Apertamente

di Fortunato Musella da Italiani Europei del 1/9/2016 - I partiti dell’estrema destra per la prima volta conquistano larghe fette dell’elettorato, candidandosi per la guida di alcuni dei più importanti paesi occidentali. Riallacciandosi allo spirito populista del tempo, fanno leva sulla crisi della rappresentanza e su importanti cambiamenti strutturali della società. Una sintonia che tuttavia non assicura la legittimità di forze che fanno traballare, dall’interno, le democrazie europee. Sono stati a lungo considerati un’insidiosa sopravvivenza del passato, spia del malessere covato in seno alle democrazie consolidate. Con la complicità della crisi, economica e politica insieme, i partiti di estrema destra guadagnano ora terreno in numerosi paesi europei, raggiungendo proporzioni elettorali insperate sino qualche anno fa. Per i governi in carica, e i cittadini moderati, il pericolo di una loro affermazione, per il momento scampato, resta tuttavia in agguato. Dopo l’offensiva terroristica di Parigi del novembre del 2015, giudi­cato come l’attacco più grave subito dal paese dalla seconda guerra mondiale, solo il meccanismo del doppio turno ha potuto fermare l’avanzata del partito ultranazionalista Front National di Marine Le Pen alle elezioni regionali. Alle recenti presidenziali austriache solo un pugno di voti separano il candidato di estrema destra Norbert Hofer dalla conquista della carica al ballottaggio, dopo aver ripor­tato un netto vantaggio al primo turno. E la decisione della Corte Suprema austriaca di annullare il voto per irregolarità darà presto all’ultradestra una nuova chance. In Inghilterra, alle elezioni euro­pee del 2013, il partito Independence Party guidato da Nigel Farage ottiene visibilità internazionale per aver conquistato un quarto dei voti, presentando un programma antieuropeista. I suoi attivisti sono stati tra i principali sostenitori del sì al referendum per la fuoriuscita della Gran Bretagna dall’Unione europea, al quale i cittadini inglesi hanno dato responso positivo. Nell’Europa centrorientale i partiti di destra estrema godono di largo seguito: si può fare l’esempio del partito di estrema destra Jobbik in Ungheria, il cui leader Gábor Vona si è candidato per la premiership e ha su­perato il 20% dei voti alle ultime elezioni parla­mentari. E tutto ciò avviene mentre negli Stati Uniti Donald Trump corre per la presidenza americana impostando la sua campagna eletto­rale su posizioni populiste e ultraconservatrici, come mostra ad esempio il costante attacco agli immigrati islamici. Si tratta di leader che offro­no un riferimento anche per alcuni partiti italia­ni, che dalla Lega di Salvini al Movimento 5 Stelle di Grillo ben si inseriscono nel parterre internazionale dei partiti radical-populisti. Italia, Francia, Inghilterra, tante terre accomunate dal revival della destra radicale, che punta al cuore dei sistemi democratici attraverso la via dell’urna.

Già negli anni Novanta Marco Tarchi, in un interessante articolo di rassegna della letteratura sui partiti di estrema destra, avvertiva che tali partiti non dovevano essere sbrigativamente trattati con le metafore mediche sulle “diagnosi” e le “cure”, come fenomeno ano­malo e magari passeggero da arginare in qualche modo.1 Se allora tali formazioni politiche sembravano destinate a consolidarsi sul piano elettorale e organizzativo, in seguito esse hanno costituito uno dei fe­nomeni più dinamici e dirompenti nei sistemi politici europei. Forze che in passato raggiungevano successi elettorali solo limitati per en­tità, e piuttosto episodici, hanno occupato importanti spazi lasciati liberi dalle formazioni tradizionali.

Come ha confermato uno degli autori di alcuni importanti testi sul populismo di destra, si è passati dal notare una normale patologia delle democrazie contemporanee al costatare una normalità patolo­gica:2 uno scenario in cui partiti che si collocano ideologicamente al di fuori dei canoni classici della democrazia liberale, e che la osteg­giano apertamente, ne diventano attori cruciali. Tanto più che in alcuni casi i partiti radicali di destra, a livello sia nazionale che locale, partecipano già al potere, presentandoci un quadro del tutto inedito e aperto all’analisi.3 I partiti di destra radicale sono inoltre un feno­meno “in larga misura nuovo e sui generis”.4 Se mantengono dei legami con le vecchie ideologie fasciste, essi più che ancorarsi alla mera nostalgia del passato, traggono slancio da temi e rivendicazioni nuovi. Costituiscono una vera e propria “famiglia di partito”, con atteggiamenti condivisi, quali l’orgoglio nazionale, il bisogno di sicu­rezza, l’ostilità verso gli immigrati, l’opposizione all’Unione europea, la critica radicale alle forme e agli attori della politica democratica. Si ricollegano dunque allo spirito del tempo,5 vale a dire a quel po­pulismo che è stato oggetto di migliaia di libri, articoli ed editoriali, la cui circoscrizione analitica è apparsa come “definire l’indefinibile”, per la sua ampiezza semantica e per il numero di esperienze che a esso si ricollegano. Ma che proprio per questo è da considerarsi come una delle categorie più inclini a cogliere il zeitgeist contemporaneo.

