Apertamente

di Ronny Mazzocchi da Italiani Europei del 1/10/2013 - L’aumento delle diseguaglianze è fra le principali cause della crisi economica, eppure l’idea che continua a prevalere in Europa, ispirando le attuali politiche di austerità, è che la contrazione dei salari costituisca una condizione necessaria della crescita. I risultati di questa strategia sono noti: recessione e disoccupazione alle stelle. La sfida per i progressisti europei è promuovere politiche di pre-distribution e di crescita trainata dai salari in un quadro di cooperazione a livello dell’Unione.
È possibile muoversi verso un modello di crescita più equilibrato e sostenibile? E come? Queste sono alcune delle domande che hanno animato la terza edizione della conferenza “Call to Europe” organizzata dalla FEPS – con la collaborazione di alcune fondazioni nazionali, tra le quali Italianieuropei – a Bruxelles il 17 settembre scorso. Davanti a un PIL che mostra tassi di crescita sempre più modesti e una disoccupazione che non fa che aumentare, soprattutto fra i più giovani, l’individuazione di ricette diverse rispetto a quelle messe in campo negli ultimi anni è diventata una necessità irrinunciabile per i progressisti di tutta l’Europa anche in vista delle prossime elezioni del Parlamento europeo. Il punto da cui la discussione è partita è stato la spettacolare esplosione delle diseguaglianze osservata a livello mondiale negli ultimi trentacinque anni.

La distribuzione del reddito sarà pure leggermente migliorata se si osserva la distanza fra il reddito medio di un paese ricco e quello di uno povero, ma è drasticamente peggiorata all’interno di ciascun paese, fra ricchi e poveri. A determinare questa situazione ha sicuramente contribuito il continuo indebolimento dei sistemi di sicurezza sociale. Ma – come dimostrato qualche anno fa dall’OCSE nel suo rapporto “Growing Unequal” – un ruolo importante in tal senso è stato svolto dal rapido cambiamento intervenuto nei rapporti di forza che sono alla base della distribuzione primaria del reddito fra capitale e lavoro. Non è un caso che i paesi che mostrano una minore diseguaglianza sono quelli in cui è più equilibrata la distribuzione primaria tra salari, profitti e rendite. L’origine del peggioramento della distribuzione del reddito è quindi nel mercato del lavoro ed è da questo epicentro che bisogna ripartire.

L’interesse per il tema della diseguaglianza non ha soltanto risvolti morali. Esso ha serie implicazioni economiche ed è fra le principali cause dell’attuale crisi economica. La riduzione del potere contrattuale dei lavoratori derivato dalle numerose riforme del mercato del lavoro ha generato una crescente dissociazione fra crescita dei salari e crescita della produttività: in tutto il mondo si è osservata una generale tendenza al calo della cosiddetta quota salariale del reddito nazionale. Il risultato è stato una crescita delle retribuzioni sistematicamente più lenta rispetto alla crescita del PIL, con un conseguente livello inadeguato di domanda aggregata. In questo modo, un problema nel mercato del lavoro –che a prima vista sembrava avere solo implicazioni di natura distributiva – è così diventato un grave problema macroeconomico.

L’indebolimento del potere contrattuale dei lavoratori e la conseguente pervasività dei regimi a basso salario ha infatti generato due modelli di sviluppo assai diversi. In alcuni paesi – come Cina e Germania – la compressione delle retribuzioni ha favorito la riduzione dei costi di produzione e spinto verso una crescita trainata dalle esportazioni. In altri paesi – come Stati Uniti o come nella periferia dell’Unione europea – la riduzione dei redditi da lavoro è stata compensata dal ricorso all’indebitamento, sia privato che pubblico.

