Apertamente

di Francesco Giubileo e Francesco Pastore da Lavoce.info del 18/2/2014 - Tra le priorità del nuovo Governo c’è la creazione di nuovi posti di lavoro. Ma con quali politiche? L’analisi del programma di intervento per favorire l’occupazione giovanile, in attuazione della Youth Guarantee, evidenzia gli obiettivi da perseguire e gli errori da evitare. GLI OBIETTIVI PRIORITARI Come cambierà la strategia del Governo di Matteo Renzi sulle politiche del lavoro? Molto dipenderà dal nuovo ministro del Lavoro. È probabile, però, che la creazione di nuovi posti di lavoro sarà uno degli obiettivi prioritari, oltre che la sfida più difficile che il nuovo esecutivo ha di fronte a sé. Non è un caso che, insieme a legge elettorale, riforma del Senato e Titolo V della Costituzione, la spinta riformatrice di Renzi si sia concentrata finora proprio sul Job Act. Può essere, allora, utile per il prossimo ministro del Lavoro riflettere su alcune linee guida della strategia che il Governo precedente aveva dichiarato di voler perseguire in attuazione dello Youth Guarantee, il programma di intervento per favorire l’occupazione giovanile proposto dall’UE. (1)
Due erano gli obiettivi prioritari: aumentare le opportunità di lavoro di chi è disoccupato o inattivo, in specie i più giovani; accrescere la “ri-occupabilità” di chi fruisce di ammortizzatori sociali attraverso politiche attive più efficaci.
I nodi critici sono evidenti già in questa semplice presentazione degli obiettivi: non si comprende, ad esempio, il “nesso” del secondo obiettivo con l’attuazione dello Youth Guarantee.
La paura è che si possano traghettare risorse destinate ai giovani in programmi di politica attiva per “target” di soggetti differenti, come i cassaintegrati in deroga. Anche perché le politiche attive realizzate tra il 2009 e il 2011, più che collocare i beneficiari di ammortizzatori sociali, si sono rivelate essere un “ricco banchetto” per gli enti formativi. Non sono mancati neppure clamorosi fenomeni di “parcheggio” in attività di accompagnamento al lavoro che non avevano alcun riscontro con le poche esigenze proveniente dalla domanda di lavoro. (2)

