Apertamente

di Enrico Grazzini da MicroMega del 30/4/2013 - È necessario ricominciare a discutere in profondità dell'euro e delle sue conseguenze, partendo innanzitutto da un fatto: criticare l'euro non significa affatto essere anti-europei. Anzi è vero il contrario. L'euro sta spaccando l'Europa, mettendo i paesi del Nord contro i paesi del Sud e viceversa. Ma è possibile uscire dalla moneta unica una volta che ci siamo entrati? Enrico Letta ha appena ottenuto la fiducia bipartisan da parte della destra e del centrosinistra in nome della necessità di uscire dalla crisi seguendo la strada fallimentare tracciata dall'euro a guida tedesca. La sinistra ha invece (per fortuna) rifiutato questa politica economica negando il voto di fiducia al governo. Letta è un appassionato seguace della moneta unica. Già nel 1997 scrisse per Laterza un saggio intitolato (purtroppo profeticamente) “Euro sì. Morire per Maastricht”. Oggi il suo governo promette di farci uscire dalla crisi ma “morire per l'euro”, come recita il saggio di Letta, potrebbe essere il vero risultato. Letta sosteneva già nel 1997 che gli italiani devono essere pronti a sacrificarsi in nome di Maastricht, la cittadina che ha dato i natali all'euro tedesco. Il dilemma insolubile che si porrà di fronte al governo Letta è abbastanza semplice: è impossibile rilanciare l'economia e l'occupazione e contemporaneamente ridurre drasticamente il debito pubblico, come obbligano i vincoli dettati dalla moneta unica euro-tedesca. Da Keynes in poi sappiamo che in tempi di crisi è puro populismo promettere di tagliare la spesa pubblica e rilanciare l'economia.

Letta ha ricevuto dal presidente Giorgio Napolitano il mandato esplicito di fare rimanere a tutti i costi l'Italia nell'eurozona, ma sa perfettamente che l'euro, la moneta unica di marca tedesca, è la causa principale della attuale crisi italiana ed europea. Nutre la speranza, o meglio l'illusione (come del resto prima Pier Luigi Bersani), di avere sufficienti margini di manovra all'interno di questa eurozona guidata dal governo di centrodestra di Angela Merkel. Negozierà lievi modifiche al patto di stabilità: ma la Merkel e la Bundesbank spingono l'acceleratore verso l'austerità, non verso il rilancio dell'economia. Vogliono riscuotere rapidamente i loro crediti, anche a costo di rovinare la costruzione dell'Unione Europea.

In questo contesto anche il Financial Times non prevede buone novità per il governo Letta. Scrive Wolfgang Munchau sul FT del 28 aprile [1]: “paradossalmente la sola maniera di rendere sostenibile la posizione attuale dell'Italia nell'eurozona consiste, in linea di principio, nella capacità di essere pronti a lasciare l'euro. Se invece, per principio preso, il governo italiano scarta questa opzione, aumenta davvero per l'Italia la probabilità di uscire dall'euro, perché ci sarà una minore pressione sui paesi dell'eurozona nell'attuare i cambiamenti necessari”.
Il governo di Mario Monti era filosoficamente e politicamente in piena sintonia con il governo di centrodestra della Merkel. Letta dovrebbe invece minacciare l'uscita dall'euro o un cambio radicale della politica tedesca verso l'Europa. Ma per farlo occorrerebbe avere una statura di statista e una visione lucida della realtà europea che Letta, pronto a morire per Maastricht, quasi certamente non ha.

La camicia di forza dell'euro

Ormai è abbastanza chiaro che l'euro è una camicia di forza e che, come hanno deciso per esempio la Svezia e la Danimarca, avremmo fatto meglio a non rinunciare alla nostra sovranità monetaria per inseguire la disciplina tedesca. La costruzione dell'Europa unita non passa per l'euro, che anzi rovina la cooperazione europea. Ma è possibile uscire dalla moneta unica una volta che ci siamo entrati? E' certamente molto difficile tornare alla lira. Sarebbe preferibile tentare di ribaltare la politica dell'euro, contrastando finalmente con forza e convinzione la politica neoimperialista della Bundesbank e della signora Merkel. Ma è davvero possibile contrastare l'egemonia tedesca sull'euro? O non è anche questa una pura illusione? Un fatto è certo: l'euro e la politica europea sono e saranno il problema centrale della politica e dell'economia italiana. Disgraziatamente però in Italia il problema dell'euro non viene quasi mai discusso nei suoi termini reali, cioè radicali, come è radicale e verticale la crisi che stiamo vivendo. Appare molto probabile che, nonostante qualche auspicabile successo tattico, il giovane Enrico Letta sarà del tutto accondiscendente verso le richieste del governo tedesco e della Troika (BCE, FMI, UE). Letta confermerà che bisogna sacrificarsi in nome dell'euro, che occorre (contro)riformare l'economia nazionale, deregolamentare ancora di più il mercato del lavoro per diventare più competitivi, sbriciolare lo stato sociale, senza prevedere cambiamenti sostanziali sul fronte europeo e tedesco.

