Apertamente

di Daniela Piazzalunga da LaVoce.info del 20/12/2016 - L’Italia continua a non brillare nelle classifiche sulla parità di genere. Il tasso di attività femminile è basso rispetto alla media europea. E gli stipendi annuali delle lavoratrici sono nettamente inferiori a quelli degli uomini. L’importanza delle politiche di conciliazione lavoro-famiglia. I numeri in Europa e in Italia. La buona notizia è che l’Europa occidentale è la regione al mondo più vicina alla parità di genere, superando anche il Nord America, con un gap complessivo da colmare di “solo” il 25 per cento, secondo il Global Gender Gap Report, pubblicato ogni anno dal World Economic Forum. La cattiva notizia è che il primato è – come al solito – trainato dai paesi scandinavi, con l’Italia in fondo alla classifica del gruppo europeo, seguita solo da Austria, Cipro, Grecia e Malta.
Nella classifica complessiva l’Italia si colloca al cinquantesimo posto su 144 paesi, perdendo ben nove posizioni rispetto allo scorso anno (tabella 1). Se il miglioramento degli anni precedenti si doveva alla partecipazione politica, e in particolare al numero di donne in posizioni ministeriali nel governo Renzi, il (lieve) peggioramento del 2016 è riconducibile alla “partecipazione e opportunità economiche”, in cui da sempre l’Italia si distingue come maglia nera. In realtà anche in termini di partecipazione politica il divario da chiudere è ancora molto ampio, persino maggiore (solo il 33 per cento del gap in termini di empowerment politico è chiuso), ma la situazione italiana è migliore rispetto alla media dei paesi.

Nota: 0 è il valore minimo (completa disparità) e 1 il valore massimo (totale parità).
In termini economici, l’Italia ha colmato il 57 per cento del gap, rispetto a una media complessiva del 59 per cento, e si colloca al 117° posto. Non bisogna dimenticare che la diseguaglianza economica si riflette anche su tutti gli altri aspetti della vita quotidiana: influenza il “potere contrattuale” delle donne, all’interno della famiglia e all’interno della società.
Politiche per il lavoro delle donne
Nella Strategia per l’eguaglianza tra uomini e donne 2010-2015 anche la Commissione europea sottolinea l’importanza di migliorare la partecipazione economica delle donne, evidenziando come le disparità di genere nel mercato del lavoro debbano essere progressivamente eliminate per ridurre il rischio di esclusione sociale e di povertà delle donne e per ottenere una crescita inclusiva. Su questa scia, Eurofund ha recentemente pubblicato un rapporto sul divario di genere nel mercato del lavoro, che evidenzia sfide e possibili soluzioni e valuta l’efficacia di misure introdotte in alcuni paesi (Eurofund, 2016).
In Italia, il tasso di attività femminile è del 54,1 per cento (uomini: 74,1 per cento), molto basso rispetto alla media europea del 66,8 per cento. In più, meno delle metà delle donne è occupata, solo il 47,2 per cento (Eurostat, 2016a) (tabella 2).
Il gender pay gap “grezzo”, invece, è inferiore al resto d’Europa: 6,1 per cento rispetto al 16,7 per cento (Eurostat, 2016b), sebbene sia cresciuto durante gli anni 2008-2013.
Tuttavia, il dato maschera molti aspetti: innanzi tutto, il divario di genere nelle retribuzioni è così basso in Italia proprio a causa della scarsissima percentuale di donne che lavora. Se si tenesse conto anche di quelle che non lavorano, si stima che il differenziale salariale potrebbe essere quasi del 25 per cento (Claudia Olivetti e Barbara Petrongolo, 2008). In secondo luogo, il differenziale è calcolato utilizzando il salario orario.

Quando si considera la retribuzione mensile o annuale, il gap raggiunge circa il 50-70 per cento. Secondo l’ultimo Global Gender Gap Report, il reddito da lavoro annuale delle donne è pari al 52 per cento di quello degli uomini, e la stessa percentuale si ha quando si considera la retribuzione per lavori simili (51 per cento). Le donne, infatti, sono più spesso impiegate in lavori part-time (32,4 per cento rispetto all’8 per cento degli uomini – Eurostat, 2016c), tendono a lavorare in occupazioni con orari più brevi e sono meno propense a fare gli straordinari. Non si tratta sempre di una scelta completamente libera, ma spesso è determinata dal fatto che la gestione dei figli e il lavoro domestico ricadono quasi esclusivamente sulle loro spalle: le donne spendono oltre 300 minuti al giorno per lavoro non pagato, mentre gli uomini circa 100 minuti (Ocse, 2016) (tabella 3).

In quest’ottica, è fondamentale che le istituzioni promuovano politiche per fare in modo che il congedo parentale venga utilizzato anche da parte dei padri: è stato dimostrato che ciò ha effetti benefici di lunga durata anche sulla divisione dei carichi di lavoro domestico (Ankita Patnaik, 2016). Inoltre, per ridurre il divario di genere nel mercato del lavoro, sono essenziali politiche atte a stimolare la partecipazione femminile (sia l’offerta sia la domanda di lavoro), a facilitare la conciliazione famiglia-lavoro e a incrementare i servizi per l’infanzia: non è un caso che l’occupazione femminile sia più alta nei paesi europei e nelle regioni italiane con maggiori servizi alla famiglia (si veda anche Chiara Pronzato e Giuseppe Sorrenti, 2015).
L’importanza di tali politiche per la società nel suo insieme è evidente: solo in termini economici, Eurofund stima che in Italia il costo totale del divario tra uomini e donne nel mercato del lavoro sia di oltre 88 miliardi di euro, il più alto a livello europeo, circa il 5,7 per cento del Pil (figura 1). Anche considerando solo le donne “disponibili a lavorare”, il costo è di oltre 51 miliardi di euro (3,3 per cento del Pil).

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