Paul Krugman, per non dire di altri, nel ritenere che comunque le mosse della Bce sono sempre troppo irresponsabilmente lente e tardive rispetto al precipitare della crisi europea. Al massimo parano i colpi più gravi ma non li prevengono, né tantomeno invertono la tendenza, come solo una mutazione radicale del ruolo della Bce e dei Trattati potrebbe fare. Ma è anche vero che queste decisioni annunciate sotto la pressione dell’evidenza dei fatti contribuiscono a mettere a nudo le aporie delle teorie neoliberiste e rigoriste.

Queste ultime tuttavia non si autodistruggeranno. O prende corpo dentro questa crisi una nuova cultura politica ed economica capace di competere per l’egemonia con il neoliberismo e il social liberismo – ovvero quella teoria e quella pratica che non disdegna l’intervento dello stato a sostegno delle istituzioni del capitale finanziario e nello stesso tempo cerca di attutire la pericolosa insopportabilità sociale dell’esistente con qualche misura redistributiva – o simile idee si perpetueranno ogni volta in forma peggiorata e incancrenita.

Si tratta di dare vita in modo diffuso ad un pensiero politico ed economico che vada certamente oltre il keynesismo, ma senza prescindere da questo – come è già nella riflessione (ahimè troppo poco conosciuta, malgrado l’impegno di Riccardo Bellofiore) di Hyman Minsky – che sia fortemente contrassegnato da una nuova coscienza ecologica e dal senso del limite, ma che nello stesso tempo faccia “un balzo di tigre nel passato” – per parafrasare Walter Benjamin – ricollegandosi al marxismo, ovvero alla critica più radicale dell’economia politica capitalistica. In altre parole non si può battere il primato della finanza senza ripensare contenuti e strutture della economia reale. Non si possono rilanciare i consumi solo distribuendo denaro, specialmente quando questo verrà presumibilmente usato più per coprire debiti precedenti o per accantonare risparmi, anziché che ritornare in circolo venendo speso. Né tutti i consumi, qualunque essi siano, sono utili a un rilancio di una diversa economia.

Anche nella attuale tristissima situazione non mancano esempi in positivo, che dimostrano che possono essere praticati obiettivi concreti. Studiando le entrate fiscali, il Servizio studi della Camera e il Cresme sono recentemente giunti alla conclusione che nel 2013 quasi due punti di Pil sono arrivati dal recupero edilizio, dalla manutenzione e dalla ristrutturazione delle abitazioni e dal risparmio energetico, messi in atto dalle famiglie sfruttando gli incentivi fiscali varati dal secondo governo Prodi e sopravissuti a quelli successivi. E’ solo un piccolo e fragile esempio. Ma si può già immaginare come si trasformerebbe il nostro paese, si rilancerebbe effettivamente una nuova economia reale, soddisfacendo al contempo il bisogno di abitazioni senza nuove cementificazioni del territorio, si creerebbero centinaia di migliaia di nuovi posti di lavoro, se il recupero edilizio, la ristrutturazione e la salvaguardia del già costruito, la sua trasformazione ai fini di garantire il massimo del risparmio energetico possibile, avvenisse non semplicemente grazie all’attivismo incentivato fiscalmente dei singoli e delle famiglie, ma direttamente dalla spesa pubblica dello stato, naturalmente anche in deficit, grazie a un grande piano per il lavoro e il riassetto del territorio urbano ed extraurbano.

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