Ma il problema è più generale. Pochissimi in Italia osano criticare una moneta unica disegnata a immagine e somiglianza del marco. In generale la cultura italiana – a differenza di quella degli altri paesi europei, che sono assai più laici, critici e concreti – è assurdamente deferente nei confronti dell'euro. La popolazione è molto più critica degli intellettuali italiani, ipnotizzati dal mito dell'unità europea. Paradossalmente il centrosinistra è più osservante verso il dogma dell'euro tedesco della destra. Ed è strano come anche buona parte della sinistra (poco) alternativa italiana, al di là delle lamentele e della retorica contro l'austerità e delle blande ricette di riforma che propone, non comprenda fino in fondo la gravità della crisi in corso, e la trappola dell'euro. La sinistra sembra essere a metà del guado, come direbbe Joseph Stiglitz [2]. Non basta accontentarsi delle deroghe ai piani di austerità accordate di volta in volta gentilmente dalla Germania e dall'Unione Europea. Le vere questioni sono altre: a chi giova la moneta unica? è possibile cambiare dalle fondamenta l'architettura dell'euro? L'euro è sostenibile o la rottura è inevitabile? Come uscire dalla trappola? Se non si risponde a queste domande siamo condannati a navigare tra gli scogli di Scilla e Cariddi, e andremo a sbattere [3].

Il mito dell'euro e il presidenzialismo

Gli economisti italiani critici verso la moneta unica sono pochi. Invece a livello internazionale molti economisti nutrono forti dubbi che l'euro sia sostenibile [4]. In tutti i più autorevoli giornali del mondo si discute della crisi che sta rovinando l'Europa, e forse l'economia mondiale, e di come sia possibile, se non probabile, che alcuni paesi siano costretti a fuoriuscire dall'euro e che l'intera costruzione monetaria di 17 paesi europei crolli. Ne parlano da anni quasi ogni giorno il Financial Times, l'Economist, il Wall Street Journal, Le Monde, ed economisti premi Nobel, come Stiglitz e Paul Krugman, ma molto raramente ne scrivono i giornali italiani (purtroppo compresi quelli di sinistra). L'adesione passiva all'euro per i politici italiani – e per gran parte degli intellettuali italiani - è scontata e indiscutibile: solo Grillo e Berlusconi,e forse anche parte della Confindustria, hanno (giustamente) dei dubbi -. La sinistra italiana, a parte poche eccezioni, è abbagliata dall'euro, perché scambia l'euro con l'Europa.

I maggiori quotidiani nazionali criticano la politica d'austerità, la contrazione dei crediti bancari, il fallimento delle piccole e medie aziende, la disoccupazione dilagante, ma si guardano bene dal criticare la subordinazione italiana alla gestione neocolonialista dell'euro a guida tedesca. Anche perché dovrebbero fare autocritica per il fatto che da vent'anni esaltano dogmaticamente e in maniera del tutto pregiudiziale il mito della moneta unica, in nome della quale hanno chiesto pesanti sacrifici agli italiani.
E i politici italiani, sia di destra che purtroppo di gran parte di centrosinistra, vorrebbero addirittura modificare la Costituzione per instaurare un presidenzialismo autoritario con l'obiettivo di imporci con la forza i sacrifici per restare nell'euro! Chi sarà il nuovo De Gaulle italiano? Il giovane Renzi o il giovane Letta, o il vecchio Berlusconi? Molto meglio la repubblica democratica parlamentare!

