Apertamente

di Laura Pennacchi, da l'Unità, del 29/12/2013 - Con l’approssimarsi del nuovo anno, che sarà il settimo della crisi globale più grave, chi come me dal 2012 argomenta intorno alla necessità di un Piano straordinario per il lavoro non può non essere compiaciuto per la centralità che la questione sta guadagnando nel Pd. Al tempo stesso, però, non può non essere allarmato dal rischio che anche questa occasione venga sprecata, con proclami più altisonanti verbalmente che densi contenutisticamente oppure con proposte oscillanti tra il dejà vu, come nel caso del contratto di inserimento, e la fallacia, come nel caso dell’ipotizzata soppressione non solo della cassa in deroga ma della cassa integrazione tout court. A preoccupare è la possibilità che si riprecipiti in una diatriba ideologica sull’articolo 18, ma ancor più che in nessun caso emergano ipotesi concrete di creazione diretta di lavoro e che l’armamentario a cui ci si riferisce – che si tratti di semplificazione normativa e burocratica o che si tratti di decontribuzione per chi assume – sia del tutto “convenzionale”.

Di fronte al picco senza precedenti raggiunto dalla disoccupazione e dalla mancanza di lavoro non appare adeguata l’inerziale ripetizione di misure tradizionali – quali la revisione delle regole e gli incentivi fiscali all’assunzione di giovani – che già in passato si sono dimostrate insufficienti, interne come sono all’armamentario di quella supply side economics (flessibilizzazione del mercato del lavoro, concorrenza, liberalizzazioni e privatizzazioni) che è stato uno dei pilastri dell’austerità autodistruttiva di marca tedesca.

Non deve sfuggirci che gli Usa invertono il trend della occupazione americana grazie agli investimenti pubblici che Obama ha collocato al centro delle sue politiche espansive. La “non convenzionalità” che Obama ha impresso alla politica economica governativa americana – associandola alla “non convenzionalità” della politica monetaria della Fed – è ciò che consente agli Usa di sostenere la crescita e rigenerare l’occupazione. Dunque, per poter tornare a generare lavoro, dobbiamo prendere atto di tre cose:

1) servono politiche, macroeconomiche e microeconomiche, “non convenzionali” che rompano con il paradigma dominante;

2) la “non convenzionalità” ha un compito duplice, rilanciare la crescita e cambiarne in corso d’opera la natura e la qualità;

3) il motore di questa “non convenzionalità” non può che essere che pubblico e valersi del big push degli investimenti pubblici. Il che si traduce in primo luogo in un grande Piano del lavoro che contempli anche progetti di creazione diretta di occupazione – incorporanti iniziative per il servizio civile come era nella proposta di Esercito del lavoro di Ernesto Rossi – e politiche industriali per la reindustrializzazione e la terziarizzazione qualificata dell’Italia, l’opposto di privatizzazioni che depotenziassero ulteriormente il ruolo della ricerca e di quel che resta della grande impresa nazionale.

La verità è che facciamo ancora fatica a prendere atto che la crisi globale significa una bancarotta della teoria economica ortodossa di matrice neoliberistica, le cui assunzioni chiave sono state alla base anche del blairismo. Al presente il problema centrale è il crollo degli investimenti – caduti tra il 2009 e il 2012 nell’area euro di quasi il 19 per cento e addirittura del 24,4 in Italia, mentre sono aumentati dell’1,2 negli Usa – e la debolezza della domanda privata di lavoro, evidenziata dalla perdita nel nostro paese di 1.800.000 posti di lavoro. In queste condizioni la modestia dei risultati in termini di occupazione e di vantaggi per i beneficiari obbliga a interrogar- si da una parte sull’enormità e la natura dei tagli di spesa necessari a finanziare il mix deregolamentazione / benefici fiscali (non si escludono nemmeno nuovi tagli alle pensioni e alla sanità, per la quale ultima qualcuno ipotizza un opting out di fatto dei benestanti dal settore pubblico), dall’altra sull’opportunità di usi alternativi.

Usi alternativi di pari, o addirittura minori, ammontare di risorse, però con assai superiore efficacia occupazionale. Ad esempio, nel Libro bianco «Tra crisi e grande trasformazione», edito da Ediesse e predisposto per il Piano del lavoro che la Cgil lanciò già nel gennaio 2013, si calcola che con 5 miliardi di euro l’operatore pubblico – in tutte le sue articolazioni centrali e territoriali e con progetti seri e ben costruiti – può creare direttamente 400.000 posti di lavoro in un anno, con 15 miliardi i posti di lavoro creati possono diventare addirittura 1 milione. Il punto è che bisogna risalire alle logiche alternative che sottostanno ai due tipi di intervento, l’uno agente so- lo per incentivi indiretti e prescrizioni “convenzionali” volto a sollecitare così gli animal spirits del mercato, l’altro invocante una diretta responsabilità pubblica e collettiva, straordinaria quanto è straordinaria la situazione occupazionale odierna, specie dei giovani e delle donne.

Come fece Roosevelt con il New Deal attivatore di una straordinaria creatività istituzionale, anche oggi bisogna dotarsi di un New Deal europeo invertendo l’ordine dei fattori e pertanto rovesciando il paradigma e teorico e pratico: non rilancia- re la crescita per generare lavoro ma creare lavoro per rilanciare la crescita e trasformarne i meccanismi interni.

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