Apertamente

di Angelo Baglioni da Lavoce.info dell'11/2/2016 - Nel suo secondo anno di vita, il governo è stato molto attivo sul fronte bancario. Sulle quattro banche salvate ha agito in condizioni difficili. La riforma delle popolari e delle Bcc ha rimediato all’immobilismo del settore. La bad bank e il pasticcio della garanzia statale senza aiuto di Stato. Banche popolari e Bcc. Il secondo anno del governo Renzi è stato caratterizzato da un notevole attivismo sul fronte bancario. Risale al gennaio 2015 il decreto legge che ha riformato la governance delle banche popolari, imponendo la trasformazione in società per azioni a quelle con attivo superiore agli otto miliardi. La conseguenza più importante è stata il passaggio dal voto per testa (ogni azionista ha diritto a un voto, indipendentemente dal numero di azioni possedute) al voto proporzionale al numero di azioni possedute. Si è trattato di una riforma controversa, soprattutto per il metodo (quello del decreto legge). Bisogna riconoscere che Matteo Renzi ha dimostrato su questo fronte una notevole dose di decisionismo, rimediando anche alla incapacità di auto-riforma delle banche popolari, seppure sollecitate in passato dalla Banca d’Italia. La riforma ha favorito una maggiore facilità di ricambio del controllo delle maggiori banche popolari italiane, riducendo il potere che si era nel tempo accumulato in capo a ristretti gruppi e che in alcuni casi ha generato anomalie e situazioni di crisi. Ha inoltre costituito la premessa per alcune operazioni di aggregazione a cui assistiamo in questi giorni. Il governo Renzi ha agito anche nel settore delle banche di credito cooperativo. Qui ha adottato una tattica più morbida, negoziando la riforma con i rappresentanti delle Bcc stesse. Dopo mesi di trattative, si è arrivati al decreto del 10 febbraio 2016. Si tratta di una riforma resa necessaria dalla fragilità del settore, che ha visto accumularsi nel tempo numerose situazioni dove il livello dei crediti di dubbia esigibilità ha raggiunto livelli di guardia. Anche in questo caso, il governo ha dovuto rimediare all’immobilismo degli operatori: processi di aggregazione spontanea avrebbero potuto aumentare la solidità del sistema delle Bcc, ma ciò non è avvenuto. La soluzione individuata prevede la costituzione di una unica holding capogruppo, che avrà poteri di indirizzo e controllo sulle Bcc, sebbene la maggioranza del capitale della holding sia detenuto dalle Bcc stesse. Il patrimonio delle Bcc dovrebbe essere messo “a fattor comune” mediante una sorta di responsabilità congiunta. Sono tutti aspetti che dovranno essere chiariti dai regolamenti attuativi della Banca d’Italia.

Salvataggi bancari

La partita più dura, per il governo Renzi, è stata quella legata al salvataggio delle quattro banche regionali: Banca Marche, Popolare Etruria, CariFerrara e CariChieti. Il decreto del 22 novembre 2015 ha dato avvio a una procedura di “risoluzione” che ha comportato pesanti perdite per i risparmiatori al dettaglio: azionisti e detentori di obbligazioni subordinate. Tanto che il governo stesso ha poi dovuto correre ai ripari, stanziando 100 milioni di euro per risarcire, almeno in parte, i più colpiti. Anche in questo caso, il governo si è trovato un po’ con le spalle al muro, dovendo porre rimedio a una serie di lacune. Prima di tutto, la gestione disastrosa delle quattro banche. Ma anche il fatto che l’associazione dei banchieri (Abi) e la Banca d’Italia si sono scontrate per mesi con la Commissione europea per concordare un intervento di salvataggio tramite il fondo interbancario di garanzia dei depositi, sapendo benissimo che è considerato un aiuto di Stato dalla Commissione. Che le regole sui salvataggi bancari fossero cambiate era noto da due anni (dall’agosto del 2013), compreso il fatto che se si utilizza un aiuto di Stato bisogna applicare il bail-in (termine ormai entrato nel nostro vocabolario, con buona pace della Accademia della Crusca). Ma nessuno aveva pensato di informare adeguatamente i risparmiatori: né le banche né le autorità di settore (Consob e Banca d’Italia). Le nuove regole europee, approvate anche dal nostro paese, impongono perdite ai risparmiatori al dettaglio anche in caso di salvataggio di una banca, e questo è quello che il governo ha fatto. L’alternativa era lasciare fallire le quattro banche, con conseguenze ancora peggiori.

Bad bank

Il nodo degli aiuti di Stato è riemerso in relazione alla bad bank. Per risolvere il problema delle “sofferenze” bancarie (prestiti a soggetti insolventi) si è a lungo parlato di creare una o più società che acquistano dalle banche le sofferenze ed emettono obbligazioni sul mercato. Problema: se lo Stato agevola la vendita delle obbligazioni ponendo la sua garanzia, si tratta di un aiuto di Stato e comporta l’applicazione del bail-in. Perciò il governo italiano si è adoperato per evitare che la garanzia statale fosse considerata tale dalla Commissione UE, e alla fine ci è riuscito. Tuttavia, l’accordo con l’Europa (formalizzato con il decreto del 10 febbraio) è stato raggiunto ricorrendo al solito bizantinismo: per avere la garanzia, le banche devono pagare allo Stato un “prezzo di mercato”. Peccato che questo mercato non esista. Inoltre, la garanzia statale potrà essere concessa solo sulla tranche senior delle obbligazioni emesse dalla bad bank, e solo dopo che almeno metà della tranche junior (priva di garanzia) sarà stata venduta ai privati. Ma chi comprerà le tranche junior? È vero che qualche fondo speculativo disposto ad acquistarle si troverà, ma vorrà spuntare un prezzo molto basso; allora le banche potrebbero avere poca convenienza a vendere. Quindi, lo strumento appena introdotto rischia di restare in larga misura inutilizzato. Il pasticcio nasce da una contraddizione di fondo tra due obiettivi in contrasto tra di loro: quello di agevolare la vendita sul mercato delle sofferenze bancarie, grazie alla garanzia statale, e quello di evitare che la garanzia sia un aiuto di Stato.

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