Apertamente

di Mario Alighiero Manacorda da MicroMega - “Quel vecchio liberale del comunista Karl Marx” di Mario Alighiero Manacorda, da oggi in libreria per Aliberti, è un saggio provocatorio che ci invita a scoprire un Marx diverso dal cliché comune: un autore appartenente alla moderna tradizione liberale. Ne anticipiamo il capitolo introduttivo. Il titolo di questo libro è decisamente provocatorio: ma non intendo proporre un Marx implicato col liberalismo economico-politico, nostrano o globalizzato, ma solo affermare che egli appartiene alla linea di sviluppo della civiltà moderna, interpretata criticamente, cioè che liberalismo e marxismo, come grandi correnti culturali del mondo moderno sono sulla stessa linea, e che è un grande abbaglio del liberalismo, in senso alto, respingere da sé questo nuovo pensiero. Allora mi avevano suggerito questo argomento due testimonianze che, pur lontanissime tra loro, associavano appunto liberalismo e comunismo. La prima è un agile libro del 2007 di un inglese divenuto fiorentino, Paul Ginsborg, su La democrazia che non c’è, che si apre e si chiude con un immaginario dialogo concorde-discorde tra i due massimi rappresentanti del liberalismo e del comunismo ottocenteschi, John Stuart Mill e Karl Marx (i quali però, pur vissuti a Londra negli stessi anni, non si sono mai incontrati). L’altra è la sciagurata enciclica Spe salvi di papa Ratzinger, del 30 novembre 2007, che nella sua falsificante polemica col mondo moderno, che pone tutte le sue speranze nell’uomo anziché in dio, mette però correttamente Marx sulla stessa linea ideale con Bacone e Kant. Gli avversari, per quanto rozzi, spesso ci giudicano meglio di quanto sappiamo fare noi stessi. Questi due scritti mi avevano stimolato a tornare al vecchio Marx, che, dopo i miei studi quasi giovanili degli anni Sessanta, avevo messo un po’ da parte per altri interessi, e a dar forma a questo mio libro, dove riprendo e svolgo argomenti in parte già affrontati allora, per dire che Marx rappresenta un momento della coscienza critica del grande svolgimento del pensiero scientifico e liberale moderno, cresciuto nell’ultimo mezzo millennio e oltre.

Ma cominciamo da capo: Marx comunista e liberale? Che ha a che fare il comunismo con il liberalismo? Non sono forse due ideologie contrapposte, nelle quali il mondo moderno si è diviso da oltre due secoli? Non abbiamo forse assistito per mezzo secolo allo scontro tra il mondo comunista del “socialismo reale”, e il “mondo libero”, che per giustizia distributiva io chiamo del “liberalismo reale”? E non c’è forse ancora oggi, nella cultura, reciproca intolleranza tra l’uno e l’altro?

Qualche amico mi chiede: Ma perché, poi, liberale? Non sarebbe meglio dire libertario? Ahimé! Libertario è oggi il nome di una sinistra polemica col socialismo reale e che crede perciò di dover essere antimarxista, mentre io, prescindendo dalle implicazioni economico-politiche, penso alla secolare tradizione culturale che ha accompagnato tutto lo sviluppo della società moderna: dunque, a un Marx liberale e comunista sul piano della tradizione culturale. Le implicazioni politiche immediate non mi interessano. E infine: come dimenticare che, almeno in Italia, questo incontro c’è già stato ad altissimo livello, nei primi anni Venti del secolo XIX a Torino, tra due giovani intellettuali vittime del fascismo, di diversa formazione culturale ma di uguale vigore intellettuale e morale, il liberale Piero Gobetti e il comunista Antonio Gramsci?

Mi si obietterà che il comunismo non è stato sinonimo o strumento di libertà, e la storia del socialismo reale è tutta una negazione della libertà. Non starò qui a discutere questa semplicistica asserzione: ma il giudizio storico è sempre molto complesso, e non c’è niente di più sbagliato che giudicare una rivoluzione sic et simpliciter dal punto di vista della restaurazione che l’ha presto seguita. E mi sembra che lo stesso discorso negativo si possa fare per quello che per il liberalismo reale con la sua esasperazione dei contrasti sociali, col suo scempio del terzo mondo, col suo saccheggio dell’intera natura, del quale, di fronte alla sua odierna crisi, si continuano a esaltare le «magnifiche sorti e progressive» (come nella Ginestra il Leopardi derideva le parole del cugino cattolico-liberale Terenzio Mamiani).