LE POLITICHE PUNTO PER PUNTO

Fatta questa premessa, per portare il sistema dei servizi per l’impiego al livello medio europeo, condizione necessaria per il successo dello Youth Guarantee, il precedente Governo intendeva conseguire una serie di obiettivi specifici nel biennio 2014-2016. (3) Molte di quelle proposte sono interessanti e certamente condivisibili. C’è, però, un piccolo problema: la stragrande maggioranza dei punti sono già realizzati oppure esistono sotto altre forme.
Per esempio, il punto “definire i servizi minimi da erogare e quelli opzionali rendendo operativo il sistema continuo di monitoraggio delle attività” rappresenta un cardine dei servizi pubblici per l’impiego già da quando si è convertito il vecchio collocamento in centri per l’impiego. È stato ripreso anche nei cosiddetti livelli essenziali di prestazione (Lep-Spi) dalla riforma Fornero del 2012. Oggi, si assiste a una “balcanizzazione” regionale dei Lep connessa alle diverse risorse messe a disposizione in ciascuna Regione. Calabria e Trentino possono avere gli stessi Lep, ma è opportuno accertare la loro applicazione attraverso un adeguato monitoraggio, il più obiettivo possibile. Per essere più chiari, le auto-dichiarazioni dei responsabili dei Cpi non bastano. Vanno definiti Lep oggettivi e verificabili e il monitoraggio va affidato a una autorità indipendente.
A ciò si aggiunge, che non mancano i dubbi neanche sul fatto che la semplice applicazione dei livelli essenziali corrisponda a una maggiore efficacia dei Cpi (v. Giubileo F. e Marocco, Servizi per l’impiego. Non bastano i livelli essenziali). Senza la definizione di principi sanzionatori o incentivanti in termini di collocazioni realizzate, potrebbe prefigurarsi l’ennesimo parcheggio in formazione professionale e questa volta con tanto di certificato di qualità.
Altro punto cardine per l’attuazione della Youth Garantee è “valutare l’appropriatezza dell’attuale distribuzione dei Centri per l’impiego sul territorio nazionale”. È un punto assolutamente condivisibile, soprattutto perché dal monitoraggio fatto dal ministero del Lavoro nel 2013 risulta una distribuzione territoriale del personale assolutamente disomogenea. (4) La Regione Sicilia rappresenta uno dei casi estremi: con poco più della metà delle persone disponibili al lavoro, ha tre volte il numero di dipendenti della Lombardia. A ciò si aggiunga che ha la più elevata quota di personale dedicato al back-office (51 per cento) rispetto a una media nazionale del 29 per cento (in Umbria siamo appena al 10 per cento). La domanda sorge spontanea: cosa fanno queste persone? L’efficienza dei Cpi può essere di molto accresciuta con una riorganizzazione interna del personale. Alla definizione dei Lep si può far corrispondere una definizione di livelli organizzativi minimi uguali in tutti i Cpi: le medie nazionali possono essere punto di riferimento importante per la riorganizzazione degli uffici meno efficienti.
I dubbi maggiori emergono, però, su un altro obiettivo: “sviluppare, a partire dal portale Cliclavoro, una piattaforma web nazionale per facilitare l’incontro domanda-offerta di lavoro”. In teoria, si ribadiscono i compiti affidati al portale Cliclavoro, che costa milioni di euro e si spera realizzi già queste attività. (5) Ma una piattaforma nazionale di incontro domanda-offerta rischia di risultare inutile e dispendiosa, visto che sul mercato esistono già strumenti analoghi e molto diffusi tra i disoccupati (come Infojobs). Per essere più efficace, Cliclavoro deve essere conosciuto di più (soprattutto dalle imprese) e il suo impiego promosso non solo all’interno dei Cpi.
E perplessità emergono anche su “definire un piano di formazione degli operatori del sistema e favorire, attraverso i social network, la creazione di una comunità degli addetti ai lavori”. È certamente un punto importante: per il successo della riforma, occorre che gli operatori discutano e facciano propri i suoi contenuti. La formazione dei dipendenti è una condizione necessaria per la sburocratizzazione dei servizi. Tuttavia, conoscendo il contesto, possiamo assicurare che questo avviene già. E ci mancherebbe altro: sorprenderebbe, e non poco, che debba essere una norma a invitare gli operatori a fare qualcosa che dovrebbero fare ormai da anni per tenersi aggiornati.
L’ultimo punto riguarda il sistema di “accreditamento” dei soggetti privati. In questo momento il quadro italiano è estremamente “variopinto”, per così dire, con Regioni che non hanno neppure una legge regionale di riferimento e altre che hanno introdotto innovazioni che, se opportunamente migliorate, sono esportabili a livello europeo.
Un modo più diretto di raggiungere l’obiettivo prefissato, sarebbe formulare una legge nazionale che definisca il rapporto con i fornitori profit e non profit in modo più dettagliato di quanto non è già stato fatto dalle riforme Biagi e Fornero, prevedendo la possibilità che leggi regionali subentrino su alcune materie (dato il noto conflitto di attribuzioni tra Stato e Regioni in materia di politiche attive del lavoro).
Per la prima volta da anni i soldi non mancano. Alle politiche attive del lavoro e ai servizi pubblici per l’impiego saranno destinati in due anni più di 3 miliardi di euro (dai fondi nazionali e comunitari). Forse questi obiettivi non saranno in grado da soli di annullare la disoccupazione (l’impatto sarà relativamente debole), ma almeno prefigurano orientamenti di riforma che dai tempi della legge Treu non hanno mai visto una concreta attuazione a livello nazionale.

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