Apertamente

di Roberto Della Seta e Francesco Ferrante da Lovoce.info del 14/3/2014 - I numeri smentiscono la diffusa convinzione che famiglie e aziende italiane siano oppresse dal caro-energia. Soltanto per il 3,8 per cento delle imprese il costo dell’energia elettrica supera il 3 per cento del fatturato. E il sostegno alle rinnovabili è uno dei pochi investimenti per il futuro. UN MANTRA ITALIANO. Tra i temi più diffusi e ricorrenti nel dibattito pubblico italiano figura senz’altro il prezzo dell’energia: in Italia l’energia – questo l’assunto – costa moltissimo, comunque molto di più che nei paesi nostri vicini e concorrenti. Qui, si sostiene, risiede uno dei motivi che penalizzano di più la capacità competitiva delle nostre imprese e creano più difficoltà alle famiglie, qui l’effetto perverso del peso esorbitante sulle bollette degli oneri legati agli incentivi alle energie rinnovabili. Più che di un giudizio argomentato, tali asserzioni hanno i caratteri di un mantra, di un assioma indiscusso che sui giornali e nelle dichiarazioni dei politici di ogni colore punteggia come un corredo inevitabile gran parte delle analisi sulle cause che impediscono all’economia italiana di imboccare la via della ripresa. Solo che confrontato con la verità dei numeri, il mantra si rivela per ciò che è: sostanzialmente un bluff.
Per cominciare, è importante distinguere tra energia elettrica (una parte spesso confusa con il tutto), spese per il gas, consumi per il riscaldamento e trasporti. E anche limitando lo sguardo all’elettricità vanno considerate separatamente le diverse categorie di utenti, perché il costo dell’energia elettrica non è uguale per tutti.
I cosiddetti “energivori”, cioè le aziende che consumano molta energia, beneficiano di sconti rilevanti, per cui pagano l’energia elettrica quanto i loro omologhi tedeschi, se non meno. Il confronto con la Germania è il più significativo, essendo il sistema industriale tedesco molto simile al nostro per l’alta incidenza delle produzioni manifatturiere: nella fascia di consumo tra 70mila MWh/anno e 150mila MWh/anno il prezzo dell’elettricità in Italia è inferiore del 15 per cento a quanto si paga in Germania (0,1234 c/kWh contro 0,1449 c/kWh, secondo i dati Eurostat primo semestre 2013). Così, da anni sentiamo ripetere da media, politici (anche autorevoli), sindacalisti che la chiusura dell’Alcoa in Sardegna dipende dal prezzo troppo alto dell’energia, quando in realtà l’Alcoa sarda pagava l’energia meno dei suoi concorrenti tedeschi.
Anche per le famiglie (per consumi sino a 2500 kwh/anno) l’elettricità costa meno in Italia (0,20 c/kWh in media con prezzi UE) che in Germania (0,31 c/kWh, sempre secondo i dati Eurostat primo semestre 2013). Mentre la categoria di utenti che in effetti paga l’energia elettrica più cara è quella delle piccole e medie imprese, vero tessuto portante della nostra economia: per consumi tra 500 e 2mila MWh/anno il costo italiano (0,1951 c/kWh) è superiore del 30 per cento alla media europea, anche se solo del 4 per cento rispetto ai prezzi tedeschi.

I NUMERI PER IMPRESE E FAMIGLIE

Ma confronti a parte, costa davvero “troppo” l’elettricità in Italia? Per rispondere correttamente alla domanda si deve tenere conto dell’incidenza relativa che il costo dell’energia elettrica ha sul fatturato delle imprese e sulla spesa delle famiglie.
Con Legambiente e Kyoto Club siamo andati a vedere i numeri.
Partiamo dalle famiglie (figura1): dai dati Istat si rileva che il costo dell’energia incide per il 5 per cento della spesa media mensile, ma meno della metà è attribuibile all’energia elettrica. E se dalle bollette sparissero d’incanto tutti gli oneri riferiti alle fonti rinnovabili, le famiglie italiane risparmierebbero niente meno che il 3 per mille al mese (7 euro su circa 2.500). Sono ben altri i costi energetici che aggravano i bilanci familiari, primi fra tutti quelli legati al riscaldamento e ai trasporti: oltre il 14 per cento della spesa media delle famiglie se ne va per l’automobile e i carburanti.

