Apertamente

di Tortuga da Lavoce.info del 21/7/2016 - Gli ultimi dati Istat sono un nuovo monito sulla crescita della povertà in Italia. Nello stesso giorno della loro pubblicazione, la Camera ha approvato il disegno di legge delega che prevede l’istituzione del reddito di inclusione. I passi avanti e quello che manca per fronteggiare l’emergenza. La povertà nei dati Istat. Recentemente l’Istat ha comunicato che nel nostro paese sono oltre 8,3 milioni le persone in condizioni di povertà relativa (ossia quando una famiglia di due componenti spende meno della singola persona media), mentre sono 4,5 milioni quelle in povertà assoluta (vale a dire al di sotto di una soglia che varia tra 400 e 1900 euro a seconda della composizione familiare e del luogo di residenza). Un fenomeno, quest’ultimo, che colpisce particolarmente le fasce più giovani.

Fino al 2013 si parlava di numeri ben più alti, addirittura fino a 10 milioni di poveri. Ma la differenza è semplicemente dovuta a una modifica della modalità di rilevazione da parte dell’Istat nel 2014. I nuovi dati sono statisticamente più accurati: includono per esempio più interviste, più tipologie di beni, un campione rappresentativo di cittadini selezionato considerando se risiedono in aree metropolitane, periferie o piccoli comuni (la cosiddetta stratificazione), valutando inoltre l’autoconsumo a prezzi di mercato. Ciò aiuta a ricordare quanto le statistiche economiche vadano maneggiate con cura, ma non cambia di una virgola il messaggio. Quel che conta è che il trend della povertà relativa e assoluta in Italia è in netta crescita. Un problema sociale importante, che tuttavia fatica a guadagnare una dovuta attenzione nel dibattito politico. Nei mesi scorsi il governo sembrava avere avviato la prima misura strutturale di lotta alla povertà, il disegno di legge delega, che dopo varie modifiche è stato approvato proprio il 14 luglio dalla Camera dei deputati.

Come dovrebbe funzionare il nuovo sistema

Il disegno di legge, centrato attorno al cosiddetto reddito di inclusione, è caratterizzato da tre aspetti importanti, finora trascurati nel sistema di lotta alla povertà in Italia: universalità, efficienza e complementarietà a un reinserimento nel mercato del lavoro e nel contesto sociale di appartenenza. Il reddito sarà universale rivolgendosi, uniformemente su tutto il territorio nazionale, a tutti coloro che vivono al di sotto della soglia di povertà assoluta; l’assegnazione avverrà a livello di nucleo familiare e sarà basata sull’indicatore della situazione economica equivalente (Isee). In attesa dei decreti attuativi, il governo sostiene che l’ammontare elargito arriverà fino a 320 euro al mese. L’intenzione è poi quella di semplificare e uniformare tutti quegli strumenti, trattamenti, indennità, integrazioni di reddito e assegni di natura assistenziale già presenti, eccetto le prestazioni rivolte alla fascia di popolazione anziana, quelle a sostegno della genitorialità o legate alla condizione di disabilità e invalidità. L’ultimo aspetto di rilievo è costituito dallo stretto legame fra il reddito di inclusione e il reinserimento nel mercato del lavoro. Infatti, la misura prevede che i beneficiari intraprendano percorsi personalizzati di attivazione, mirati alla ricerca di lavoro, ma anche all’integrazione nelle proprie comunità. Questi servizi saranno erogati dai comuni insieme con organizzazioni del terzo settore e coordinati dal ministero del Lavoro.

Cosa manca

Una delle critiche maggiori al Ddl è la limitatezza della platea a cui si rivolge. Con lo stanziamento di soli 1,6 miliardi per i primi due anni, la misura non raggiungerà tutti coloro che versano in condizioni di povertà; secondo l’Alleanza contro la povertà il provvedimento potrà raggiungere al massimo il 30 per cento degli indigenti, ovvero circa 1,3 milioni di persone. In particolare, il reddito darà la priorità ai nuclei familiari con figli minori, con disabilità grave, con donne in stato di gravidanza accertata o con persone con più di 55 anni di età in stato di disoccupazione. Il Ddl rimane poi vago sullo stanziamento a regime, menzionando che partirà da un miliardo e verrà esteso in base alle risorse contingenti. La proposta originale dell’Alleanza contro la povertà, invece, prevedeva uno stanziamento graduale del reddito d’inclusione ma con un costo a regime di circa 7,1 miliardi annui. Le risorse arriveranno dal Fondo per la lotta alla povertà e all’esclusione sociale, istituito con l’ultima legge di stabilità, e coperto dalla fiscalità generale, in quanto le economie derivanti dal riordino delle prestazioni di natura assistenziale, sebbene destinate al fondo, sono considerate eventuali. L’Italia si colloca agli ultimi posti in tutta l’Unione Europea per quanto riguarda l’efficacia delle misure di contrasto alla povertà. Nel 2014 i trasferimenti sociali e gli interventi di sostegno nel loro complesso hanno diminuito la percentuale di popolazione a rischio di povertà del 5,3 per cento contro la media europea dell’8,9 per cento; solo Grecia e Romania hanno fatto peggio di noi. Un intervento strutturale e organico nel contrasto alla povertà, ispirato a principi universalistici, e un riordino del sistema assistenziale, ora frammentato e inefficiente, potrebbero finalmente migliorare queste statistiche in un momento in cui la coesione sociale è sempre più a rischio.

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