Apertamente

di Marco Omizzolo da ItalianiEuropei del 7/9/2017 - Lavorare in provincia di Latina, a stretto contatto con lavoratori e lavoratrici considerati residuali nell’organizzazione sociale ed eco­nomica nazionale dal dibattito politico e culturale, significa fare esperienza diretta delle condizioni di vita e di lavoro di migliaia di persone, migranti e italiani, e di un sistema sovrastrutturale che pare tenere insieme settori dell’imprenditoria, rappresentanti politici e in­teressi economici diffusi, a volte di natura mafiosa. Ciò vale anche per settori economici tradizionali come l’agroalimentare il cui valore complessivo è stimato intorno ai 246 miliardi di euro, pari al 15,9% del PIL nazionale. Numerose ricerche scientifiche, nazionali e in­ternazionali, rilevano da anni l’operare di un sistema di produzione ortofrutticolo e florovivaistico fondato anche sullo sfruttamento di migliaia di lavoratori. Avviene in provincia di Latina, come denuncia da anni la cooperativa In Migrazione assumendosi rischi personali altissimi, ma anche in molte altre province del Nord e del Sud Italia nonché in diverse regioni europee.

Secondo l’ultimo rapporto “Agromafie e Caporalato” dell’Osservato­rio Placido Rizzotto risulterebbero in Italia circa 450.000 lavoratori che vivono condizioni di disagio abitativo e sfruttamento lavorativo, di cui l’80% migranti. Di questi, ben 100.000 vivrebbero condizioni di lavoro para-schiavistiche. Secondo l’ultimo rapporto “Agroma­fie” di Eurispes e Coldiretti il volume d’affari complessivo annuale dell’agromafia sarebbe salito nel 2016 a 21,8 miliardi di euro con un balzo del 30% nell’ultimo anno. La retorica del cambiamento perde clamorosamente di significato quando si confronta con dati puntuali e con le condizioni reali di vita e lavoro di una parte rilevante della popolazione italiana, sia essa migrante o meno.

I lavoratori pontini impiegati in questo settore sono prevalentemente indiani di religione Sikh, originari del Punjab, regione nord-occi­dentale dell’India. Lavorano anche 14 ore al giorno, tutti i giorni del mese, tranne a volte la domenica pomeriggio. Ne ho fatto, forse per primo, esperienza diretta per ragioni di ricerca attraverso osserva­zione partecipante, ossia fingendomi bracciante indiano e lavorando per alcuni imprenditori agricoli nelle campagne pontine. Per diversi mesi sono stato semplicemente un bracciante tra i tanti impiegati in campagna, osservando così l’organizzazione di un sistema rodato in cui il rapporto tra datore di lavoro e lavoratore è tal­mente inclinato da aver assunto, di nuovo, quello tipico tra padrone e servo. Spesso vittime di trat­ta internazionale a scopo di sfruttamento lavora­tivo, sono obbligati a chiamare padrone il loro datore di lavoro e a volte a fare tre passi indietro e a chinare la testa quando si rivolgono a lui.

Dovrebbero guadagnare, stando al contratto provinciale del lavoro, circa 9 euro lorde l’o­ra per 6,30 ore al giorno. «Io sono Sikh – dice Rajinder Singh, bracciante nelle campagne di Sabaudia – ma non porto il turbante perché il padrone non vuole (…). Il mio padrone mi deve 40.000 euro. Credo che non li avrò più ma ho bisogno di quei soldi (…). Lavoro in una cooperativa agricola vicino Sabaudia, il lavoro è troppo duro e i soldi sono pochi. Prendo solo 400 euro al mese e ogni sera prego perché il caporale mi chiami per il giorno dopo». Nella realtà quotidiana sono vittime di caporala­to, espressione di un’organizzazione precisa del lavoro agricolo al cui vertice c’è il padrone italiano e la Grande distribuzione organizzata (GDO). Gli atti intimidatori sono ripetuti, come anche le spedizioni punitive nei confronti dei braccianti indiani che cercano di ottenere quanto spetta loro. Ad alcuni hanno tentato di dare fuoco o sono stati aggrediti e picchiati perché reclamavano stipendi arretrati.

