Apertamente

di Valeria Cipollone da Limes del 7/8/2013 - Il calo della produzione e dell'occupazione caratterizza il settore secondario in tutta l’Unione Europea. A deciderne le sorti saranno ricerca e sviluppo, legislazione snella, accesso al credito e politiche economiche e ambientali armonizzate a livello continentale. [“1° maggio. La nostra forza crea una vita migliore”, manifesto tratto da ‘L’altra Germania’ La DDR tra mito e realtà] Da finanziaria a reale, il passo è stato breve. L’effetto più evidente della recente crisi si legge nello stato attuale della manifattura a livello europeo.

Il polso è debole e i medici di Bruxelles non presentano dei referti rassicuranti. Nel cuore dell’Europa però si pensa alla cura e si guarda con fiducia al futuro. Per ora, gli indicatori mostrano una situazione tendenzialmente stabile per il settore, anche se incerta; stando al report della Commissione impresa e industria del mese di maggio, una crescita è prevista solo per il 2014. Sull’ammontare degli investimenti futuri non c’è accordo. La Commissione europea parla di un aumento del 2.3%, mentre Fmi e Ocs di un più prudente 1.3%.

La ripresa gira intorno a quattro questioni, discusse a Bruxelles nei loro vari aspetti dai membri dell'Unione che, pur avendo strutture economiche differenti, condividono oggi problematiche comuni.

Primo - e scontato - punto sull'agenda sono gli investimenti in Ricerca e Sviluppo (R&S), oggi per molti paesi ben al di sotto del livello del 3% fissato per il 2020. Post-crisi e post-austerity, il settore privato registra difficoltà sempre maggiori a finanziare la ricerca, mentre Cina e Stati Uniti continuano a investire in R&S a tassi significativamente crescenti.

Al di là della situazione contingente, l’Europa paga anche lo scotto di un tessuto industriale prevalentemente formato da piccole e medie imprese. Se, quindi, in questi termini paragonare la propria attività con quella degli statunitensi non è possibile, bisogna comunque considerare che la dimensione ristretta non rappresenta un limite in assoluto.

Per la Ricerca e lo Sviluppo ad esempio, non è necessario che le varie componenti di un processo di ricerca siano concentrate anche a livello geografico. Con un’infrastruttura solida e una legislazione adeguata e coesa, l’ipotesi più naturale sarebbe quella di creare dei gruppi di ricerca, formati da aziende e istituti situati in paesi diversi, ciascuno altamente specializzato in una sola parte di un processo più complesso.

La stessa Commissione, con il progetto “I4MS” (“Ict for Manufacturing SMEs”) ha promosso questo tipo di coordinamento in Europa. Tuttavia, per passare da iniziative isolate alla costruzione di una vera e propria rete di ricerca e sviluppo a livello europeo sono necessarie delle infrastrutture migliori e un quadro legislativo più uniforme.

Come ha sottolineato Sandro Bonomi, presidente di Orgalime, nella conferenza “An industrial Reinessance”, organizzata il 6 giugno dalla Dg Impresa e Industria a Bruxelles, attualmente la struttura normativa è eccessivamente pesante e presenta dei doppioni che ostacolano uno scambio fluido tra imprese di paesi diversi. L’Europa deve puntare quindi su un’attività legislativa più stabile, di lungo respiro, evitando cambiamenti continui che non agevolano l’attività delle Pmi e scoraggiano gli investitori esteri (per i cosidetti Fdi, Foreign Direct Investment).

La questione degli investimenti è direttamente collegata a quella, altrettanto complessa, dell’accesso al credito delle imprese. Lo conferma l’ottavo report del sondaggio della Bce sulla questione. Tra ottobre 2012 e marzo 2013, le Pmi hanno registrato un aumento della necessità di finanziamenti e un miglioramento (da -22% a -10% rispetto ai sei mesi precedenti) nella disponibilità di prestiti da parte delle banche. Anche se i tassi di rifiuto sono decrescenti (dal 15 all’11%) e un numero minore di imprese individua nell’accesso al credito il problema finanziario più urgente, la situazione rimane comunque estremamente diversificata nell’Eurozona.

