Apertamente

di Guglielmo Forges Davanzati da MicroMega del 30/1/2014 - Si potrebbe salutare con successo il fatto che le imprese italiane, pur a fronte della recessione in corso, vedano crescere le loro esportazioni di beni di lusso e che sia in crescita anche la domanda interna di beni di lusso. La Fondazione Altagamma calcola che, nel trascorso triennio, la domanda di beni di lusso (in particolare Made in Italy) su scala globale è costantemente aumentata e che, per quanto riguarda l’Italia, sono costantemente aumentate le esportazioni in questo settore. I più elevati tassi di crescita si registrano nei Paesi dell’estremo oriente (Cina, in primo luogo), con incrementi di domanda superiori al 30% su base annua. Queste stime fanno riferimento a una tipologia di beni – tipicamente: abbigliamento, accessori di moda, gioielleria, accessori preziosi – il cui prezzo supera di almeno il 200% il prezzo medio di categoria. Si tratta di dati che pongono due interrogativi, che attengono alle cause e agli effetti del fenomeno, e che sollecitano alcune considerazioni sul modello di specializzazione produttiva dell’economia italiana.

1) In primo luogo, è del tutto evidente che l’espansione del settore è imputabile alla crescente disuguaglianza distributiva su scala globale. L’Italia è, fra i Paesi OCSE, quello nel quale le diseguaglianze della distribuzione del reddito si sono maggiormente accentuate nell’ultimo decennio, giungendo – allo stato attuale – a una polarizzazione superiore alla media dei principali Paesi industrializzati. La polarizzazione dei redditi – risultato dell’impoverimento assoluto e relativo dei lavoratori e della ‘classe media’ nei Paesi industrializzati nel corso (almeno) dell’ultimo ventennio – contribuisce, infatti, a generare una condizione nella quale pochi individui hanno accesso a beni che sono del tutto inaccessibili alla maggioranza della popolazione. Si tratta di gruppi sociali il cui reddito e il cui patrimonio non è stato pressoché per nulla intaccato né dalla crisi né dalle politiche di austerità messe in atto per farvi fronte. Ciò che ha reso (e rende) possibile questo stato di fatto è l’elevato potere contrattuale del quale la nuova “classe agiata” dispone, e che le consente di essere di fatto esentata da significativi incrementi della tassazione del suo reddito e del suo patrimonio. Un elevato potere contrattuale che, a sua volta, dipende dal fatto che la “classe agiata” in via diretta o indiretta, nella gran parte dei Paesi industrializzati, è anche élite politica e, dunque, orienta le principali scelte di politica economica.

2) L’aumento dei consumi di beni di lusso non può che essere il risultato di un declino degli investimenti. Il che dà luogo a una spirale perversa così sintetizzabile. Aumentando le diseguaglianze distributive, si riduce la domanda di beni di consumo da parte delle famiglie con più basso reddito e si riducono le aspettative di profitto per le imprese che producono questa tipologia di beni. Producendo meno, esse domandano meno beni di investimento, con effetti di segno negativo su domanda aggregata, occupazione, salari e crescita. Al tempo stesso, i profitti accumulati e non investiti vengono destinati ad attività speculative e (in misura crescente) all’acquisto di beni di lusso.

Se anche i consumi di lusso tengono elevata la domanda aggregata, ciò non ha effetti significativi sull’occupazione e sul tasso di crescita, per due ragioni. In primo luogo, la gran parte dei beni di lusso è difficilmente riproducibile, così che – con offerta data - un aumento della domanda si traduce quasi esclusivamente in un aumento dei prezzi. In secondo luogo, la produzione di beni di lusso (si pensi ai prodotti artigianali considerati di elevata qualità) non necessita, di norma, di rilevanti innovazioni tecnologiche, così che la produzione di beni di lusso non si associa a incrementi di produttività.

* * *
La specializzazione produttiva italiana si è venuta storicamente delineando a partire dalla tipologia di beni domandati su scala internazionale e, fra questi, prevalentemente beni non strettamente di sussistenza. Ciò a ragione del fatto che, essendo l’Italia del secondo dopoguerra un’economia in via di sviluppo, la sua collocazione nella divisione internazionale del lavoro era fondamentalmente determinata dalla domanda estera.