Gurwinder Singh, impiegato per anni in un agriturismo a Nord di Latina, lavorava 16 ore al giorno, tutti i giorni del mese. Dormiva dentro una stalla, insieme agli animali. Obbligato anche lui a chia­mare padrone il datore di lavoro italiano, è stato più volte intimidito e picchiato. Percepiva 200 euro al mese e i suoi documenti erano stati sequestrati. Salvato da un blitz del comando provinciale dei Carabi­nieri di Latina, ha deciso di denunciare il padrone e ora è accompa­gnato in questo difficile percorso di riscatto da In Migrazione.

In questo sistema trovano posto anche esponenti di vari clan camor­ristici, in particolare dei casalesi, ‘ndrangheta e mafia siciliana. Nel Comune di Fondi, nel Sud Pontino, si trova uno dei mercati or­tofrutticoli più grandi d’Europa, già oggetto di numerose indagini, processi e interventi delle forze dell’ordine per la presenza radicata di diverse organizzazioni criminali riunite in una sorta di consorteria mafiosa, ossia in una struttura sovraclanica, che riesce a gestire quasi l’intera filiera, a partire dalla logistica e dalla trasformazione dei pro­dotti ortofrutticoli pontini.

«Lavoro tutto il giorno – dichiara Hardeep Singh, bracciante Sikh di 30 anni – per pochi soldi (…). A volte anche di notte. Vado con la bicicletta al campo agricolo del padrone che mi indica il caporale e lavoro dalle 6:00 fino a sera tardi. Dipende dal padrone. Da contrat­to, lo so perché ho seguito i corsi di diritto del lavoro di In Migra­zione, dovrei guadagnare 9 euro l’ora ma il padrone mi dà solo 3 o 4 euro. Come è possibile vivere così? (…) E poi mi chiede anche i soldi quando deve pagare i miei contributi (...). Non ho mai avuto TFR e gli 80 euro del governo sono finiti in busta paga ma il padrone li ha trattenuti per sé. Io sono un bravo lavoratore, sono venuto in Italia per lavorare non per dare problemi. Ma inizio a essere stanco. A volte il padrone non mi paga due, tre, anche cinque mesi di stipendio. Mi dà solo piccoli acconti di 200 o 300 euro con i quali devo vivere. Non è vita così (…). Lui si compra grandi macchine e tanta terra con i miei soldi, io cosa compro senza soldi? Il padrone mi deve dare ancora 20.000 euro. (…) Sono un bravo Sikh e un bravo lavoratore ma lui non è un bravo padrone». Lo sfruttamento lavorativo evolve in relazione agli interessi dei do­minatori del mercato, in particolare della GDO, sino ad assumere una declinazione inaspettata. È stata ancora In Migrazione a rilevarlo e a denunciarlo con il dossier “Doparsi per lavorare come schiavi”. Alcuni braccianti indiani vengono infatti indotti, come ho rilevato diverse volte, ad assumere sostanze dopanti come oppio (semi di pa­pavero contenuti in bulbi essiccati), metanfetamine e antispastici.

«Lavoro 12-15 ore tutti i giorni. Raccolgo cocomeri, meloni e po­modori. È un lavoro molto faticoso – dice Baljinder Singh, brac­ciante indiano residente a Terracina – e il padrone mi dà pochi soldi con i quali devo vivere con la mia famiglia. Molti indiani hanno dolori fortissimi alla schiena, alle mani, al collo, agli occhi perché sul viso hai sempre terra, sudore e anche prodotti chimici e vele­ni. Ogni mattina la schiena sembra spezzarsi. Ma dobbiamo lavo­rare per forza. Se chiedo un giorno di riposo il padrone mi sostituisce con un altro bracciante indiano. Sono sette anni che faccio questa vita. Alcuni indiani che lavorano con me prendono una piccola sostanza per non sentire dolore. La prendono una o due volte al giorno così smet­tono di sentire i dolori e continuano a lavorare senza rallentare. La prendono per non sentire la fatica ed essere richiamati dal caporale il giorno dopo a lavorare». Si assumono queste sostanze, dunque, per restare dentro un sistema di lavoro fondato sullo sfruttamento, in cui il lavoratore diventa solo strumento nelle mani dell’impresa criminale. «Noi siamo sfruttati – dice Kamaljit Singh – e non possiamo dire al padrone basta, perché ci manda via. Allora qualcuno prende una piccola sostanza per non sentire dolore alle braccia, alle gambe e alla schiena. Il padrone dice di lavorare sempre e dopo 12 ore nei campi come è possibile lavorare ancora? In campagna lavoriamo tutto il giorno in ginocchio. Quella piccola sostanza ci aiuta a lavorare meglio».

