Apertamente

di Giorgio Ragazzi e Francesco Ramella da LaVoce.info del 9/5/2017 - L’Italia è di gran lunga prima tra i paesi europei per l’incidenza degli incentivi erogati alle rinnovabili in rapporto alla produzione totale di energia. Un primato che costa caro ai consumatori e alle imprese. Ed è frutto di politiche poco coerenti. L’Europa degli incentivi alle rinnovabili. Il rapporto del Ceer (Consiglio dei regolatori europei dell’energia), uscito pochi giorni fa, offre un interessante panorama sui sussidi concessi per promuovere le energie rinnovabili in ventisei paesi europei. L’Italia è di gran lunga la prima per l’incidenza degli incentivi erogati in rapporto alla produzione totale di energia: circa 44 euro a MWh (megawattora) contro una media, esclusa l’Italia, di 13,8 (tabella 1). I sussidi gravano dunque sulla nostra produzione elettrica totale per più di tre volte la media degli altri venticinque paesi europei. Il nostro non invidiabile primato dipende in parte da una più elevata percentuale di energia ottenuta da fonti rinnovabili, ma ancor di più dal generoso livello di incentivazione concesso su tutte le tipologie non fossili. Il 25 per cento della nostra produzione totale deriva da fonti rinnovabili sussidiate, cui si somma un altro 15 per cento di energia idroelettrica non sussidiata.
La quota sussidiata della produzione totale è in Italia superiore alla media, ma non è molto più alta di quella della Germania o della Spagna. Dove distacchiamo tutti, invece, è nell’avere sussidi elevati per ogni fonte rinnovabile (tabella 2).

Siamo di gran lunga i più generosi per incentivi unitari tra tutti i ventisei paesi (ad esclusione della Repubblica Ceca); i nostri sussidi per MWh, nella media tra le varie fonti, sono quasi il doppio di quelli degli altri paesi; la Francia è più generosa nel solare, ma per un ammontare complessivo molto contenuto e solo per impianti di piccola taglia.
Il sussidio medio di 44 euro per ogni MWh prodotto non è lontano dal costo di produzione elettrica dalle fonti più efficienti: con gli aiuti alle rinnovabili abbiamo quasi raddoppiato il costo medio dell’energia elettrica prodotta in Italia. I sussidi, che costituiscono la gran parte degli “oneri generali di sistema” quantificati nelle nostre bollette non vengono pagati solo dai consumatori. Per più di due terzi gravano sulle imprese, per le quali l’energia costa un 20 per cento in più della media europea con evidenti effetti negativi per la competitività del paese e quindi per crescita e occupazione.
Il primato raggiunto non è il risultato di un disegno politico coerente, consapevole e approvato dal parlamento, ma il punto di arrivo di una combinazione di interessi di bottega, di ideologie astratte e, soprattutto, di malgoverno.
L’esempio più lampante è il fotovoltaico: partito col decreto Bersani-Pecoraro Scanio che prevedeva come obiettivo il raggiungimento di una potenza istallata di 3 GW nel 2016, ha fatto registrare una capacità di 18 GW. Non si è trattato dunque di una politica voluta: semplicemente, prima i governi di sinistra non hanno previsto massimali e poi quelli di destra non hanno ridotto gli incentivi mentre crollava il costo dell’investimento. Si è quindi offerta una magnifica opportunità di lauti e sicuri profitti a tanti, inclusi fondi d’investimento esteri, senza nemmeno avere il tempo per sviluppare un’industria nazionale.
È il più rilevante intervento dello stato nell’economia da decenni, ma non c’è da meravigliarsi se nessuno ama parlarne e tantomeno assumersene la responsabilità politica. Se ci fossimo allineati alla media europea per quota di produzione sussidiata e per entità unitaria dell’incentivo, il costo annuale sarebbe stato di 4,6 miliardi e non di 12,7 (cui andrebbero aggiunti poi i “capacity payments” per indennizzare le centrali termiche che devono stare in stand by per quando manca la produzione da rinnovabili). Un’operazione colossale, equivalente a tre punti di Iva, determinata solo da decreti ministeriali e gestita “fuori bilancio” perché i sussidi vengono addebitati alle bollette come “oneri generali di sistema” tramite la componente A3. Se per la copertura fosse stata prevista una “imposta ecologica” è verosimile che i governi avrebbero avuto grandi difficoltà a farla approvare in parlamento. E gli 8 miliardi in eccesso rispetto alla media europea avrebbero potuto essere destinati a ridurre il cuneo fiscale e migliorare così la competitività delle imprese che, invece, è stata pesantemente danneggiata dall’incremento del costo dell’energia.
Lo stesso modo di procedere nel disporre di ingenti risorse pubbliche sotto la spinta di lobby o per obiettivi astratti, ma privi di giustificazioni economiche valide lo troviamo anche in altri settori, in particolare in quello delle grandi opere ferroviarie o stradali a redditività bassissima quando non negativa, approvate senza adeguate analisi costi-benefici. C’è da chiedersi se uno dei principali motivi di debolezza dell’economia italiana non vada ricercato proprio nella scadente qualità della sua classe dirigente e di quella politica in particolare.

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