La bersanomics e l'euro

Di fronte all'euro il centrosinistra e anche la sinistra italiana mancano (per usare un eufemismo!) della necessaria lucidità d'analisi: seguono una sorta di bersanomics, cioè una politica economica che cerca sempre di essere moderata, compatibile e responsabile, anche quando non è possibile esserlo. Una politica riformista senza nessuna rottura non è possibile, come paradossalmente scrive anche il Financial Times. Del resto Pier Luigi Bersani, leader della coalizione di centrosinistra, prima delle elezioni, per accreditarsi come premier affidabile di fronte alla comunità finanziaria mondiale, in una intervista al Wall Street Journal aveva già garantito di aderire completamente e senza condizioni alle politiche d'austerità imposte dall'euro chiedendo solo promesse su futuri investimenti della UE [5]. Sembra che finora gran parte sinistra italiana si sia fidata del suo acume. Ma sappiamo come Bersani abbia fallito. Con l'abbraccio mortale a Berlusconi e Monti, la politica del centrosinistra è suicida sul piano politico ed elettorale: ma la bersanomics, accomodante e passiva verso i diktat tedeschi, è altrettanto fallimentare in campo internazionale. Occorre rivedere completamente la nostra visione, e non credere che la soluzione della crisi riposi nel buon cuore della Merkel e della Bundesbank. La classe dirigente tedesca persegue il suo interesse e noi dovremmo cercare di fare il nostro. Gli economisti di sinistra – vedi per esempio il think tank italiano Sbilanciamoci.info - dovrebbero prendere atto che per tentare di guarire con successo una malattia (economica) che avanza e peggiora, c'è bisogno di elaborare cure nuove e radicali, altrimenti il Paese muore.

L'euro contro l'Europa

E' necessario ricominciare a discutere in profondità dell'euro e delle sue conseguenze, partendo innanzitutto da un fatto: criticare l'euro non significa affatto essere anti-europei. Anzi è vero il contrario. L'euro sta spaccando l'Europa, mette i paesi del Nord contro i paesi del sud, e mette i lavoratori del sud contro quelli del Nord e viceversa. L'euro non rappresenta per nulla l'unione dei popoli, ma la sottomissione delle economie periferiche all'economia tedesca e del nord Europa. L'euro non è l'Europa: dieci paesi dell'Unione Europea sono fuori dall'euro, per loro fortuna! come la Svezia e la Polonia, e ovviamente la Gran Bretagna. Occorre finalmente riconoscere che l'euro è contro l'Europa unita e la cooperazione europea, e che quindi non ci fa sacrilegio se si critica l'euro in maniera laica e argomentata, proprio come fanno il Financial Times e George Soros che di finanza se ne intendono.

Avanziamo alcune considerazioni per capire come è nata la moneta unica e come si può uscire dalla trappola dell'euro. L'euro è nato con il Trattato di Maastricht, già definito “stupido” da Romano Prodi. E' possibile una buona moneta unica in Europa? Secondo la teoria economica, no! Infatti l'Europa non è, secondo gli economisti, un'area valutaria ottimale, cioè non è un'area in cui sia possibile introdurre una valuta unica valida per tutti i paesi, a differenza degli Stati Uniti [6]. Se l'Europa non è attualmente un'area valutaria ottimale, allora un sistema di cambi flessibili è meglio della moneta unica. Del resto già nel 1992 l'Italia e la Gran Bretagna furono costrette a sganciarsi dal Sistema Monetario Europeo che anticipava l'euro. L'euro è nato male.

Le condizioni che rendono sostenibile l’adozione di una moneta unica sono quattro: flessibilità di prezzi e salari, mobilità dei fattori di produzione, integrazione delle politiche fiscali e convergenza dei tassi di inflazione. Questi fattori mancano attualmente nell'eurozona. Non c'è un unico mercato del lavoro e i prezzi divergono. Il bilancio federale degli Stati Uniti è pari al 40% del bilancio pubblico totale, e il governo federale americano interviene automaticamente in caso di crisi coprendo fino al 40% dei deficit dei singoli stati. Per questi motivi se la California va in deficit il dollaro non trema, e gli Stati Uniti non si dissolvono. Ma il bilancio dell'Unione Europea è pari all'1% circa del PIL degli stati membri, è minimo, ed è impiegato soprattutto per l'agricoltura. L'Unione Europea non ha una politica fiscale, non interviene in maniera automatica e solidale per coprire i deficit temporanei dei singoli stati. Figuriamoci se la Germania o la Finlandia e gli altri paesi europei sono disposti a finanziare il bilancio centrale dell'Unione Europea perché possa coprire automaticamente i deficit dei paesi e delle aree deboli! Allo stato attuale è pura illusione!

