Apertamente

di Marco Fioramanti da LaVoce.info del 5/2/2016 - In Italia le conseguenze della crisi in termini di perdita di prodotto e di occupazione sono state molto pesanti. E senza ulteriori interventi, rischia di lasciare un segno per lungo tempo perché la crescita prevista non basterà a recuperare quanto finora perso. Un esercizio su due scenari. Gli effetti sul capitale. La crisi internazionale, iniziata a fine 2007 negli Stati Uniti e propagatasi nel 2010 in Europa, ha causato ingenti perdite all’attività economica dei paesi europei. In particolare in Italia dove ben cinque dei sette anni che vanno dal 2008 al 2014 sono stati di recessione. Le conseguenze in termini di perdita di prodotto e di occupazione sono state pesantissime. Secondo le ultime previsioni della Commissione europea nel 2017, a dieci anni dall’inizio della crisi, il Pil italiano sarà ancora del 5,7 per cento inferiore a quello del 2007.
La disponibilità di dati per un orizzonte di dieci anni (2008-2017) permette di effettuare un’analisi, benché caratterizzata da ipotesi semplificatrici, degli effetti di medio-lungo periodo della crisi. Più precisamente, la domanda a cui si intende rispondere è: quale sarà la perdita a livello di prodotto e di fattori produttivi che l’Italia avrà subito nel 2017 rispetto a una ipotesi in cui la crisi non si fosse verificata?
Lo scenario base, ovvero quello descritto nelle ultime previsioni della Commissione, viene qui confrontato con uno scenario alternativo in cui si ipotizza che la crisi non si sia verificata e una dinamica dell’economia italiana, dal 2008 in poi, pari a quella media registrata nel 2002-2007. In particolare, qui ci si sofferma sull’impatto della crisi sia sui fattori produttivi sia sul prodotto e in entrambi i casi sui valori effettivi e su quelli potenziali. L’analisi è svolta al di fuori dell’approccio della funzione di produzione utilizzato dalla Commissione che richiederebbe molte ulteriori ipotesi. I singoli fenomeni, quindi, verranno trattati disgiuntamente.
Tra il 2002 e il 2007 il tasso di crescita medio degli investimenti è stato circa del 2 per cento. Se lo si utilizza nello scenario alternativo per proiettare in avanti (con il metodo dell’inventario permanente) lo stock di capitale (la cui valutazione potenziale ed effettiva coincidono), si osserva che in assenza della crisi, il capitale sarebbe risultato superiore del 20 per cento rispetto a quanto la Commissione si attende per il 2017, mentre per gli investimenti l’incremento sarebbe stato del 61 per cento (figura 1).

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Occupazione e disoccupazione

La stessa analisi per il fattore lavoro necessita di una specificazione preliminare. A differenza del capitale che in linea teorica può espandersi indefinitamente, il fattore lavoro ha come limite la dinamica della popolazione attiva, nonché elementi frizionali del mercato del lavoro. Ciononostante, i risultati dello scenario alternativo (tasso di occupazione al 62 per cento) non presentano caratteristiche di straordinarietà in un’ottica internazionale.
Tra il 2002 e il 2007 l’occupazione effettiva è aumentata in media dell’1,2 per cento, mentre quella potenziale dello 0,9 per cento. Presi questi tassi come riferimento, si osserva che l’occupazione effettiva senza la crisi sarebbe stata superiore del 15 per cento di quella ora prevista per 2017 dalla Commissione, mentre l’occupazione potenziale sarebbe stata del 9 per cento superiore. In termini assoluti, le differenze sono di circa 3,8 e 2,3 milioni di occupati in più nello scenario senza crisi per l’occupazione effettiva e potenziale rispettivamente (figura 2). Se nello scenario alternativo si ipotizza un ritorno del tasso di disoccupazione pari a quello del 2007 (6,1 per cento), dei 3,8 milioni di occupati in più al 2017, 1,3 milioni sarebbero i disoccupati in meno e 2,5 milioni sarebbero di nuovi occupati netti.

Figura 2

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Infine il Pil, potenziale ed effettivo. Tra il 2002 e il 2007 entrambi sono cresciuti in media dell’1,1 per cento. In assenza della crisi e mantenendo la stessa dinamica, al 2017 il Pil effettivo sarebbe risultato superiore del 18 per cento rispetto a quanto oggi previsto per quell’anno, mentre il Pil potenziale sarebbe stato del 16 per cento superiore. In valori assoluti, si tratta di circa 290 miliardi di euro per il Pil effettivo e circa 240 miliardi per il Pil potenziale (figura 3).

Figura 3

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Una crescita troppo lenta

Come ultimo esercizio esemplificativo, proiettando in avanti i tassi di crescita attualmente previsti dalla Commissione per il 2017 del Pil potenziale ed effettivo (rispettivamente 0,07 per cento e 1,35 per cento), si può valutare in quanto tempo l’economia italiana tornerebbe sui livelli che si sarebbero registrati in assenza della crisi. Mentre per il Pil effettivo il recupero avverrebbe solo nel 2078, per quello potenziale il gap non verrebbe mai chiuso e anzi si amplierebbe. Con un tasso di crescita dell’1,5 per cento medio annuo dal 2018 in poi invece, il Pil potenziale incrocerebbe il sentiero pre-crisi solo nel 2053.
Da questa semplice analisi appare evidente che, se non in maniera permanente, la crisi rischia di lasciare un segno almeno per due generazioni poiché la crescita prevista per i prossimi due anni non basterà a recuperare quanto finora perso. Servono azioni più incisive per imprimere all’economia italiana un’accelerazione tale da modificare sensibilmente il sentiero di crescita dei prossimi decenni.

* Le idee e le opinioni espresse in questo articolo sono da attribuire all’autore e non rispecchiano necessariamente la posizione dell’istituzione di appartenenza.

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