Sono storie spesso afone per responsabilità di un dibattito politico tutto centrato sulla crescita economica e che trascura temi fonda­mentali come il contrasto alle ingiustizie sociali, allo sfruttamento lavorativo, alla tratta internazionale, alle agromafie. La nuova legge contro il caporalato (199/2016), che proprio dalla provincia di Lati­na e dalla “questione indiana” ha ricevuto un incentivo determinante per la sua approvazione, è incapace, da sola, di generare il cambia­mento necessario. Non a caso, nonostante gli importanti arresti di caporali indiani e datori di lavoro italiani, migliaia di lavoratori e lavoratrici continuano a essere vittime di caporalato e sfrut­tamento che si realizza tra le pieghe delle norme e delle prassi vigenti. Buste paga e contratti di lavoro in regola per braccianti apparentemente regolari, dove però il lavoratore risulta impiegato per sole quattro giornate al mese a fronte delle 30 in realtà lavorate. Il resto delle ore di lavoro sono sommerse, segnate a matita su pezzi di car­ta, con costi orari lontani da quelli previsti dal contratto nazionale. «Il mio padrone – dichiara Madanjet Singh – deve ancora darmi 26.000 euro. Guadagno da 7 anni circa 400 euro al mese e basta. Lui chiama il caporale indiano e mi dà ogni mese solo quei soldi».

A contrastare questo sistema sono in pochi. Le forze dell’ordine e la magistratura sono intervenute e hanno arrestato caporali indiani e datori di lavoro italiani. Presso il Tribunale di Latina sono stati avviati i primi processi contro padroni italiani e caporali mentre In Migrazione, la FLAI-CGIL e alcuni lavoratori si sono costituiti par­te civile. Ma i tempi dei processi sono lunghissimi e soprattutto le sentenze non possono sostituire la politica nel compito di superare le ingiustizie e recuperare settori economici e territori alla legalità.

Il Terzo settore non ha gli strumenti, se lasciato solo, per incidere in maniera determinante, sebbene molto si sia fatto. Con il progetto Bella Farnia, ad esempio, organizzato da In Migrazione e finanziato per soli sei mesi dalla Regione Lazio, si sono forniti servizi essen­ziali ai migranti indiani, a partire dalla loro formazione insieme a consulenze legali gratuite. Sono state create così le condizioni per organizzare il primo sciopero dei braccianti indiani in Italia. Il 18 aprile del 2016 oltre 2000 indiani, coadiuvati dalla FLAI-CGIL, CGIL e ancora In Migrazione, hanno disertato le campagne e deciso di scendere in piazza, sotto la Prefettura di Latina, per denunciare le loro condizioni di lavoro, la violenza del padrone e del caporale. Un evento che ha dato dimostrazione di un cambiamento possibile. Da quel 18 aprile sono state organizzate decine di vertenze lavorati­ve, presentate denunce e aperte nuove interlocuzioni con parte delle istituzioni locali e nazionali. Alcuni padroni italiani non sono però rimasti a guardare. Hanno organizzato azioni violente e hanno messo in campo nuove strategie volte a rompere l’unità dei lavoratori india­ni, sostituendoli, in diversi casi, con richiedenti asilo provenienti da diversi centri di accoglienza presenti a Sud di Roma e a Latina.

Il percorso dunque è ancora lungo, ma quanto fatto dimostra che alcuni territori, considerati periferici, sono invece centrali e soprat­tutto densi di esperienze e questioni sociali, politiche ed economiche aventi valore globale, le quali concorrono a definire il carattere e la qualità della democrazia italiana e del nostro sistema di produzione.

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