Modelli di crescita trainati dall’export e trainati dal debito non sono affatto antitetici, ma complementari: i secondi non sono altro che l’immagine speculare dei primi e sono a essi intimamente collegati. La principale caratteristica che li accomuna è una crescente compressione salariale sul totale del prodotto lordo e la loro sopravvivenza è stata garantita dal ruolo fondamentale giocato per lungo tempo dalla finanza. Da un lato, prestiti a buon mercato e nuovi strumenti finanziari sono riusciti a puntellare il decrescente potere d’acquisto delle classi medie negli Stati Uniti e nell’area mediterranea dell’UE, garantendo così comunque un costante flusso di acquisti per le merci prodotte dalla Cina e dalla Germania. Dall’altro lato, i paesi esportatori hanno riciclato le loro eccedenze di risparmi prestandole alle economie in deficit attraverso un mercato finanziario sempre più integrato e liberalizzato, chiudendo in questo modo il cerchio.

Questo rapporto perverso fra modelli di crescita trainati dall’export e modelli trainati dal debito ha resistito fino a quando l’indebitamento non è diventato insostenibile. Quando la solvibilità dei singoli cittadini, delle imprese e dei paesi non è più sembrata così sicura, è arrivata la crisi.

La teoria economica ha senza dubbio contribuito sia alla costruzione di questo insostenibile ordine economico mondiale sia agli errori di politica economica che sono stati compiuti dopo lo scoppio della crisi. L’idea dominante ancora oggi è che i bassi salari siano un pre-requisito per la crescita, perché garantiscono saggi di profitto più elevati, maggiore competitività sui mercati e minore inflazione. Ed è su queste basi culturali che la politica di bassi salari, invece di essere abbandonata come sarebbe stato lecito attendersi, è stata addirittura rafforzata dopo la crisi.

In Europa i governi nazionali e le istituzioni comunitarie hanno insistito su programmi di austerità volti da un lato a ridurre il deficit di bilancio per ripristinare la fiducia e dall’altro a incoraggiare le riforme del mercato del lavoro, con l’obiettivo di comprimere ulteriormente il potere contrattuale dei lavoratori per rendere le nazioni periferiche più competitive sui mercati internazionali.

Il risultato di questa strategia è ormai ben nota: l’eurozona è caduta in una seconda gravissima recessione e la disoccupazione ha raggiunto livelli record. Allo stesso tempo, l’obiettivo della riduzione del deficit è stato clamorosamente fallito.

Questo esito infausto non stupisce. I modelli di crescita basati dall’export possono avere successo se c’è qualcuno che traina la crescita. Se i salari sono bassi ovunque, la crescita non può che essere drogata da debiti e bolle speculative. E se – come in questa fase – non ci sono nemmeno queste ultime, la crescita stagna e con essa l’occupazione. È quindi evidente che le economie occidentali non potranno riprendersi, a meno che la politica di compressione salariale non verrà abbandonata.

È proprio su questa linea che, già da tempo, alcuni think tank progressisti si stanno muovendo, tornando a parlare di pre-distribution e di modelli di crescita trainati dai salari. Tuttavia, in assenza di forme di controllo sui movimenti di capitale sia su scala europea che a livello internazionale, l’aumento della quota salari nei diversi paesi non potrà che essere concertato. Senza un tale coordinamento, infatti, il rischio è che i capitali si indirizzino verso quei paesi con i saggi di profitto più elevati, vanificando così in partenza il tentativo di sostenere la domanda attraverso retribuzioni più elevate.

Purtroppo, come la storia ci ha tristemente insegnato, la soluzione cooperativa è tutt’altro che facile da raggiungere. Pur in presenza di precisi impegni politici, i singoli paesi hanno sempre la tendenza a deviare dagli accordi presi, scaricando sulle spalle degli altri il compito di attuare una politica espansiva. Lo sviluppo e la progettazione di meccanismi di enforcement capaci di rendere conveniente e quindi sostenibile questo equilibrio cooperativo sia a livello europeo che internazionale costituisce la sfida politica e culturale che le forze progressiste hanno di fronte nei prossimi mesi.

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