I partiti di destra estrema – o, meglio, i partiti populisti di destra ra­dicale – possono essere compresi a partire da un’ideologia che separa la società in due gruppi ben distinti, in maniera quasi manichea: il popolo dei puri e quello dei corrotti, alzando una barriera tra un noi e gli altri. La politica diventa il mezzo per dare voce e azione alla volontà generale del primo popolo, senza alcun tipo di compromesso. Per i populismi che si col­locano all’estrema destra, tale atteggiamento, in netto contrasto con la teoria e la pratica della liberaldemocrazia, si tinge di colori ancora più foschi, dal momento che la nozione di popolo si carica di significati nazionalisti.

Esiste un comune retroterra all’exploit dei po­pulismi radicali in Europa. La parola che più di tutte accompagna il loro sviluppo è conosciuta da tutti gli studiosi del campo: si chiama crisi. Innanzitutto crisi dello Stato democratico in grado di garantire per decenni un effi­cace scambio con i cittadini: consenso al posto di beni collettivi. Col cosiddetto compromesso democratico, la democrazia rappre­ sentativa confermava la sua legittimità attraverso un sistema che ga­rantiva sviluppo economico, occupazione, protezione previdenziale. Prometteva conseguimenti che tuttavia hanno fatto parte di una platea sempre più estesa, con un conseguente crescendo di aspetta­tive da parte dei cittadini: prima la difesa e l’ordine pubblico, poi l’istruzione, la sicurezza sociale, il benessere. Fa bene Sabino Cassese a ricordare che chiediamo allo Stato di giocare davvero il ruolo di Provvidenza, tanto che oggi ci rivolgiamo allo Stato anche per pre­stare assicurazione contro i rischi che derivano dai terremoti e da tutti gli eventi naturali.6

Il patto democratico che è durato per decenni, e ha fatto la fortuna dei regimi partitocratici, oggi ha perso però la sua forza propulsiva. Ed è sempre più insostenibile, soprattutto in fasi calanti dell’econo­mia. In questo modo, ad alzarsi è il vento del malcontento da parte degli elettori, facile richiamo di quelle forze politiche che chiedo­no di ridare centralità al popolo, contro i suoi “nemici”: la casta, l’Europa, gli immigrati – il bersaglio di volta in volta adottato non è così importante quanto la necessità di protesta. In alternativa, i cittadini vanno a ingrossare le file del partito del non voto, che di consultazione in consultazione aumenta progressivamente le proprie dimensioni. Tanto più che da ultimo lo Stato nazionale si trova in difficoltà non solo per il mantenimento delle promesse di benessere, ma anche rispetto al nucleo funzionale attorno al quale esso è nato: la garanzia di sicurezza per il cittadini. Dal crollo delle Torri Gemelle al Bataclan, la sensazione di vulnerabilità del cittadino occidentale produce atteggiamenti di chiusura, trasformati facilmente dalle forze populiste in attacco al diverso e allo straniero.

Una seconda spinta alla espansione della destra radicale deriva dal cambiamento strutturale dei sistemi di partito. Come alcuni contri­buti classici della scienza politica confermano,7 i sistemi di partito delle democrazie occidentali si sono articolati – o per meglio dire congelati – per secoli intorno a grandi fratture che hanno attraver­sato le società occidentali, dallo scontro tra datori di lavoro e ope­rai, alla tensione tra Stato e Chiesa. Ciò ne dettava una notevole stabilità, tanto che i principali cleavages della politica novecentesca risalivano ai macroprocessi storici della formazione degli Stati mo­derni e dell’industrializzazione. Tuttavia, ai nostri giorni, la perdita di salienza delle tradizionali linee di conflittualità politica ha por­tato i sistemi di partito a traballare.8 In primo luogo rispetto alla loro prima caratteristica: il numero dei partiti cresce in quasi tutti i paesi occidentali, e anche i casi storici di bipartitismo, come quello inglese e spagnolo, non resistono alla prova del voto. Senza parlare dell’Italia, che a fronte dell’introduzione di meccanismi maggioritari di traduzione dei voti in seggi negli anni Novanta, ha lasciato riscon­trare altissimi livelli di frammentazione dell’offerta elettorale. Col ri­sultato che, dopo l’abbaglio costituzionale del modello Westminster, abbiamo avuto maggioranze fragili e assemblee con una quantità di gruppi tra le più alte nella storia repubblicana.