Per avere un’idea, basti pensare che nel periodo considerato l’85% delle aziende tedesche che hanno fatto domanda per un finanziamento ha ottenuto l’ammontare totale richiesto, rispetto al 18% della Grecia e a una media del 65% per la zona euro.

Il timore di un rifiuto spinge alcune imprese a non fare domanda. Mentre in Germania, Austria o Finlandia questa percentuale si aggira attorno all’1-2%, in Grecia o Irlanda la cifra sale al 15-16%. Infine, in Germania, Austria o Finlandia, oltre il 50% delle imprese intervistate ha dichiarato di non aver fatto domanda per ottenere finanziamenti perché disponeva già di sufficienti risorse, rispetto al 35% del Portogallo o al 24% della Grecia.

Oltre alle disponibilità delle banche, a pesare sulla situazione dei vari paesi è il differenziale dei tassi di interesse. La distribuzione futura delle imprese sarà quindi sostanzialmente determinata dalla geografia di un’Europa che - de facto - è attualmente a due (forse più) velocità.

Quarto e ultimo elemento, probabilmente il più importante per decidere il futuro della manifattura, è la questione energetica, rilevante sotto diversi punti di vista. In primo luogo, in termini di costi. Se l’analisi prospettica fosse basata solo su questo fattore, la soluzione dell’equazione sarebbe lineare.

Gli Stati Uniti fanno affidamento su shale oil e shale gas per il futuro, mentre l’Europa continua a pagare un prezzo molto elevato per l’energia, che non è destinato a scendere. In termini più generali poi, bisogna porre delle basi per delle politiche economiche energetiche a livello europeo, perché sono strettamente collegate all’aumento di competitività (ed efficienza energetica) e, concretamente, al futuro, delle imprese in ogni paese.

Infine, tra le priorità di Bruxelles non dovrebbe mancare un adeguato sostegno allo sviluppo di prodotti eco-sostenibili, come risposta a delle necessita’ di ordine economico e ambientale. Se altrove la ricerca è a uno stadio molto avanzato, l’Europa non puo’ permettersi di perdere terreno, anche strategicamente parlando. Si tratta di pensare ma soprattutto agire in prospettiva: gli sforzi iniziali, in termini di investimenti, servono a garantire un posto alla manifattura europa nella competizione globale, che, a breve, si giochera’ interamente sui prodotti realizzati con il minor impatto ambientale possibile.

In questi termini qualcosa si sta muovendo. Nello specifico, la Commissione ha dato vita a una task force sulle automobili pulite (CARS 2020), che, per favorire il progresso nel settore, monitorerà e promuoverà una serie di azioni, tra cui l’adozione di un pacchetto di energia pulita per i trasporti entro fine gennaio 2014 e l’avvio di una cooperazione con la Banca Europea degli Investimenti (Bei) per finanziare progetti di ricerca.

Per il 2020 l’Europa punta in alto. In percentuale sul pil, gli ambiziosi obiettivi sono: tasso di manifattura al 20%, investimenti fissi lordi al 23%, investimenti in attrezzature al 9%, scambi commerciali di beni nel mercato interno al 25% ed export al di fuori dell’Europa delle Pmi al 25% (come percentuale sul totale). Quest’ultima dimensione ha assunto una rilevanza crescente con il tempo: tra il 2007 e il 2012 l’export verso la Cina è raddoppiato (quadruplicato per il settore delle automotive) mentre quello verso il Brasile è aumentato del 90% (Fmi e Eurostat).

Perchè la manifattura rappresenti il 20% del pil, l’Europa avrebbe bisogno di creare 400 mila nuovi posti di lavoro all’anno; difficile, specialmente in un quadro generale in cui il settore è in declino ed il numero di lavoratori è in costante diminuzione (-30% solo dal 2008 al 2010). Non impossibile, però.

Come ha ricordato uno dei relatori della conferenza, 200 anni fa la manifattura nasceva in Europa, non altrove. Per dare vita al Rinascimento (termine utilizzato per la prima volta in questo contesto con riferimento all’evoluzione della situazione negli Stati Uniti) del settore, è necessario trasformare gli apparenti limiti in punti di forza dando un senso pieno alla definizione di Europa, in termini di armonizzazione, coesione e assenza di barriere.

Bisogna puntare sulle chiavi del futuro: energetiche, produttive e soprattutto umane.

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