Figura 1

Cattura

Marginale è anche il peso del prezzo dell’elettricità sui conti delle imprese manifatturiere, che pure pagano l’energia elettrica un po’ di più della media europea. Un recente rapporto di Climate Strategies mostra con chiarezza che le politiche europee per la decarbonizzazione dell’economia non sono destinate a influire negativamente sulla competitività del sistema industriale continentale. (1) In base ai dati di Climate Strategies, l’industria manifatturiera mondiale spende mediamente in energia solo il 2,2 per cento dei ricavi; in particolare in Germania, il 92 per cento delle imprese manifatturiere destina alla spesa energetica ancora meno, l’1,6 per cento dei ricavi, e solo per l’8 per cento delle imprese manifatturiere tedesche (pari all’1,5 per cento del valore aggiunto totale prodotto in Germania) i costi energetici assorbono oltre il 6 per cento dei ricavi. Del resto, vorrà dire qualcosa se l’Indice di competitività globale del World Economic Forum non considera il prezzo dell’energia come una variabile rilevante nel determinare la competitività dei singoli paesi; conta molto di più, per esempio l’ambiente innovativo, che pesa sull’Indice per il 15 per cento.
Poiché lo studio non fornisce numeri specifici per il nostro paese, siamo andati a vedere per l’Italia i dati di fonte Anie (la Federazione nazionale delle imprese elettrotecniche ed elettroniche aderente a Confindustria). Bene, come prevedibile (figura 2) la situazione italiana non è dissimile da quella tedesca: soltanto per il 3,8 per cento delle nostre imprese il costo dell’energia elettrica supera il 3 per cento del fatturato aziendale; per il 19,2 per cento incide per meno dello 0,1 per cento e per un altro 50 per cento non arriva allo 0,5 per cento dei ricavi.

Figura 2

Cattura

Sarebbe dunque quanto mai opportuno smetterla con la litania sul caro-energia che strangola l’economia italiana, e concentrarsi piuttosto sui fattori che penalizzano davvero la competitività delle nostre aziende, dal peso del fisco alla burocrazia, dalla storicamente bassa propensione dei nostri imprenditori a reinvestire i profitti in azienda ai troppo scarsi investimenti in ricerca e sviluppo.
Anche quei 10 miliardi all’anno che destiniamo a sostenere le fonti rinnovabili non sono un’anomalia tutta italiana, sono invece parenti prossimi dei 20 miliardi spesi dai tedeschi in un mercato elettrico doppio del nostro. E non rappresentano un fardello insostenibile: al contrario sono stati e restano uno dei pochi investimenti “in futuro” realizzati in Italia negli ultimi due decenni; investimenti che certo si sarebbero potuti organizzare meglio, ma che in ogni caso hanno prodotto lavoro e ricchezza in questa lunga stagione di crisi.
Detto tutto questo rimane un timore: che nemmeno la forza dei numeri faccia cambiare idea a quanti – quasi tutti i politici, Confindustria, sindacalisti, commentatori vari – da anni hanno scelto più o meno consapevolmente l’attacco alle rinnovabili quale alibi comodissimo per continuare a non far nulla.



(1) Il rapporto, intitolato Europe’s path to a successful low-carbon economy, è stato realizzato da un pool di ricercatori del German Institute for Economic Research (DIW Berlin) e del Grantham Research Institute on Climate Change and the Environment (centro di ricerche della London School of Economics and Political Science).

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