A ciò si aggiunga che muta notevolmente anche la seconda impor­tante caratteristica dei sistemi di partito: la sua dinamica, vale a dire le relazioni reciproche tra i suoi componenti. L’asse destra-sinistra risulta sempre meno saliente, tanto che leader e partiti sono alla ricerca di un consenso trasversa­le, che attraversa le tradizionali appartenenze po­litiche. Non a caso il marketing politico orienta le campagne elettorali per tutti i livelli di gover­no, con un approccio molto vicino a quella te­oria economica della democrazia messa a punto da Anthony Downs9 per gli Stati Uniti a metà del secolo scorso, e ora perfettamente applicabile anche al Vecchio continente. La crisi dei sistemi di partito tradizionali apre così una finestra di opportunità per forze che mobilitano l’elettorato su nuovi fronti di divisione politico-sociale, come ad esempio la con­trapposizione tra popolo e Palazzo, per la quale, secondo i populisti, il mondo della politica si iscrive, senza grandi distinzioni, nei confini della corruzione o del malaffare.

La nuova destra estrema trae alimento anche da un’altra forma di crisi, che si esprime questa volta dal lato della domanda politica. E che è premessa, dal punto di vista sia logico che storico, alla crisi delle forme rappresentative. Le classi sociali sono state le principali inter­locutrici della politica novecentesca. Esprimevano comportamenti di voto piuttosto stabili, tali da garantire un consenso duraturo ai partiti che le rappresentavano. Con le recenti trasformazioni della struttura sociale, l’elettorato è sembrato invece sempre più incapace di esprimere forme di aggregazione durature. Non a caso sono i lea­der, più che i partiti, ad attrarre il consenso di un elettorato sempre più diviso al suo interno, potremmo dire tendenzialmente atomizza­to. Gli unici in grado di sviluppare un nuovo senso di identificazione che si presta a costituire un sostituto funzionale del vecchio spirito di appartenenza ai partiti. I leader forse non più come in passato porta­tori di una missione, ma fattore di coagulo di un popolo-massa, sulla base di un efficace mix di immagine e carisma.

Rispetto a questo mutato contesto i partiti di estrema destra si trova­no a godere di alcuni vantaggi competitivi, che come si vede stanno mettendo a frutto. Essi, sulla base di un’organizzazione già persona­lizzata per storia e impostazione culturale,10 riescono a imporre temi forti, a presa rapida su un elettorato che ha smarrito i suoi principali riferimenti collettivi. Con parole e moduli comunicativi semplici, in grado di parlare all’uomo della strada e di stimolarne l’emotività. Essi, inoltre, possono offrire alla massa idee di “popolo” alle quali ri­collegarsi, spesso un popolo-nazione, come comunità ideale costruita dalla storia, dalla geografia e/o dal sangue.11 Come si spiega in una recente opera sui concetti della politica, i partiti populisti di destra si oppongono all’individualismo tipico della società odierna con un co­munitarismo che insiste sull’unità del popolo, creando «una barriera di difesa nei confronti dei corruttori delle virtù del popolo: trasgres­sori (di qui l’insistenza sulla prospettiva di law and order), devianti, rappresentanti di una cultura “altra”».12 Un discorso identitario che non rinuncia mai dunque a veicolare atteggiamenti radicali e aggres­sivi rispetto a coloro che non lo condividono.

Fissiamo però un punto in merito allo sviluppo dei partiti radi­cal-populisti. Come visto, il rafforzarsi dei partiti radicali deriva dalle trasformazioni, potremmo dire strutturali, della società e della poli­tica che la riflette. Inoltre, per la prima volta, essi sono depositari di ampio supporto elettorale, in molti casi a doppia cifra. Per quanto la democrazia si affidi agli elettori per la scelta dei governanti, questi due fattori non sono tuttavia sufficienti a garantire la legittimità di una forza politica. I partiti di destra estrema presentano posizioni e punti di vista che contrastano con le acquisizioni della liberal-de­mocrazia. Per essere più chiari essi sono spesso irrimediabilmente incostituzionali. Sia in relazione alle procedure della democrazia, che sovente disprezzano, e ta­lora calpestano, lamentando un eccesso di lun­gaggine e farraginosità elettorale nei meccanismi istituzionali; sia per quanto riguarda i contenuti politici, perchè il loro attacco a quanti non con­dividono la stessa “heartland”, il posto dove se­condo l’immaginario populista risiede il popolo virtuoso e unificato,13 pone in dubbio la validità dei diritti espressi nelle costituzioni. Per alcuni non c’è più dubbio che accademici e commentatori abbiano celebra­to prematuramente la vittoria universale della democrazia.14 Sicura­mente i partiti di destra minacciano la democrazia che più di tutte mostra ancora una sua intrinseca fragilità, vale a dire la democrazia europea, ancora in ritardo nel consolidare i processi di rappresen­tanza e partecipazione dei cittadini. A essa ha inflitto un duro colpo la vittoria dei sì al referendum sulla Brexit britannica, conducendo probabilmente a una spirale di recessione e forse a un effetto domino anche in altri paesi.

