Apertamente

di Maurizio Ricci, da Repubblica, 23/4/2013 - Nonostante un diluvio di tagli di spesa e di rincari di tasse, fra il 2011 e il 2012 nessun paese di Eurolandia è riuscito a ridurre il rapporto fra debito pubblico e Pil (compresi paesi più volte dipinti come falchi del rigore). E sono sempre di più gli economisti convinti che la priorità assoluta sia far ripartire la crescita: per fare ciò è necessario mettere da parte l'austerità. Se a tirare la prima pietra deve essere solo chi è senza peccato, la lapidazione è cancellata e i condannati possono tirare un respiro di sollievo: rischiano soltanto qualche sassolino. Nella fiction morale in cui la Germania ha trasformato il dibattito europeo sulla crisi, infatti, quelli che peccano di finanza allegra sono sempre di più e i virtuosi sempre di meno. Anzi, un bel po’ di virtuosi si stanno scoprendo peccatori, tanto che i sacerdoti dell’austerità cominciano a pensare che è il caso, il più spesso possibile, di chiudere un occhio. Anche perché la supposta dannazione sembra sempre più lontana. Della sferza dei mercati che dovrebbe colpire i reprobi, infatti, non c’è traccia. Gli arcigni giudici dei mercati, anzi, si schierano con i peccatori. Bill Gross è il manager della Pimco, il più grande fondo al mondo di investimenti in titoli a reddito fisso, cioè, con quasi 300 miliardi di dollari di soldi gestiti, la persona più vicina all’ipotetica definizione di arbitro supremo del debito pubblico. E non ha dubbi: «Dovete cominciare a spendere quattrini» avverte l’eurozona.

Il manifesto dell’austerità, propagandato in questi anni, recita che il risanamento di bilancio, ricreando fiducia, attira investimenti e rilancia la crescita. Ma, a quanto pare, non suscita la fiducia di Gross: «É un errore — spiega in una intervista al Financial Times — credere che l’austerità di bilancio, nel breve termine, sia la strada per produrre crescita reale. Non lo è affatto». I dati gli danno ragione. Dopo le massicce dosi di austerità degli ultimi tre anni, nel 2012, sui 17 paesi dell’eurozona, nove paesi risultano in recessione. Degli altri, solo due registrano una crescita superiore all’1 per cento e sono assai piccoli: Slovacchia ed Estonia. Se tutto va bene, nel 2013, secondo le proiezioni dell’Fmi, i paesi di Eurolandia in recessione saranno ancora sette e, con uno sviluppo superiore all’1 per cento ci sarà in più solo l’Irlanda. Un colpo ancora più severo alla dottrina dell’austerità lo danno i dati specifici sulla finanza pubblica, oggetto delle cure da cavallo impartite in questi anni. Nonostante un diluvio di tagli di spesa e di rincari di tasse, fra il 2011 e il 2012, registra Eurostat, nessun paese di Eurolandia è riuscito a ridurre il rapporto fra debito pubblico e prodotto interno lordo. É aumentato ovunque, in tutti i 17 paesi dell’euro, compresi paesi più volte dipinti come falchi del rigore: Germania, Austria, Olanda, Finlandia. Ma anche i paesi che avevano ricevuto gli aiuti della Ue ed erano sottoposti a stretta sorveglianza. Nello stesso periodo, il disavanzo di bilancio, cioè la differenza fra entrate e spese dello Stato, è migliorato, in rapporto al Pil, solo in sette paesi (fra cui l’Italia), è rimasto uguale in due ed è peggiorato negli ultimi sette, compresi Lussemburgo e Finlandia.

Sono molti gli economisti convinti che, in questi dati deludenti sul rapporto tra disavanzo e debito con il Pil, il problema sia il Pil, cioè la mancata crescita registrata dagli economisti dell’Fmi, piuttosto che la mano molle nel tagliare il bilancio. Ma i dati diffusi ieri da Eurostat indicano anche che l’Europa immaginata a Berlino, virtuosamente austera, capace di restare all’interno dei pilastri del Trattato di Maastricht — deficit al 3 per cento del Pil, debito al 60 per cento — è, oggi, un paese delle favole, a cui non riescono ad adeguarsi neppure alfieri dell’austerità, come l’Olanda e, in materia di debito, neanche la Germania. Sotto il livello del 60 per cento nel rapporto debito/Pil, ci sono infatti solo cinque paesi, tutti piccolissimi (Estonia, Lussemburgo, Slovenia e Slovacchia), più la Finlandia. La Germania è all’80 per cento, più o meno il livello della Spagna. Quanto al disavanzo, sotto al 3 per cento ci sono solo sei paesi: Germania, Austria, Finlandia, Lussemburgo, Estonia. E Italia. Fare l’elenco dei buoni e dei cattivi, in queste condizioni, è un esercizio scivoloso. In Olanda, da sempre il più fedele alleato della Germania nella battaglia dell’austerità, il deficit di bilancio, negli ultimi quattro anni, non è mai sceso sotto il 4 per cento. Intanto, in Grecia, sottoposta, dal 2009, ad una cura tanto drastica da aver riproposto la fame come problema sociale, il deficit viaggia ancora al 10 per cento. E in Spagna, altro teatro di tagli selvaggi, la disoccupazione sfiora il 30 per cento.

Questi numeri non hanno, probabilmente, fatto breccia fra gli ortodossi della Bundesbank, ma stanno facendo riflettere Angela Merkel e i suoi consiglieri. Che, nelle ultime settimane, sotto la spinta incessante dell’Fmi (e di Obama) stanno quietamente ammorbidendo le loro posizioni. Senza troppo dibattito, la Ue sta rivedendo tempi e misure dell’austerità. Alla Grecia sono stati concessi due anni in più per centrare l’obiettivo del deficit al 3 per cento e anche il Portogallo ha avuto un anno di più, rispetto alla serrata tabella di marcia concordata quando fu varato il piano di aiuti. La Spagna ha potuto rinunciare ai traguardi di austerità l’anno scorso e un altro anno di bonus avrà, probabilmente, il mese prossimo. L’Italia ha avuto il via libera a pagare gli arretrati dello Stato verso le imprese, anche se questo la porta molto vicino al tetto del 3 per cento di deficit. Con chiasso anche minore, Bruxelles ha accettato che due paesi lontani dalla debole periferia mediterranea, come Francia e Olanda, annunciassero lo sfondamento del tetto del 3 per cento anche per il 2013. Difficile, tuttavia, che tutto ciò si traduca in una decisa scelta di strategia prima dell’autunno. Fino alle elezioni tedesche di settembre, Eurolandia sembra destinata a galleggiare fra austerità proclamata e tolleranza praticata, scontentando sia gli alfieri dell’austerità che i profeti dell’espansione.

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