Inoltre l'eurozona non emette titoli eurobond simili ai titoli del tesoro degli Stati Uniti; l'eurozona non ha neppure una banca centrale abilitata a coprire, quando occorre, i deficit dei singoli paesi membri, comprando i loro titoli pubblici; al contrario la FED americana compra regolarmente i titoli del tesoro americani (che coprono a loro volta i deficit dei singoli stati). Grazie all'euro (che di fatto è una sorta di marco tedesco imposto a tutti) i debiti dei paesi europei sono come debiti in valuta estera: i governi europei sotto la moneta unica non possono più svalutare per rilanciare la loro economia.

Paesi creditori e paesi in debito

In queste condizioni, l'unione monetaria tra paesi forti e deboli comporta sistematicamente il dominio crescente di quelli più forti e competitivi (in particolare della Germania) sui più deboli: i primi hanno surplus commerciali, e quindi riserve da prestare ai paesi che comprano i loro prodotti; i secondi invece accumulano deficit commerciali e debiti per coprirli. E' il crescente surplus commerciale della Germania, e sono i corrispondenti deficit degli altri paesi europei a creare la crisi dell'euro, e non solo, e non tanto, i debiti pubblici, come invece generalmente si sostiene. Germania, Belgio, Malta, Olanda, Finlandia, Lussemburgo sono i paesi dell'euro con una posizione patrimoniale netta internazionale positiva. Tutti gli altri paesi dell'eurozona hanno una posizione debitoria (l'Italia ha una posizione finanziaria netta negativa pari a circa 350 miliardi, il 20% del suo PIL) [7]. Senza valuta sovrana, gli stati in deficit possono solo dissanguarsi per onorare i debiti e/o andare in fallimento. L'Italia nel 1992, attaccata dalla speculazione, uscì dallo SME, svalutò la lira e si riprese senza eccessivi problemi: oggi non può più farlo!

Il cappio del Fiscal Compact

Con il fiscal compact la situazione è purtroppo destinata a peggiorare. Il trattato intergovernativo (al di fuori quindi dell'Unione Europea) firmato nel marzo del 2012 da tutti i paesi europei, con l'eccezione della Gran Bretagna e della repubblica Ceca - fortunati loro! -, costringe gli stati a rientrare rapidamente dal debito pubblico. Ogni stato dovrebbe raggiungere in 20 anni un livello di debito pari al 60% del PIL e dovrebbe quindi sostenere un avanzo o un pareggio di bilancio.

Il fiscal compact – votato dal governo Monti e dai partiti di Berlusconi, Bersani e Casini – impone all'Italia di tagliare ogni anno per venti anni 45 miliardi circa di spesa pubblica (cioè pensioni, scuola, sanità, enti locali, ecc) che vanno ad aggiungersi ai circa 80 miliardi da pagare all'anno per gli interessi. Come ha spiegato lucidamente Luciano Gallino, per rispettarlo dovremmo fare manovre pari a circa 120 miliardi di euro [8]. Con il fiscal compact ogni politica di crescita è puramente illusoria, e senza crescita non potremo ripagare i debiti e ci dissangueremo. I nostri politici, di destra e di centrosinistra, proni ai diktat tedeschi, stanno accuratamente oliando la corda alla quale impiccarci. Occorre opporsi e riconoscere questi semplici ed evidenti fatti per cercare di comprendere come invertire radicalmente questa rotta nefasta.

Come uscire dalla trappola dell'euro

Come uscirne? Qui il dibattito della sinistra dovrebbe fornire delle soluzioni efficaci e originali. Per sdebitarci non dobbiamo svenarci e svendere la proprietà delle nostre aziende maggiori, dei nostri gioielli nazionali (Telecom per esempio se ne sta già andando), tagliare il welfare e gli stipendi. Dobbiamo fare valere da subito l'unica forza del debitore verso il creditore: la minaccia di non pagare se non vengono concesse nuove condizioni di pagamento. Potremmo certamente onorare i debiti, ma dovremmo dire con forza al governo tedesco che non possiamo morire sull'altare del debito e che, se la sua politica di iper-rigore non cambierà, potremmo essere costretti a uscire dall'euro, svalutare e ristrutturare i debiti, cioè non pagare più ai creditori tutto il dovuto. Se noi uscissimo dall'euro, tutto il sistema crollerebbe, e questo la Germania non se lo può permettere. Angela Merkel sa che non potrebbe permettersi l'uscita dell'Italia dall'Euro, il sistema tedesco ne uscirebbe rovinato e la sua politica ne uscirebbe distrutta.