È curioso notare la novità dei partiti di estrema destra in un conti­nente in cui, meno di un secolo fa, si è registrata la più importan­te involuzione autoritaria che la storia abbia conosciuto. Le nuove destre nascono infatti in uno scenario politico e per ragioni molto diverse rispetto al passato. Fanno leva sulle pulsioni emotive e spesso aggressive di un elettorato spaesato, che si trova a vivere sfide inedite quali la globalizzazione e il terrorismo internazionale. Per la prima volta privato del riferimento ideologico e organizzativo dei partiti tradizionali.

Sono in molti, però, a non trovare, accanto a questi elementi di no­vità, anche rilevanti fattori di continuità storica con il passato delle destre radicali, dalle posizioni xenofobe e razziste ai toni egualmen­te minacciosi. Saranno in molti a restare col fiato sospeso, elezione dopo elezione, paventando l’affermazione di forze che partecipano alle elezioni ma che si pongono ai confini, o al di fuori, delle nostre democrazie. Sperando, di volta in volta,15 che lo spettro che si aggira per l’Europa non prenda lo scettro del comando.

[1] M. Tarchi, Estrema destra e neopopulimo in Europa, in “Rivista italiana di scienza politica”, 2/1998, pp. 379-89.

[2] Si tratta di C. Mudde, Populist Radical Right Parties in Europe, Cambridge University Press, Cambridge 2007.

[3] Il tema di come i partiti populisti si comportino al potere, e delle strategie messe in atto per reagire alle forze populiste, è al centro di un emergente filone di ricerca della scienza politica. Il numero monografico a cura di P. Taggart e C. Rovira Kaltwasser, Dealing with Populists in Government (in “Democratization”, 2/2016) offre primi elementi di inquadramento della problematica.

[4] P. Merkl, Why they are so strong now? Comparative reflections on the revival of the radi­cal right in Europe, in P. H. Merkl, L. Weinberg (a cura di), The Revival of Right Wing Extremism in the Nineties, Routledge, Londra 1997, p. 18.

[5] C. Mudde, The Populist Zeitgeist, in “Government and Opposition”, 4/2004, pp. 542-63.

[6] S. Cassese, L. Torchia, Diritto amministrativo. Una conversazione, il Mulino, Bologna 2014.

[7] Già nello studio comparato S. M. Lipset, S. Rokkan, Party Systems and Voter Align­ments: Cross-National Perspectives, Free Press, New York-Londra 1967.

[8] Di Parties without system ha parlato Mauro Calise in S. Passigli (a cura di), La politica come scienza. Scritti in onore di Giovanni Sartori, Passigli Editore, Firenze 2015, illustrando la stretta relazione tra personalizzazione della politica e crisi dei sistemi di partito.

[9] A. Downs, An Economic Theory of Democracy, Harper, New York 1957.

[10] Per una recente ricognizione empirica sulla personalizzazione dei partiti politici, si veda il numero monografico a cura di F. Musella e P. Webb, Personal Leaders in Contemporary Party Politics, in “Italian Political Science Review/Rivista Italiana di Scienza Politica”, 3/2015.

[11] È, questo popolo, tra i tre tipi presenti in Y. Meny, Y. Surel, Populismo e democrazia, il Mulino, Bologna 2014.

[12] A. Criscitiello, Populismo, in M. Calise, T.J. Lowi, F. Musella, Concetti chiave. Ca­pire la scienza politica, Bologna, il Mulino, in corso di pubblicazione. Si veda anche M. Canovan, Populism, Harcourt Brace Jovanovich, New York 1981.

[13] Secondo la definizione di P. Taggart in Populism, Open University Press, Buckingam 2000.

[14] P. Taggart, C. Rovira Kaltwasser, Dealing with Populists in Government cit., pp. 201-20.

[15] Non a caso la metafora dello spettro ha animato diversi contributi sul tema. Si veda, ad esempio, B. Arditi, Populism as a Spectre of Democracy: A Response to Canovan, in “Political Studies”, 1/2004, pp. 135-43, e il capitolo D. Albertazzi, D. McDonnell, Introduction: The Sceptre and the Spectre, in D. Albertazzi, D. McDonnell (a cura di) Twenty First Century Populism, Palgrave, Londra 2008, pp. 1-14.

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