Lo sviluppo dell’economia italiana, negli anni del c.d. miracolo economico, è, dunque, avvenuto essenzialmente attraverso la crescita delle esportazioni di beni di lusso, destinati ai consumi opulenti delle classi agiate dei Paesi importatori del Made in Italy, con effetti anche sulla tipologia di consumi interni. In quanto le imprese esportatrici pagavano salari più alti rispetto alle imprese che vendono su mercati interni (a consumatori con redditi più bassi), ne derivava che i lavoratori del primo settore, a differenza di quelli occupati nei settori “stagnanti”, potevano accedere a consumi non strettamente di sussistenza: ciò che è stato definito il fenomeno della “distorsione dei consumi” [1].

Peraltro, le imprese che producevano beni di lusso erano (e sono) prevalentemente localizzate nelle regioni settentrionali d’Italia [2]. Le imprese meridionali producevano essenzialmente per i mercati locali e, a partire dalla seconda metà degli anni cinquanta, la crescita dell’economia del Sud fu essenzialmente trainata da una consistente crescita degli investimenti industriali, a sua volta generata fondamentalmente per la decisione politica di imporre alle imprese a partecipazione statale l’obbligo di destinare una quota minima, pari al 60%, dei nuovi investimenti al Sud.

Da quegli anni, la specializzazione produttiva italiana è rimasta sostanzialmente inalterata, a fronte dei radicali mutamenti dello scenario internazionale, che si sono ripercossi – per lo più con segno negativo – sulla struttura produttiva italiana e, ancor più, meridionale. Fra i più radicali mutamenti intervenuti dagli anni del “miracolo economico”, vanno segnalati la fine dell’intervento straordinario nel Mezzogiorno e, soprattutto, l’intensificazione dei movimenti internazionali di capitale (la c.d. globalizzazione).

Nel primo caso, si è accentuata la dipendenza dell’economia meridionale da quella delle aree più sviluppate del Paese. Nel secondo caso, si è configurata una condizione nella quale la competizione non è solo più fra imprese, ma fra Stati. In questo nuovo scenario, le imprese meridionali, nella migliore delle ipotesi, possono contribuire alla crescita delle esportazioni di beni di lusso avvalendosi di subforniture delle imprese esportatrici [3]. Ma, per fare questo, essendo in competizione con imprese localizzate in Paesi nei quali i salari sono notevolmente inferiori, sono necessariamente indotte a praticare politiche di compressione dei costi (e dei salari, in primis) fino a collocarsi in condizioni di irregolarità. L’aumento delle dimensioni dell’economia sommersa nel Mezzogiorno può essere agevolmente letto come l’esito di questa strategia.

In un Paese nel quale non si sono viste da oltre un ventennio (né sono all’orizzonte) politiche industriali in grado di spingere le imprese italiane a competere innovando, contrastando il loro nanismo, e nel quale sono state attuate, con la massima accelerazione, politiche di riduzione della spesa pubblica, di aumento della tassazione e di crescente precarizzazione del lavoro, non può sorprendere il fatto che si sia perso circa il 24% di produzione industriale negli ultimi quattro anni. Così che la crescita delle esportazioni viene sempre più a dipendere dalla crescita delle diseguaglianze distributive su scala globale, dalla continua compressione dei salari e, per il Mezzogiorno, dall’espansione dell’economia sommersa.

NOTE

[1] Per una ricostruzione più dettagliata di queste dinamiche, si rinvia a A. Graziani, Lo sviluppo in economia aperta, Napoli ESI, 1968
[2] E, in moltissimi casi, sono state acquisite, negli anni più recenti, da imprese estere. Si veda l’ultimo Rapporto Eurispes: http://www.eurispes.eu/content/sintesi-outlet-italia-cronaca-di-un-paese-svendita-eurispes-uil-pa
[3] V. A.Graziani, Lo sviluppo dell’economia italiana: dalla ricostruzione alla moneta unica, Torino, Bollati Boringhieri, 2000.

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