Liberal-comunismo sembra una contradictio in adiecto, sostantivo e aggettivo fanno a pugni tra loro: ma solo perché si è praticata e si pratica ancora la consueta identificazione tra le idee affermate prima e le azioni venute dopo: Marx, marxismo, socialismo, comunismo, Unione Sovietica, stalinismo, un post hoc, ergo propter hoc, dal quale Marx deve essere liberato per essere letto per se stesso.

È così. L’una e l’altra ideologia, tanto quella liberale quanto quella comunista, nella loro traduzione in pratica (pretesa impossibile!), sono divenute altra cosa da quella disegnata dai loro autori: non si può attribuire alle idee di un autore la responsabilità delle azioni che in suo nome sono state compiute da altri, come è stato finora il destino di tutte le ideologie della storia. Vorremo forse ripetere «C’est la faute à Voltaire», e a Diderot e Condorcet per gli «orrori» della rivoluzione francese, e dire che «C’est la faute à Kant», Mill e Tocqueville e a tutti quanti per gli «orrori» del liberalismo reale col suo colonialismo e le sue guerre mondiali, e ripetere «C’est la faute à Marx» per gli «orrori» del socialismo reale? Tutte e due le ideologie hanno gloriose teorizzazioni (non senza cadute in ciascuno dei loro autori), tutte e due hanno patito tremende smentite nella loro presunta attuazione, e le rivoluzioni attuate in loro nome implodono infine su se stesse, l’una con la caduta del muro nel 1989, l’altra, ancora oggi trionfante, per la crisi planetaria che ne smentisce ormai tutti i principi. Le sole ideologie tradotte coerentemente in azioni sono state il fascismo e il nazismo: violenza, razzismo, guerra e stupidità nelle loro teorie, violenza, razzismo, guerra e stupidità nella loro attuazione. Ma si può ammirarle per questa loro coerenza?

Ma poi, che importano le parole? Il nome comunismo non è altro che un’impronta della storia: già più volte è scomparso e ricomparso, e nessuno può dire se sopravvivrà o no, e quale altro nome lo sostituirà. Marx, frainteso e calunniato per oltre un secolo e mezzo, dopo che in suo nome si era attuata una rivoluzione che difficilmente egli avrebbe condiviso, ma che nella seconda metà del secolo XX si è proposta come riferimento ideale per gli oppressi di tutto il mondo, cambiando bene o male le sorti della storia, mentre studiosi marxisti di tutti i Paesi ne fornivano una lettura che dirò umanistica, era di nuovo scomparso con la subitanea implosione dell’Unione Sovietica. Ma ora è di nuovo ricomparso in studi recenti di seri studiosi italiani e stranieri, come parte della storia, e lo si può finalmente considerare con mente scevra da pregiudizi e da intenzioni politiche immediate. Pur sempre un’utopia? Forse! D’altronde, vien voglia di dire con Machiavelli (e con Mao), l’arciere che vuole colpire lontano, deve mirare alto.

E, dopo che, negli anni Trenta del secolo scorso, si è già parlato di liberal-socialismo, e dopo il perdurante equivoco sul termine socialismo democratico che sembra mettere insieme due res dissociabiles (lo vedremo), io mi diletto di proporre un ideale liberal-comunismo. Ma, ripeto, farò un discorso culturale, non politico, mi guarderò bene dal sollecitare soluzioni pratiche, e cercherò di leggere Marx, depurandolo, per quanto posso, dalle stolide letture che ancora se ne fanno (o non se ne fanno) divulgandole come senso comune. Chi leggerà questo libro avrà la sorpresa di scoprire un Marx diverso dal cliché comune, fuori dalla leggenda che in negativo o in positivo si è costruita intorno a lui: un autore appartenente alla moderna tradizione liberale; di più, un autore (lo vedremo) che partecipa da pari a pari al dialogo millenario della nostra cultura dall’antica Grecia a noi.

E come italiano, voglio dichiarare la mia simpatia umana per questo bistrattato Marx che per due volte, nel presentare i suoi due libri maggiori, mise al termine dell’una e dell’altra prefazione un sigillo dantesco: prima, nella Critica dell’economia politica, «Qui si convien lasciare ogni sospetto / Ogni pietà convien che qui sia morta»; e poi, nel Capitale, «Segui il tuo corso, e lascia dir le genti».
Che bellezza questo Marx cinico e materialista, che volle rifarsi alle parole del nostro padre Dante, per additare l’altezza del suo impegno!

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