Dobbiamo chiedere con forza al governo tedesco – che fa dumping economico e sociale costringendo milioni di suoi lavoratori a lavorare per 400 euro al mese senza contributi (i cosiddetti mini-job) – di concedere aumenti degli stipendi e dei consumi, in modo da aumentare la domanda di beni d'importazione, riequilibrare gli squilibri commerciali e rilanciare l'economia europea. Dovremmo imporre alla Germania di accettare un po' più di inflazione, al 4-5% annuo, per rilanciare l'economia e l'occupazione.

Come uscire dalla trappola dell'euro? La discussione è aperta e la sinistra dovrebbe elaborare delle proposte efficaci. Bisognerebbe innanzitutto abrogare il Fiscal Compact, o ridiscuterlo radicalmente. Forse si potrebbe affiancare all'euro, la moneta europea da utilizzare per le transazioni internazionali, una valuta nazionale per uscire dalla trappola della liquidità e rilanciare la domanda interna. Le alternative sono complesse ma esistono. Il nuovo governo – grazie anche allo scetticismo di Berlusconi sull'euro – potrebbe attivarsi per formare un fronte con i paesi del sud Europa, e possibilmente anche con la Francia di Francois Hollande sempre più indebitata, per abolire il fiscal compact. Forse si potrebbe minacciare di uscire dall'euro insieme agli altri paesi del sud Europa, e di creare una nuova moneta, un eurosud in contrapposizione all'euronord. O premere perché, al contrario, siano la Germania e i paesi del nord a uscire. L'euro così come è non può durare. Occorre reclamare, insieme con gli altri paesi sottoposti ai diktat tedeschi, un New Deal europeo per rilanciare l'intervento pubblico, la piena occupazione, la domanda e il mercato, e un’economia equa, verde e sostenibile. Solo così l'idea dell'Europa dei popoli può sopravvivere e prosperare. Ma bisognerebbe uscire dalla passività e dal moderatismo, e avere lucidità, determinazione e coraggio.

NOTE

[1] Financial Times 28 aprile 2013, Wolfgang Munchau “Letta needs to push banking union”
[2] Vedi Micromega da la Repubblica, 12 aprile 2013, Federico Rampini, intervista a Joseph Stiglitz, Più Europa o meno euro: l’Italia non può restare a metà del guado.
[3] Il Manifesto 12 marzo 2013 Enrico Grazzini, “Fiscal compact e pareggio di bilancio: tra Scilla e Cariddi”
[4] Gli economisti scettici sull'euro sono numerosissimi, di diverse tendenze (monetaristi e keynesiani), ideologie politiche (conservatori, progressisti e radicali) e nazionalità (anglosassoni, francesi, tedeschi, ecc). Ma sono pochi invece gli economisti italiani critici verso la moneta unica. Per citare solo i testi italiani più recenti critici verso l'euro, ricordiamo: Alberto Bagnai, “Il tramonto dell'euro. Come e perché la fine della moneta unica salverebbe democrazia e benessere in Europa” Editore Imprimatur, 2012; Emiliano Brancaccio, Marco Passarella, “L'austerità è di destra. E sta distruggendo l'Europa” Il Saggiatore, 2012 ; Bruno Amoroso, Jesper Jesperson, “L' Europa oltre l'Euro : le ragioni del disastro economico e la ricostruzione del progetto comunitario”, Lit Edizioni, 2012; Loretta Napoleoni, “Democrazia vendesi - Dalla crisi economica alla politica delle schede bianche”, Rizzoli, 2013; intervista a Sergio Cesaratto di Angela Gennaro su Donne sul web “L'euro non si doveva fare. Sull'ipotesi di uscita dalla moneta unica si fa terrorismo”; Alfonso Gianni, Il Manifesto, “Il fiscal compact cancella la sinistra” 16 Settembre 2012
[5] Wall Street Journal, 9 dicembre 2012, intervista a Pier Luigi Bersani, “Italy's Bersani: We Will Respect EU Commitments"
[6]  Paul R. Krugman, Maurice Obstfeld, Marc J. Melitz “Economia internazionale”, edizione italiana a cura di Rodolfo Helg per Pearson Italia, 2012;
[7] Formiche, Maurizio Sgroi, “Gli eurodebiti e i venti piccoli indiani”, 26 marzo 2013,
[8] Luciano Gallino, La Repubblica, 8 gennaio 2013 “Il baratro fiscale dell'agenda Monti”

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